DAGLI USA | “Carlson lancia il terzo partito, ma se vuole che funzioni ascolti Kennedy”
UsaTucker Carlson, principale accusatore del tradimento politico di Trump, ha lanciato il "manifesto" di un terzo partito. Il sistema è sempre più in crisi GRASS VALLEY (California) – Ho passato un’ora e mezza davanti alla diretta, aspettando qualche notizia che però non è arrivata. Tucker Carlson aveva promosso la trasmissione da giorni, e in molti si aspettavano l’annuncio della nascita di un terzo partito. Invece si è fermato un passo prima, presentando il suo manifesto in dieci punti come la fondazione di “qualunque cosa venga dopo”. POST-IT | La palingenesi globale dei dem e il campo largo italiano La cosa interessante, però, non è il manifesto in sé. È che, scorrendo la lista punto per punto, ci si può anche trovare d’accordo con quasi tutto. E so per certo che sarebbero d’accordo anche persone con cui non condivido nulla: gente di sinistra, gente repubblicana, gente che solo tre anni fa considerava Carlson il più acerrimo nemico. Su nove punti su dieci, in questo Paese, l’accordo esiste già. Il disaccordo comincia quando si passa dalla diagnosi ai rimedi e alla loro attuazione. PATRIOT USA, 65% DELLE SCORTE CONSUMATO | "Iran e Indo-Pacifico lasciano l'Ucraina senza difese" I dieci punti sono una buona radiografia dell’umore americano. La legge deve valere per i presidenti e per gli agenti federali come vale per chiunque altro: Carlson lo riassume nella formula della “classe Epstein”, quelli che comprano l’impunità. L’America deve tornare a produrre invece che a speculare. Le città dovrebbero diventare di nuovo belle. Gli archivi classificati vanno aperti. Occorre tornare a fare figli. A scuola si dovrebbe spiegare come funziona un mutuo (per imparare così a non indebitarsi con banche e carte di credito), e non soltanto cosa c’è dentro una cellula. SCENARIO USA | Trump vs. el Sayed, il tycoon unisce i dem e prepara la sua sconfitta a novembre Poi c’è il materiale più controverso, che va citato esplicitamente: Israele avrebbe spinto gli Stati Uniti nella guerra con l’Iran “con la corruzione, con la minaccia, o entrambe”; l’immigrazione va fermata del tutto finché non saranno chiari gli effetti dell’intelligenza artificiale sul lavoro; l’inglese dovrebbe essere l’unica lingua dei documenti e delle schede elettorali federali. Nel materiale che ha preceduto la diretta compare anche l’inciso secondo cui le differenze naturali tra le persone esistono, “anche tra le razze” – detto di sfuggita, è il modo in cui queste cose si comunicano. Il lettore italiano vorrà sapere se da qui nasce un partito. La risposta è no (personalmente penso che ciò sia difficile), e la ragione appare strutturale prima che morale o ideologica. L’America non produce partiti; essi sono invece il luogo di rispettive scalate. In un sistema di collegi uninominali a turno unico, un partito nuovo non conquista seggi: spacca una coalizione esistente e consegna la vittoria esattamente a coloro che quella coalizione detestano di più. Ogni americano che ci ha provato lo impara nel giro di un ciclo elettorale. L’energia viene quindi dirottata altrove, e il meccanismo è di una regolarità impressionante. I “Know Nothings”, negli anni Cinquanta dell’Ottocento, corsero su una protesta reale e non vennero assorbiti dalle coalizioni del dopoguerra civile: si disgregarono semplicemente e i loro membri presero strade diverse, e molti degli antischiavisti confluirono nel nuovo Partito repubblicano. Huey Long (Share Our Wealth) non arrivò mai vicino alla Casa Bianca, ma la paura di Long spostò Roosevelt di parecchi gradi verso sinistra su tasse e pensioni. Ross Perot prese il 18,9 per cento del voto popolare e nessun grande elettore; nel giro di dieci anni le sue posizioni su deficit e commercio erano diventate dotazione standard del Partito repubblicano. Il Tea Party e i Democratic Socialists of America hanno imparato la lezione e hanno saltato del tutto la fase del terzo partito: si sono presentati alle primarie, hanno battuto gli uscenti e hanno esercitato la loro influenza attraverso candidature e primarie democratiche, ossia incidendo strategicamente sui due partiti esistenti senza costruire un concorrente nazionale. Da ultimo, Robert Kennedy Jr si è candidato da indipendente, ha ricevuto la telefonata di Trump e ha barattato la sua coalizione con il Dipartimento della Salute (MAHA – Make America Health Again). Comunque si giudichi quello scambio, era l’unica moneta che il suo movimento avesse in tasca. Esiste un solo controesempio a confermare la regola. Il Partito repubblicano del 1860 vinse perché la schiavitù aveva reso impossibile la convivenza dentro il Partito Whig: whig del Nord e whig del Sud non potevano più collaborare e i democratici erano divisi. Insomma, non la dimostrazione che ogni terzo partito possa diventare maggioritario, quanto il prodotto di una vera e propria frattura nazionale di natura eccezionale. Niente, oggi, raggiunge quella soglia. In questo momento la politica estera è la ferita aperta attorno alla quale tutta questa operazione di Carlson è costruita. Ma guardiamo che fine ha fatto l’uomo che più di tutti questa ferita ha procurato. Thomas Massie, che si era opposto alla guerra con l’Iran e che più di tutti aveva spinto per la pubblicazione dei files Epstein, ha perso le primarie del 19 maggio contro uno sfidante sostenuto da Trump, 54,9 a 45,1, in quella che è stata definita la primaria della Camera più costosa della storia americana: oltre 32 milioni di dollari solo in pubblicità. 32 milioni di dollari senza spaccarsi su Israele e serrando i ranghi. C’è poi un’assenza che pesa più di tutti i dieci punti messi insieme: nessuno di essi tocca il “denaro” e il “capitale”. Il primo punto nomina un’élite che compra la propria impunità; il decimo indica lo straniero. In mezzo, sui proprietari reali di questo Paese, non si dice nulla. Ed è qui che ho il mio sospetto: un movimento che comincia nominando l’oligarchia e finisce nominando l’immigrato rischia di essere tollerato proprio perché ha accettato, senza accorgersene (spero di sbagliarmi), di lasciare in pace l’oligarchia. Il manifesto avrà probabilmente successo. Ma non come partito. Funzionerà come una lettera di riscatto recapitata al Partito repubblicano: adottate queste posizioni o perdete questi elettori. Anche questo è potere politico. È l’unica cosa che i terzi partiti americani abbiano mai avuto, e le persone attorno a Carlson sono abbastanza esperte da saperlo, qualunque cosa dicano davanti alla telecamera. Quel che resta è la domanda che sta sotto tutti e dieci i punti: che cosa significa essere americani? Non è una domanda retorica. Nessun partito può rispondere, nessun programma l’ha mai contenuta. È la domanda se un popolo sappia ancora riconoscersi come popolo, ed è per questo che continua a riaffiorare nella politica americana come una richiesta cui nessuna istituzione è stata finora capace di dare risposta. — — — — Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente. SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

