Ucraina, Gallagher: non dimentico chi ha perso tutto. Lavoriamo insieme per la pace
itIntervista con l’arcivescovo segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali al termine della sua missione in Ucraina. “Ho visto persone coraggiose, tenaci e resilienti, disposte a soffrire per la libertà e per la pace. Anche noi, con i nostri strumenti, siamo chiamati a lottare e a fare il possibile in questo senso”, dice. E su una eventuale visita del Papa: “Con tempi e modalità che siano il più possibile fruttuose” Roberto Paglialonga - Inviato a Cracovia La chiusura della missione in Ucraina è una lunga giornata di viaggio per l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali della Santa Sede, quasi 900 km in macchina da Kyiv fino a Cracovia, passando per Leopoli. In sei giorni di permanenza nel Paese, colpito dal 2014 dalla guerra, poi intensificatasi con l’invasione russa su vasta scala del febbraio 2022, tanti sono stati gli incontri di carattere politico istituzionale ed ecclesiale, ma anche pastorale. Scopo del viaggio erano infatti principalmente le celebrazioni per il 35° anniversario della riapertura delle strutture della Chiesa cattolica latina nel santuario mariano di Berdychiv, che si sono svolte davanti a migliaia d fedeli domenica 19 luglio. Gallagher, inviato di Papa Leone per questa speciale occasione, ha potuto toccare da vicino la sofferenza della gente, la stanchezza, così come pure, d’altro canto, la voglia di ripartire, il desiderio profondo di arrivare presto a una pace giusta, la tensione verso il ritorno a una vita il più possibile normale. Con i media vaticani, al seguito della missione, il presule – poco prima di ripartire da Cracovia per Roma – traccia un bilancio di questa esperienza, riflettendo anche su ciò che la Santa Sede potrà fare per perseguire ogni condizione che sia di aiuto alla popolazione, che favorisca la fine delle ostilità e contribuisca alla ricostruzione di un clima di concordia. Ma ne viene fuori anche una fotografia su ciò che, personalmente, lo ha colpito di più. Eccellenza, siamo al termine della sua missione, pastorale e diplomatica, in Ucraina iniziata giovedì scorso. Sono stati incontri e giornate molto intensi. Lei era già venuto nel 2022, a pochi mesi dallo scoppio della guerra, ed è tornato dopo oltre 4 anni e mezzo di ostilità. Che Paese ha trovato e quali sentimenti ha potuto raccogliere? Mi faccia per prima cosa ringraziare chi ha reso possibile la mia visita: il Signore anzitutto, che ci ha guidato; poi naturalmente le autorità ucraine, che ci hanno accolto al confine e agevolato in tutti i modi garantendoci la sicurezza; la Chiesa greco-cattolica e la Chiesa latina; nonché ovviamente il nunzio, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, e i suoi collaboratori, che ci hanno ospitato e aiutato in tutti i giorni di permanenza. Venendo alla domanda, la mia visita – come ha detto anche lei – aveva appunto due scopi, pastorale e diplomatico. In particolare sono stato inviato per le celebrazioni di Berdychiv, che cadevano anche in occasione del 25° anniversario della visita di Giovanni Paolo II. E ho riscontrato in generale uno spirito comunitario e di festa molto forte, molta devozione, molta intensità che spinge la gente a rivolgersi sempre di più verso Dio per implorare il suo aiuto. A livello diplomatico, abbiamo avuto contatti con le autorità, il ministro degli Affari esteri ad interim e il presidente Volodymyr Zelensky, e abbiamo raccolto diverse testimonianze riguardo la sofferenza della popolazione. E’ indubitabile: si nota visibilmente la stanchezza del popolo per tutta questa violenza. Allo stesso tempo, però, si riscontra un popolo determinato, resiliente, cosciente dei tanti sacrifici fatti da parte dei cittadini a favore del Paese. Francamente mi ha colpito e toccato molto il coraggio delle persone e la loro determinazione, e così anche la loro fede in Dio Padre. E una determinazione, direi, nel voler vivere una vita quanto più possibile normale: portare avanti il proprio lavoro, curare i propri bambini, avere attenzione per gli anziani, cercare di promuovere uno spirito di solidarietà tra chi ha sofferto sotto i bombardamenti. Sono rimasto impressionato dalla loro nobiltà d’animo e dalla loro risolutezza nel voler conservare la propria libertà e la propria indipendenza. Incontro con le autorità civili a Leopoli Domenica è stato nel santuario di Berdychiv per la celebrazione della festa della Beata Vergine del Carmelo. C’erano migliaia di persone, arrivate lì nonostante le difficoltà, della guerra ma anche personali: molti gli anziani e i disabili. Che significato ha tutto questo, in un momento di guerra come quello che si vive? Anzitutto è stato interessante vedere e sperimentare la devozione che questo popolo ha per la Madonna. Berdychiv è un santuario storico, dove i pellegrini si recano da moltissimi anni: dunque in un momento di difficoltà e prova essi trovano qui una roccia alla quale aggrapparsi. Per loro, poi, era importante esserci anche perché negli ultimi anni – a causa della guerra – non era stato possibile celebrare la messa sulla spianata, ma solo all’interno della chiesa. Qui entravano solo poche decine di persone. Invece, domenica, sul prato erano in migliaia, gioiosi, riconoscenti per la presenza di un rappresentante del Papa, di cui hanno potuto sentire la vicinanza, ma anche molto concentrati sulla preghiera e sull’atto di devozione che stavano compiendo verso la Madre di Dio, pieni di speranza sul fatto che la sua intercessione possa effettivamente porre termine a questa guerra terribile. Giovani donano a Gallagher una icona della Madonna Toccanti durante la missione sono state le visite ai luoghi bombardati, al memoriale di Maidan, alle persone che in qualche modo hanno subito perdite familiari e danni materiali alle abitazioni. Nel 2022 lei visitò anche Bucha, Irpin, Vorzel. La domanda è: com’è possibile sopportare tutto questo per così tanto tempo? Lei nella sua omelia a Berdychiv ha parlato del potere del Male e della presenza del Maligno… L’arma della fede ha sostenuto queste persone. Tra l’altro, loro sono certi di combattere – e lo dicono apertamente – non solo per l’Ucraina, ma anche per tutta l’Europa. Credo che si sentano di non avere alternative, è una battaglia per la sopravvivenza di una nazione. Certo, sappiamo che tra alcuni ci sono diatribe su diversi aspetti storici alla base di una posizione o dell’altra. Ma la realtà di oggi è che questo Paese vorrebbe continuare ad essere ciò che è stato prima della guerra, e per questo sono disposti a soffrire. E’ terribile vedere e conoscere quanti morti ci sono stati, vedere le foto di tante persone, delle quali spesso ancora non si conosce il destino – se siano ancora vive oppure no, o dove si trovino eventualmente le loro salme –, affisse nei memoriali. Colpisce il cuore di tutti noi. Ma con questi monumenti vogliono esprimere testimonianza al coraggio dei soldati, solidarietà a chi soffre sotto bombe, missili e droni: mi rendo conto, è difficile concepire per noi, che viviamo in pace, come ogni notte ci sia la possibilità di non svegliarsi al mattino per un eventuale bombardamento, ogni giorno pensare che quello potrebbe essere l’ultimo… E’ difficile, sembra impossibile da comprendere, eppure è la realtà. L'arcivescovo Gallagher a uno dei memoriali delle vittime a Kyiv Quali sono i risultati dei suoi incontri a carattere politico-istituzionale? E quali rimangono le sfide che la Santa Sede può raccogliere e cercare di portare avanti in concreto? Nei contatti con le autorità abbiamo notato grande riconoscenza nei confronti del Santo Padre, dei suoi appelli e delle sue parole, e questo ci fa piacere. Si sentono sostenuti dalla vicinanza ora di Papa Leone, e prima di Papa Francesco. Ciò aiuta anche noi della Santa Sede a continuare a rinnovare il nostro impegno per parlare con la comunità internazionale e le autorità russe, nonché per continuare le missioni umanitarie, come quella del cardinale Matteo Maria Zuppi, che è al lavoro per il ritorno dei bambini, dei prigionieri e dei civili. La mia è un’esperienza molto positiva, che – al di là dello sforzo logistico e temporale per arrivare – mi ha consentito di toccare con mano la realtà del mondo. Perché questo è ciò che dobbiamo ricordare: non dappertutto si vive come in Italia o nella mia Inghilterra. C’è una realtà oscura, tenebrosa nel mondo di oggi. Non possiamo cedere, e in un certo senso dobbiamo lottare anche noi, facendo la nostra parte con gli strumenti che abbiamo a disposizione, per portare la pace. In molti le hanno chiesto quando verrà il Papa a visitare la “martoriata” Ucraina. Che risposta può dare? Quasi tutti quelli che ho incontrato me lo hanno chiesto. La mia risposta è molto semplice. Il Santo Padre prende molto seriamente questo invito, da parte nostra studieremo le condizioni per individuare i tempi e le modalità che siano il più possibile fruttuose, per l’Ucraina e per la pace nel mondo. Ma lei intravede una speranza che si possa arrivare a breve termine almeno a un cessate-il-fuoco tra le parti? Io ho visto in questi giorni molta determinazione da parte ucraina nel voler e poter lavorare in questo senso. E’ per me un po’ difficile dire adesso se vi si possa arrivare in tempi stretti: ma dobbiamo operare in questa direzione. Poi come abbiamo visto al santuario di Berdychiv – e appreso dalla storia passata di questo luogo di straordinaria devozione mariana, e famoso per decine di guarigioni – non dobbiamo nemmeno escludere qualche miracolo. Momenti della messa al santuario di Berdychiv Le vorrei chiedere alla fine una suggestione personale. Che cosa porta idealmente nella sua valigia, di ritorno a casa, dopo questo viaggio? Quale immagine, quale istantanea? Sì, è l’immagine delle palazzine e delle case bombardate. Le abbiamo visitate in un quartiere di Kyiv, a Bratstva Tarasivtsiv Street, assieme alle autorità locali e ai responsabili dell’Unhcr. Ci siamo resi conto, e mi sono reso conto in prima persona, di quanta differenza faccia vedere dei fotogrammi alla televisione, come ne vediamo tanti ogni giorno, e invece andare fisicamente in questi luoghi dove fino a pochi giorni prima vivevano delle famiglie e delle persone come noi. Quando vedi attorno a te la gente spaesata e disperata che viveva lì e ha perso tutto, i loro volti, le loro espressioni, ma anche, nei loro occhi, la speranza dignitosa di giorni migliori… queste sono immagini che ti rimangono dentro per sempre. Palazzine civili colpite dai missili russi a Kyiv