Vannacci provoca Meloni: «Al Quirinale potrei votarla»
Politica«Meloni al Quirinale? Perché no, è una persona capace, ma deve correggere alcune posizioni». Non passa giorno senza che Roberto Vannacci non aumenti il carico di pressione, ha colto le divisioni nella maggioranza e in quelle spaccature lui ci sguazza e guarda il segno “+” nei suoi sondaggi. E le famose «linee rosse» che ha messo ora cominciano dal Melonellum: «Non so se sarei invogliato a votarla se non impone le preferenze nella legge elettorale». Poi l’«agenda Draghi» il sostegno alla commissione Von der Leyen perché, spiega, «di Meloni mi piacciono i propositi di inizio legislatura». LA BATTUTA sul Colle ovviamente lascia il tempo che trova, è la stessa Meloni a non lanciarsi nella corsa al Quirinale. La partita dell’ex generale sta nel minare il campo del centrodestra di settimana in settimana, saltando da una battaglia all’altra. Quella sulle preferenze è solo l’ultima ed è solo più dolorosa. Dopo la violenta discussione di tre giorni fa i leader del centrodestra sono ancora alla ricerca di una soluzione che chiuda il cerchio. Sia Lega che Forza Italia rimangono fermamente contrarie, per motivi diversi, all’introduzione delle preferenze. Ieri il leader azzurro Antonio Tajani ha fatto ancora muro, in modo un po’ sibillino: «Abbiamo sempre parlato e diciamo sempre le stesse cose. C’è una legge e un testo legislativo depositato, per cui c’era un accordo». Lo stesso messaggio recapitato a più riprese dai leghisti: la legge l’ha voluta FdI, ora non chieda troppo altrimenti la corda si spezza. Anche perché le preferenze porterebbero all’indebolimento delle leadership di partito, e quelle fragili segnatamente sono le loro. C’È DA SCOMMETTERE che il Melonellum in fondo piaccia anche a Vannacci, rispetto al sistema attuale ha solo da guadagnarci dentro (improbabile) o fuori (realistico) la coalizione che sia. Con l’aumento dei seggi proporzionali, calcolatrice alla mano, una forza come la sua con i sondaggi di oggi ha da guadagnarci una decina di parlamentari. Ieri a Rovigo ha azzardato già una previsione: «Qui in Veneto siamo già in doppia cifra». Poi ha rincarato ancora: «Sulle preferenze il Parlamento tiri fuori gli attributi». Obiettivo principale è Forza Italia, che ha attaccato ancora perché «a Bruxelles vota come il Pd mentre gli altri come le destre europee». MA A DESTRA, complice l’assedio di Futuro Nazionale, è iniziata a montare la convinzione che una soluzione sulle preferenze si troverà. Il rinvio di una settimana del voto in aula è servito proprio a prendere tempo e guadagnare una settimana. Certo la via d’uscita non può che essere un pasticcio, stante le posizioni non c’è altra scelta che un correttivo cosmetico. Sul tavolo continua a esserci l’opzione di un modello come la legge regionale Toscana ma rafforzato: due o tre capilista bloccati e poi un listino dove esprimere la preferenza. Stante così le cose i parlamentari eletti in questo modo sarebbero non più di una manciata in tutta Italia, peraltro molto probabilmente “al buio” per via delle pluricandidature. Una modalità che potrebbe ammorbidire gli alleati per la sua inconsistenza, ma che almeno salverebbe parzialmente la faccia di Meloni. Una merce di scambio potrebbe essere accontentare Salvini spostandolo al Viminale, ma anche qui l’ipotesi è remota. Certo il conto da pagare sarebbe salato: oltre al listone-premio si aprirebbe un altro terreno di contesa tra e dentro i partiti. MA L’ANSIA da generale ha innescato anche altri ragionamenti nella cerchia della premier, e riguardano la soglia per accedere al «premio di governabilità». Ora è fissata al 42%, ma qualcuno ha iniziato a ragionare di portarla più su, al 45%. Un emendamento simile lo ha già presentato Azione di Carlo Calenda, intenzionato a rimanere fuori dalle coalizioni e che mira a trascinare con sé Forza Italia proprio con lo spauracchio di Vannacci. Ai Fratelli, tanto quanto la sparata sul Quirinale dell’altro giorno, servirebbe a polarizzare lo scontro e rafforzare la logica del voto utile: o Meloni o barbarie. Ma è probabile che rimanga solo un’ipotesi, farebbe cadere il velo della «legge in nome della stabilità».


