Nati il 4 luglio, Usa travolti dall’entusiasmo per il calcio nell’Independence day
/lastampa/sportChe proprio il calcio riesca a dare agli Usa la possibilità di rappresentare il Paese senza schierarsi non era previsto e che l’apoteosi del patriottismo si manifesti addirittura a Seattle ha dell’incredibile, eppure la nazionale festeggia qui il 4 di luglio e la squadra che innesca l’entusiasmo sposta lo sguardo dell’intera Nazione a Nord Ovest. L’ultima volta che è successo era ancora vivo Kurt Cobain. Prima del Mondiale la città si chiedeva se fosse il caso di partecipare a una festa su cui Trump mette il cappello, Maga ovviamente, adesso ha scoperto che il football (e non quello americano) sa riunire e risvegliare i sentimenti più genuini pure in mezzo a personali tormenti, come si canta in “Take me home country roads”, colonna sonora scelta dagli stadi per sostenere gli Usa arrivati agli ottavi. Pure la musica è fuori registro, la consolatoria ballata si fa strada nella patria dell’irreverente grunge. Non torna più nulla, tranne gli schemi di Pochettino ed è persino un bene che sia uno straniero, un argentino, la guida di tutti questi sogni. Il tecnico che tiene in ufficio un vassoio di limoni per assorbire le energie negative, esalta McKennie, rianima Tillman e promette di trovare una soluzione per sostituire Balogun, l’attaccante americano per caso e poster per forza, con tre gol in questa Coppa del Mondo. Dopo l’espulsione contro la Bosnia, gli tocca perdere la sfida con il Belgio e l’assenza certificata scatena un’insana frustrazione: il popolo a stelle e strisce dibatte per capire come riaverlo, non per scoprire chi gioca al posto suo. Balogun doveva essere inglese, invece la madre lo ha partorito a New York e gli ha cambiato il destino, nato il 3 di luglio, quasi da Independence Day, ha appena festeggiato 25 anni. Seattle doveva essere scettica e invece è sovraeccitata. Non era preparata a essere la faccia degli Stati Uniti, ma su questo 4 di luglio ci mette la sua, abbraccia la nazionale e ne riceve una centralità che non sapeva neppure di apprezzare. Forse non è neanche troppo convinta di riconoscersi. L’unica certezza è che la squadra è atterrata l’altra notte ed è “a casa”, dove ha già vinto nel girone contro l’Australia, dove lo stadio, Lumen Field, sta in centro e tutto intorno hanno organizzato un enorme parco a tema fatto di musica e visioni collettive e risultati che si compongono con i droni. Dentro si accende il tifo e fuori rimbomba il mondo. Decibel che rincarano quanto i prezzi dei biglietti, arrivati a 3.000 euro per i posti più in alto, quanto gli ascolti in tv con oltre 30 milioni di persone e i gradi attesi per la parata dell’indipendenza. Discorsi istituzionali ritardati di un’ora perché il termometro ha deciso di impennarsi proprio adesso, in questi giorni in cui si perde la voglia di contestare e si ritrova la bandiera. A Seattle, così abituata a metterla in discussione. Per capire lo smarrimento va inquadrata la scena. Siamo al fronte del porto, letteralmente perché il Waterfront è l’epicentro di ogni iniziativa organizzata per cucire insieme i 250 anni di Usa e il Mondiale. “World Cup Craziness” è il benvenuto ai Morning show locali, lo slogan sull’happy hour, il tormentone dell’estate. Non solo tifo e orgoglio, fin troppo popolare per l’alternativa Seattle, ma entusiasmo sincero: a ogni risultato felice cresce la consapevolezza che stare spalla a spalla davanti alle partite abbia risvegliato una comunità. Seattle, dopo i giganti Anni Novanta in cui si è fatta simbolo di una corrente culturale riconosciuta ovunque, ha litigato con l’immagine che ha costruito. Ironica, dissacrante, disposta all’eccesso e pure alla bruttezza che rompe l’etichetta, aperta. Solo che essere il punto cardinale dell’accoglienza l’ha resa fulcro di opposizioni nette. Chi pensa che la sindaca Katie Wilson, con la sua politica democratica mirata a trovare alloggio ai senzatetto, faccia scappare gli investitori, qui dove sono nate Microsoft e Amazon. Chi è convinto che proprio certe idee diventate sistema siano state ingigantite fino a sfruttare il territorio. Si discute per i database che inquinano, per Starbucks che ha servito a Seattle il primo caffè ed è decisa a spostare parte della casa madre altrove. Però in questo 2026 nulla è come sembra, nemmeno le liti. La gente applica il metodo del ct Pochettino: sparge limoni tra vetrine e banconi, spreme essenza di americanità e trova ristoro nella punta acida. Seattle. Di sicuro agli ottavi non ci sarà Trump e la decisione anima la frenesia. Il presidente salta un altro turno, sceglie di non farsi vedere, pure per lui è difficile trovare punti di riferimento. Si immaginava il Mondiale muscolare degli agenti Ice, è quello della diaspora. Non sarà in tribuna e si indigna per l’assenza di Balogun: «Ci dovrebbe essere un ricorso», si compiace del controverso Hydration Break «rimette tutti sullo stesso piano e anche per questo che le partite sono più avvincenti negli ultimi 20 minuti». Chissà quante ne ha viste prima, comunque per lui «i Mondiali sono bellissimi», anche se di comparire in questi stadi riunificati non ne vuole sapere. Temporeggia e non manda il vice Vance e neanche il segretario Rubio. Alle partite olimpiche dell’hockey, capace di riportare l’oro agli Stati Uniti dopo 46 anni, c’era sempre una carica governativa. Il calcio ha tirato su quest’onda anomala che rimescola posizioni e divisioni e la Casa Bianca non sa come prenderla. Neanche Seattle, ma ci si tuffa dentro.

