Ucraina in piazza contro la rimozione di Fedorov, il ministro che aveva rivoluzionato il modo di combattere
Post10 min lettura Il tuo browser non supporta l’audio. Kyiv trattiene il fiato. La rimozione di Mychajlo Fedorov dal ministero della Difesa – il più popolare tra i tecnocrati di Zelens’kyj, l’uomo dei droni e dello Starlink negato ai russi – ha acceso in poche ore piazze, caserme e Verchovna Rada (il parlamento ucraino). Il quadro cambia di ora in ora, ma quel che rimane, a prescindere da come evolverà la situazione, è il sostegno incondizionato degli ucraini a Fedorov. Nei giorni scorsi, il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha avviato un rimpasto di governo che ha portato prima alle dimissioni della premier Julija Svyrydenko e del suo esecutivo, e poi alla rimozione, dopo appena sei mesi di incarico, del ministro della Difesa Mychajlo Fedorov, tecnocrate 35enne noto per aver guidato la trasformazione digitale dell’Ucraina fin dai tempi in cui coordinò la campagna presidenziale di Zelens’kyj nel 2019. Il capo di Stato ucraino non ha spiegato pubblicamente le ragioni della rimozione, limitandosi a chiedere una struttura militare più compatta, con un rapporto diretto tra i vertici delle forze armate e il ministero della Difesa. La decisione sarebbe maturata dopo un incontro tra Zelens’kyj, Fedorov e il comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrs’kyj, con il quale il ministro avrebbe avuto divergenze sulla gestione dell’apparato militare. Al suo posto è stato indicato come possibile successore il ministro dell’Interno uscente Ihor Klymenko, la cui nomina dovrà però essere approvata dal Parlamento. Prima dell’annuncio ufficiale, diversi deputati – sia di maggioranza che di opposizione – si erano detti contrari alla sostituzione del capo della Difesa. Fedorov ha confermato l’uscita dal governo con un messaggio sui social in cui ha rivendicato 22 risultati ottenuti in sei mesi di mandato: dal blocco dell’accesso russo a Starlink (che avrebbe ridotto l’efficacia dei droni russi) al dirottamento di fondi verso la produzione di droni a lungo raggio, fino al primo contratto per missili Patriot e alla campagna di isolamento logistico della Crimea occupata. L’elenco dettagliato dei successi ha reso, secondo diversi osservatori, ancora meno chiare le ragioni del suo allontanamento. La rimozione ha scatenato reazioni immediate nella società civile: gli attivisti ucraini hanno organizzato proteste contro la decisione di Zelens’kyj, con una manifestazione convocata per giovedì mattina, in vista di un atteso voto parlamentare per approvare il nuovo governo. Il luogo scelto ha un forte valore simbolico: è lo stesso dove, nel luglio 2025, migliaia di ucraini si riunirono dopo che il Parlamento aveva tolto l’indipendenza alle agenzie anticorruzione NABU e SAP, proteste che furono tra le più grandi contro il governo dall’inizio dell'invasione russa e che spinsero poi Zelens’kyj a fare marcia indietro. Alcuni analisti, come il politologo Volodymyr Fesenko, hanno avvertito che l’allontanamento di Fedorov rischia di compromettere riforme militari importanti in un momento delicato del conflitto con la Russia. Fedorov tra Zelens’kyj e Syrs’kyj Fedorov è uno dei collaboratori più stretti di Zelens’kyj, con cui lavora fin dalla campagna elettorale del 2019, quando il futuro presidente era ancora attore e produttore. Proprio per questo legame, il presidente gli avrebbe offerto la guida del nuovo governo come premier – proposta che Fedorov aveva rifiutato, dichiarando di voler portare a termine le riforme militari avviate. Prima di arrivare alla Difesa, Fedorov era già una figura centrale della politica ucraina: dal 2019 guidava la Trasformazione Digitale, dove aveva creato Diia, l’app che ha digitalizzato i servizi pubblici e il passaporto ucraino, rivelatasi particolarmente utile per gli sfollati durante la guerra. Arrivato al ministero della Difesa a gennaio 2026, ha impresso una svolta di stampo manageriale e imprenditoriale a un apparato tradizionalmente lento e opaco. Ha ordinato una revisione interna del ministero e delle brigate che, secondo l’Economist, ha fatto emergere sprechi per l’equivalente tra 6,7 e 7,2 miliardi di dollari a seconda delle stime (circa 300 miliardi di hryvnja). Ha aperto alcuni sistemi di approvvigionamento a gare pubbliche, riuscendo a ridurre in tempi brevi il costo dei proiettili d’artiglieria da 155 mm del 16%. Sul fronte tecnologico ha portato avanti la disattivazione dell’accesso russo a Starlink, la campagna “Turning Crimea into an island” per isolare la penisola annessa illegalmente dalla Russia nel 2014, l’aumento della produzione di droni a lungo raggio e da ricognizione, i primi contratti per missili Patriot Pac-2 GEM-T e la richiesta di fondi europei per i più avanzati Pac-3. Ha inoltre riformato i contratti militari, alzato gli stipendi per fanteria e piloti, aperto il reclutamento a cittadini stranieri e previsto incentivi per il rientro dei disertori. Il suo punto debole riconosciuto è, tuttavia, la riforma della mobilitazione: nonostante gli sforzi, l’esercito ucraino continua a soffrire una carenza cronica di uomini, e alcuni interventi sono stati giudicati insufficienti o impopolari tra i soldati. A dare la misura di quanto il tema della mobilitazione sia già incandescente in Ucraina, basti ricordare l’episodio dello scorso 8 luglio a Leopoli, nel quartiere di Sykhiv: dopo il fermo di un ventenne da parte degli agenti del TCC (il centro di reclutamento territoriale), una folla di circa 200 persone ha circondato e ribaltato il veicolo dei reclutatori al grido di “vergogna”, ferendo anche un funzionario della polizia locale intervenuto per sedare gli scontri. Un episodio isolato, ma sintomatico di una frattura sociale attorno alla leva forzata che precede di una settimana le proteste per Fedorov e ne costituisce, in un certo senso, lo sfondo emotivo. Il rapporto con il comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrs’kyj è invece descritto da più fonti come uno scontro quasi generazionale e culturale: da una parte un giovane manager digitale abituato ai metodi delle startup, dall’altra un generale di formazione più tradizionale. Secondo la testata indipendente Ukrainska Pravda, tra i due si sarebbe consumato un “conflitto sistemico”, alimentato anche dalla resistenza di Fedorov alla corruzione contro una parte della lobby della difesa, che lo liquidava come un abile comunicatore più che un vero innovatore. “È come se parlassero lingue diverse”: un giudizio condiviso da gran parte dei vertici, ma capovolto tra i giovani ufficiali e i reparti impegnati sulle nuove tecnologie, che invece lo apprezzano. Le sue proposte di riforma del funzionamento del ministero – compreso un tentativo fallito di rimuovere lo stesso Syrs’kyj – avrebbero contribuito a incrinare in modo definitivo il rapporto tra i due, fino alla riunione con Zelens’kyj che avrebbe sancito la sua uscita. La piazza in fermento Nella piazza della capitale davanti al teatro “Ivan Franko”, ai piedi dell’ufficio presidenziale, le urla degli slogan di protesta sono cominciate puntuali alle ore 9, subito dopo il minuto di silenzio nazionale che onora la memoria di tutti gli ucraini caduti per la guerra. Le scritte sui soliti cartoni parlano da sole: “avete scelto quello sbagliato da rimuovere”, “non era questo il cambiamento che volevamo” e “davvero siamo di nuovo qui?”, “siamo stufi di scrivere e disegnare su pezzi di cartone” accompagnano anche quelle più dirette sull’ex ministro della Difesa “ridateci Fedorov”, “Fedorov siamo con te”. Eloquente anche la scritta “se volete scambiare qualcuno, scambiate i prigionieri non Fedorov”, con accanto il giornalista e attivista per i diritti umani Maksym Butkevych che, brevemente, racconta a Valigia Blu di come sia appena tornato da un evento a Bruxelles per parlare proprio della prigionia di guerra (che lui stesso ha vissuto sulla propria pelle) e che oggi si ritrova nuovamente a protestare contro un sistema che non ne vuole sapere di funzionare correttamente. “Probabilmente è davvero il destino dell’Ucraina quello di lottare e scendere in piazza a far valere i propri diritti”, afferma. Tra la folla, colpisce in particolare la testimonianza di un ragazzo giovanissimo, figlio di un dipendente del ministero della Trasformazione Digitale – quindi cresciuto, in un certo senso, all’ombra dello stesso ambiente che ha lanciato la carriera politica di Fedorov. Il suo racconto offre paradossalmente una lettura più politica e meno emotiva della vicenda rispetto agli slogan sui cartelli. Secondo lui, e secondo quanto trapela anche da diversi ambienti politici vicini alla Rada, il consenso attorno a Fedorov non è populismo da piazza: è il riconoscimento di una competenza reale, di qualcuno capace di portare a termine riforme complesse – dalla ristrutturazione degli appalti militari alla campagna sui droni – in un apparato statale spesso paralizzato da lentezze burocratiche e resistenze interne. Un profilo raro, dice il ragazzo, nell’attuale classe dirigente ucraina, dove la retorica spesso supera i risultati concreti. Ma è proprio questa efficacia a rendere Fedorov scomodo agli occhi di Zelens’kyj. Il ragionamento – che circolerebbe non solo tra i giovani in piazza ma anche in ambienti politici più smaliziati – si regge su due pilastri. Il primo riguarda il discorso che ruota intorno alla vittoria: quando e se la guerra dovesse concludersi, e se questo dovesse accadere anche grazie ai risultati ottenuti da Fedorov alla Difesa – il merito politico rischierebbe di essere condiviso, se non addirittura assorbito, da lui piuttosto che dal presidente, complicando la costruzione di un’eredità politica tutta intestata a Zelens’kyj. Il secondo pilastro è più esplicitamente elettorale: un ministro così popolare, giovane e capace di mobilitare piazze intere in sua difesa potrebbe trasformarsi, nel giro di pochi anni, in un avversario credibile alle prossime elezioni – chiunque sia a indirle e qualunque sia il contesto in cui si terranno. In questa lettura, insomma, l’allontanamento di Fedorov non sarebbe soltanto la conseguenza delle tensioni con il comandante in capo Syrs’kyj o delle divergenze sulla gestione dell’esercito riportate dai media ucraini, ma anche il sintomo di un calcolo più freddo, di sopravvivenza politica, da parte di un presidente che guarda già al dopoguerra. Iscriviti alla nostra Newsletter Consenso all’invio della newsletter: Dai il tuo consenso affinché Valigia Blu possa usare le informazioni che fornisci allo scopo di inviarti la newsletter settimanale e una comunicazione annuale relativa al nostro crowdfunding. HP Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a : Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a [email protected] . Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it. Le crepe nelle istituzioni A dare ulteriore peso alla protesta, trasformandola da malcontento popolare a crepa interna alle stesse forze armate, è arrivata la notizia delle dimissioni del colonnello Pavlo Jelizarov, vicecomandante dell’Aeronautica ucraina e figura chiave nella guerra dei droni del paese. Jelizarov ha reso pubblica la sua decisione attraverso un post sul proprio profilo Facebook, dando come unica motivazione ufficiale la rimozione di Fedorov. Nella lettera di dimissioni, il colonnello ha definito l’ormai ex ministro l’iniziatore di “riforme strategiche nel campo della difesa aerea” e ha avvertito che bloccarle, allontanando chi le aveva concepite, “provocherà numerose vittime e distruzioni in Ucraina” a causa dell’aggressione russa con missili e droni. Jelizarov, che si era arruolato nelle forze armate ucraine fin dal primo giorno dell’invasione su vasta scala, il 24 febbraio 2022, ha inoltre precisato di non voler proseguire il servizio militare nemmeno nella riserva, definendo la rimozione di Fedorov “un grande male per la capacità di difesa del Paese”. Il suo gesto si aggiunge a quello di altri collaboratori stretti del ministro uscente – tra cui i consulenti Serhij Sternenko e Serhij “Flash” Beskrestnov. Anch’essi hanno annunciato la fine del loro incarico al ministero della Difesa a conferma di come la rimozione di Fedorov non venga percepita, da chi ha lavorato a stretto contatto con lui, come un semplice avvicendamento tecnico, ma come l’interruzione di un percorso di riforma che una parte consistente dell’establishment militare considerava vitale per la tenuta del Paese sotto attacco russo. Anche Mustafa Najem (ex capo dell’Agenzia statale per il ripristino e lo sviluppo delle infrastrutture dell’Ucraina, giornalista, figura di spicco di Euromajdan) ha commentato sul suo canale Telegram la rimozione di Fedorov: gli è grato per tutto quello che ha fatto, ma invita a non giudicare la vicenda solo sulla base di simpatie o antipatie personali perché la decisione, sostiene, ridistribuisce l’intera responsabilità politica all’interno della catena di comando della difesa, rendendo Zelens’kyj il diretto responsabile dei risultati futuri del settore. Sostituire un ministro in tempo di guerra può essere legittimo, ammette Nayem – ad esempio se non porta a termine i compiti, perde il controllo o non ottiene risultati. Ma nel caso di Fedorov, alla società non è stato ancora spiegato quali decisioni specifiche abbia fallito, con quali criteri sia stato valutato, e perché il suo mandato non potesse proseguire. La spiegazione ufficiosa data finora è il conflitto tra la leadership civile del ministero e il comando militare. Se questa è davvero la causa principale, osserva Nayem, allora il conflitto è stato risolto rimuovendo la parte civile, mentre l’altra parte – il comando militare – ha mantenuto intatte le proprie posizioni. E conclude: le conseguenze di questa scelta sono “molto più ampie di una singola nomina”. Il briefing di Fedorov e il voto in Rada Durante il briefing stampa tenuto poche ore dopo l’ondata di proteste , lo stesso Fedorov ha confermato un retroscena finora solo ipotizzato: Zelens’kyj gli avrebbe offerto il ruolo di consigliere presidenziale per restare comunque nella sua squadra, ma l’ex ministro avrebbe rifiutato. Nello stesso intervento, Fedorov ha ripercorso alcuni risultati del suo mandato che aveva precedentemente elencato in chiaro sui social. Interpellato sulle manifestazioni scoppiate in suo sostegno in tutto il paese, Fedorov ha scelto parole nette per prendere le distanze da qualsiasi lettura personalistica della protesta (video Suspilne): “Le persone non sono scese in piazza per Fedorov, sono scese in piazza per loro stesse. Non si tratta di me, adesso. Si tratta della radice del problema, che va risolta. È impossibile vincere con questa struttura”. E ha aggiunto, riferendosi al proprio ruolo istituzionale: “Non ho bisogno di questa posizione per essere il ministro della Difesa. Ho bisogno di questa posizione per VINCERE la guerra”. Zelens’kyj a fine giornata ha annunciato la nomina di Yevhen Khmara, capo ad interim del Servizio di sicurezza ucraino (SBU), a ministro della Difesa ad interim. "Una volta completate le necessarie procedure legali, chiederò ai parlamentari di appoggiare la nomina di Yevhen Khmara a ministro della Difesa", ha dichiarato Zelens’kyj. Khmara, scrive The Kyiv Independent, ha precedentemente diretto il Centro per le Operazioni Speciali Alpha dell'agenzia, che ha svolto un ruolo chiave nella campagna di attacchi a lungo raggio dell'Ucraina contro la Russia, tenendosi però lontano dai riflettori. Il presidente ha dichiarato che Khmara ha acquisito "un'esperienza vasta e, per molti versi, senza precedenti" nella conduzione di operazioni di attacco tecnologico, aggiungendo che la difesa ucraina dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo di capacità a lungo raggio, una delle aree chiave promosse da Fedorov durante il suo mandato. Khmara è noto per aver guidato l'operazione per la liberazione dell'Isola del Serpente. A gennaio, Zelens’kyj lo aveva nominato capo ad interim dell'SBU dopo le dimissioni di Vasyl Maliuk, che si è concentrato sulle operazioni contro la Russia. Immagine in anteprima: Claudia Bettiol


