Montesanto, le donne dietro il raid col mitra: «Il terrore tra i vicoli»
NapoliMentre piazza Montesanto si trasforma in un ring, la telecamera di un minimarket inquadra una giovane donna. Sull’uscio tutti assistono al film horror che va in scena qualche metro più in là. Nessuno nota quella figura esile e furtiva. Tra le mani ha qualcosa di scintillante che prova a nascondere tra le cassette dell’acqua. L’occhio elettronico registra imperterrito e il misterioso oggetto ha adesso una figura netta: è una pistola. La stessa che, pochi secondi più tardi, farà di una delle piazze simbolo del centro storico un poligono a cielo aperto. L’arma, dopo un ripensamento, viene portata da Arianna Rossetti all’esterno e adagiata sui sedili di una Fiat “Panda”. Poco dopo, a impugnarla e a premere il grilletto puntando al cielo sarà il compagno, Giuseppe Truiolo. Una manciata di minuti ancora e il panico è totale: Emanuele Iaccarino, fratellastro della donna, si presenta davanti agli occhi di passanti, turisti e bambini imbracciando un mitra. In un istante “Gomorra” diventa realtà: «Un’ostentazione di sterile violenza finalizzata a palesare il controllo del territorio tramite atti di terrore», è la valutazione tranchant con cui la Dda sigilla il decreto di fermo porta all’arresto del commando. APPROFONDIMENTI | Flash mob di protesta «I violenti vanno integrati» Napoli, spari a Montesanto: si indaga per identificare le altre persone coinvolte Uomo accoltellato in via Marina, paura a Napoli: lite in pieno giorno Stesa a Montesanto, Roberto Saviano: «A Napoli si nega il problema, ma tutti sono pronti al peggio» La ricostruzione Mentre la città rimette insieme i cocci di un lunedì pomeriggio di ordinaria follia e i social sono ancora invasi dai video della lite furibonda e degli spari, le indagini vanno avanti. Perquisizioni domiciliari e controlli non si fermano. Lampante la traiettoria dell’inchiesta che i poliziotti della Squadra mobile di Napoli, guidati dal primo dirigente Mario Grassia, stanno tratteggiando sotto il coordinamento del sostituto procuratore della Dda, Alessandra Converso, e dell’aggiunto Sergio Amato. Dopo il fermo dei primi tre indagati, accusati a vario titolo di porto e detenzione di arma da fuoco e spari in luogo pubblico, aggravati dal metodo mafioso, si punta a chiudere il cerchio. Sotto la lente ci sono adesso i partecipanti - almeno dieci - al Far West che ha fatto da apripista al piombo. Un’ondata di violenza innescata da un movente familiare - un presunto tradimento - ma che avrebbe poi abbracciato aspetti più cupi e profondi. Gli inquirenti stanno infatti valutando la consistenza di una pista in particolare: quella della vendetta scaturita dal mancato accordo sulla spartizione di un bottino. Soldi sporchi, incassati grazie a un giro di truffe. Napoli, spari a Montesanto: si indaga per identificare le altre persone coinvolte Donne al vertice Mentre gli investigatori scavano tra i retroscena economici, i riscontri sul campo blindano l’impianto accusatorio. Il pezzo forte dell’arsenale, l'Ak-47 esibito da Iaccarino tra la folla, è stato subito recuperato, nascosto sotto una Smart in vico Canalone all’Olivella. Un'arma da guerra che restituisce la ferocia militare degli uomini, i quali non sarebbero forse mai entrati in azione senza la fredda gestione della quota rosa della paranza: è infatti anche sul ruolo delle donne che si sono accesi i riflettori delle indagini. A partire da Arianna Rossetti, non una spettatrice passiva, ma un garante logistico. È lei, come mostrano i video, a disarmare in un primo momento il partner, nascondere la pistola per poi consegnarla nuovamente e garantire la fuga guidando lo scooter rosso fuori dall’inferno di Montesanto. Una “regia” strategica azzerata nella notte, quando il blitz della polizia in un appartamento a Lago Patria spezza la fuga dei sospettati. Nel covo vengono stanati Iaccarino e Truiolo. Con loro, fino all'ultimo, c'è ancora Rossetti. L’analisi dei pm Sullo sfondo, l’allarme acceso da quella che in apparenza sembrava una rissa da strada e che invece, frame dopo frame, si sta rivelando la punta di un colossale iceberg immerso nel “sistema”. Un’analisi che emerge a chiare lettere dalle quasi trenta pagine del decreto di fermo emesso dalla Dda: «Non c’è dubbio - scrivono i pm - che la circolazione sul territorio imbracciando un mitra e le plurime esplosioni di colpi di arma da fuoco siano indicativi di un'ostentazione di sterile violenza». Una strategia paramilitare per ottenere «il controllo del territorio tramite atti di terrore rivolti non solo ai gruppi contrapposti, ma anche alla stessa area di appartenenza». La parola passa ora al gip per la convalida. Nel frattempo resta il terrore di un pomeriggio che porta a cinque il bilancio delle stese in zona in una settimana. Un'escalation in cui clan e gang diventano sempre più fluidi. Le donne gestiscono la logistica, gli uomini imbracciano i fucili d’assalto tra la folla.

