Ricercatori di sogni
EditorialeDevasta l’unico pianeta che abbiamo a disposizione per vivere, produce guerre a ciclo continuo, arricchisce i ricchi e impoverisce sempre di più i poveri: il capitalismo è un vero incubo e il manifesto lo indaga dal 1971. Prima o poi riusciremo a fermarlo. Care lettrici e cari lettori della Fine del mondo, questa rivista di fumetti che avete tra le mani è il frutto più acerbo di una grande pianta, un quotidiano che ha da poco compiuto 55 anni. Alla sua ombra sono cresciute generazioni di cervelli critici, sono nati movimenti, venuti su leader, immaginate rivoluzioni, tentate riforme. Il manifesto è un giornale ma non solo un giornale, è il luogo geometrico della sinistra italiana che in mezzo secolo abbondante sulle sue pagine si è persa e ritrovata, si è divisa e si è ricomposta, ha perso mille battaglie e qualcuna ogni tanto l’ha pure vinta. Certamente vinta è la scommessa che ha mosso nel 1971 (in realtà due anni prima) i nostri fondatori (Rossanda, Pintor, Magri, Parlato, Castellina…): un quotidiano per fare politica e non solo per raccontarla. Un quotidiano senza padroni, se non i suoi stessi giornalisti e chi ci lavora. Se fosse possibile fare un giornale così, senza un editore e senza soldi – ha scritto una volta Luigi Pintor – allora lo farebbero tutti, ma non è possibile. Non è possibile, eppure eccoci ancora qui, evidentemente ancora necessari. Perché gli incubi avanzano, ma i sogni resistono. Come il sogno di cambiare il mondo, che non è più soltanto un desiderio o un’eventualità ma ormai una necessità, anzi l’unica possibilità per evitare l’estinzione del genere umano. Provate a sfogliare il nostro giornale, non ci troverete nulla di simile a quello che leggete altrove. Perché in ogni storia che si racconta, la differenza la fa sempre il punto di vista e il nostro non somiglia a quello degli altri. Sulla prima pagina vedrete un sottotitolo, la «testatina», che recita ancora «quotidiano comunista». Per comprenderla dobbiamo tornare all’origine della nostra storia, quando il gruppo politico del manifesto fu radiato dal Partito comunista italiano per le sue posizioni autonome, più aperte verso il movimento degli studenti e degli operai, più critiche verso il socialismo dell’Est. Sbattuto fuori dai custodi della linea politica, quel gruppo volle però ribadire fin dal principio che si poteva essere comunisti anche fuori dal Partito, anche senza essere ortodossi. Perché il comunismo non era, e non è, un ideale realizzato ma un percorso di ricerca, una dichiarazione di intenti, un’ambizione per sfuggire alla rassegnazione; è un altro mondo da costruire in forme nuove. Ed è qui che ci trovate, care lettrici e cari lettori della Fine del mondo e di Dylan Dog, dalla stessa parte di sempre, felici di incontrare occhi nuovi. Marxisti anche noi, tendenza Karl.
