L’Ucraina entra nel cortile di Putin. Zelensky accolto in Serbia da alleato
/lastampa/esteriLa prossima volta che Aleksandar Vučić entrerà al Cremlino avrà qualcosa da spiegare a Vladimir Putin. Per esempio perché Volodymyr Zelensky, il presidente del Paese che la Russia vuole piegare da oltre quattro anni, sia stato ricevuto a Belgrado con tutti gli onori. E perché proprio il presidente della Serbia, il più vicino alla Russia in Europa, abbia ribadito che l’integrità territoriale dell’Ucraina comprende anche le terre occupate dalla Russia dal 2014. Crimea compresa. Vučić continua a dire no alle sanzioni contro Mosca. Ma ieri, accogliendo Zelensky a Belgrado, ha mostrato quanto siano cambiati i rapporti con lo storico alleato russo. Il Paese dipende ancora da Mosca per gran parte del gas e il presidente serbo si è guardato bene dall’annunciare una cooperazione militare con Kiev. Ma Zelensky non è andato a Belgrado per ottenere una “conversione”, è andato a infilarsi nello spazio sempre più largo che si è aperto tra la fedeltà serba alla Russia e il futuro europeo che Vučić continua a promettere al suo Paese. Solo tre settimane fa Vučić era stato a Kiev per il vertice tra Ucraina e Paesi dell’Europa sudorientale ed era rimasto l’unico leader a non firmare la dichiarazione finale, che chiedeva di mantenere il sostegno politico, finanziario e militare all’Ucraina e aumentare la pressione sulla Russia. «Sono l’unico che non ha messo la firma», aveva rivendicato. Meno di un mese dopo è stato Zelensky ad attraversare quella linea invisibile e ad arrivare a Belgrado. È la prima visita di un presidente ucraino in Serbia da otto anni. Vučić lo ha accolto definendo l’Ucraina un «Paese amico» e ha assicurato che la posizione serba sulla sua integrità territoriale non cambierà. Kiev ricambia con una scelta per Belgrado altrettanto preziosa: non riconosce l’indipendenza del Kosovo, proclamata nel 2008. Zelensky torna a casa anche con qualcosa di concreto. Serbia e Ucraina vogliono chiudere entro la fine dell’anno un accordo di libero scambio bloccato dal 2005, fondamentale per l’ingresso serbo nell’Organizzazione mondiale del commercio e quindi anche per il percorso verso l’Ue. Hanno discusso di infrastrutture, energia, sicurezza alimentare e ricostruzione e Belgrado ha promesso un nuovo pacchetto di aiuti umanitari, soprattutto sanitari ed energetici. Vučić ha inoltre assicurato il sostegno serbo «al cammino verso l’Ue dell’Ucraina», anzi, «Serbia e Ucraina guardano a un futuro ingresso nell’Ue come a un percorso comune». Discorso diverso invece in relazione alla Nato, approdo che la Serbia – uno dei Paesi europei tradizionalmente più vicini a Mosca e che fu bersaglio degli attacchi dell’Alleanza Atlantica durante la guerra per il Kosovo – esclude pure per se stessa. Sul tavolo ufficialmente non c’erano le armi. Ma sono proprio le armi a raccontare l’ambiguo rapporto tra Mosca e il suo più tradizionale alleato europeo. Il Cremlino ha accusato più volte la Serbia di vendere munizioni che, attraverso intermediari in altri Paesi, finiscono poi nelle mani dell’esercito ucraino. Belgrado nega di aver rifornito direttamente Kiev e sostiene di vendere i propri prodotti militari sui mercati internazionali senza poter controllare ogni passaggio successivo. È questo equilibrio sempre più difficile a irritare Mosca. La Serbia non applica le sanzioni occidentali ma condanna l’invasione dell’Ucraina, continua a comprare gas russo ma cerca nuove fonti energetiche, rivendica il rapporto con Putin ma invia aiuti a Kiev. Non è ancora l’uscita di Belgrado dal cortile di Putin. È piuttosto la dimostrazione che quel cortile non è più blindato. Ed è probabilmente proprio questo l’obiettivo politico di Zelensky: non chiedere a Vučić di scegliere oggi tra Mosca e Kiev, ma impedire alla Russia di continuare a considerare automaticamente la Serbia come propria. Ma a ricordare quale sia, per Zelensky, l’urgenza dietro la diplomazia è stata ancora una volta la guerra. Il presidente ucraino è arrivato a Belgrado dopo una notte di nuovi raid russi: l’antiaerea ha abbattuto quasi tutti i droni, ma nessuno dei missili balistici. Zelensky ha rilanciato l’accordo raggiunto con Donald Trump per le licenze necessarie a produrre Patriot: «Immaginate se le avessimo ricevute quattro anni fa. A quest’ora staremmo già producendo sistemi Patriot per tutti». Poi l’altro allarme, quello sull’inverno. Dopo mesi di attacchi russi alla rete energetica, ha detto Zelensky, in Ucraina «non sono rimaste praticamente centrali termoelettriche intatte». Anche per questo nei colloqui con Vučić si è parlato di energia e Belgrado ha promesso nuovi aiuti nel settore. È forse qui che la visita trova la sua misura più concreta. Zelensky è entrato nel cortile europeo di Mosca non per chiedere a Vučić di rompere con Putin, ma per ottenere ciò che oggi l’Ucraina cerca ovunque: energia e sostegno politico. Il presidente serbo non gli ha promesso né armi né sanzioni, ma gli ha lasciato la porta aperta.
