Trump prepara il discorso alla nazione: guerre, Nato, elezioni
Esteridi Massimo Gaggi Donald mira a «vendere» l’intervento sul sistema di voto Donald Trump, si sa, non è il tipo da accettare una sconfitta elettorale. Lo ha detto più volte lui stesso: l’America vuole lui, i democratici possono vincere solo con una frode. Così, viste le previsioni sulla probabile sconfitta repubblicana alle elezioni di midterm del 3 novembre, c’è chi teme tentativi di Trump di sospendere il voto: per la guerra con l’Iran o un’emergenza terrorismo, col presidente che conferma di essere bersaglio delle vendette di Teheran. Con Trump meglio non escludere mai nulla, ma l’intensità dei suoi sforzi per interferire sul processo elettorale fa ritenere che lui, consapevole che non andare al voto sarebbe un fatto abnorme, preferisca puntare su un successo (o un danno limitato) alle urne da ottenere intervenendo su vari aspetti della consultazione: ammissibilità dei voti postali, sistemi di scrutinio e uso di macchine elettroniche per contare le schede, modifica dei requisiti richiesti a un cittadino perché possa registrarsi come elettore in modo da alterare la platea dei potenziali votanti. Importante, per capire meglio le sue intenzioni, il discorso televisivo agli americani che Trump farà oggi, nel prime time serale (le tre di notte italiane). Come sempre maestro di comunicazione, il leader ha promesso annunci clamorosi senza entrare nel merito. Ma ha fornito qualche indizio, dicendo che tra le tante questioni aperte, dall’Iran alla Nato e all’Ucraina, la più importante è il modo di votare perché «senza un sistema elettorale corretto non esiste più l’America». Lo ripete da tempo e fin da quando si è insediato alla Casa Bianca ha cercato di mettere le mani sul sistema elettorale, spingendo gli Stati repubblicani a modificare le mappe dei collegi (quelle andate in porto garantiranno almeno dieci seggi in più alla destra) e varando gli ordini esecutivi presidenziali di marzo e aprile. Una raffica di misure (come la limitazione del voto postale anche imponendo al Post Office di consegnare le schede solo ai destinatari che compaiono su nuovi registri di elettori da compilare su indicazione presidenziale) che, se attuate, avrebbero stravolto e «nazionalizzato» un sistema elettorale la cui organizzazione è affidata dalla Costituzione esclusivamente ai singoli Stati, proprio per bilanciare il potere centrale. Gli interventi di Trump sono stati in gran parte bloccati dai tribunali e di recente anche la Corte Suprema ha bocciato un intervento sui voti postali evidentemente incostituzionale. Ma il presidente non si è fermato: ha di fatto smantellato l’Eac, la commissione indipendente (e bipartisan) che sorveglia il processo elettorale, ha spinto il ministero della Giustizia a denunciare decine di Stati (anche repubblicani) che si sono rifiutati di consegnargli le loro liste di elettori coi relativi dati personali e ha creato le premesse per contestare l’esito del voto nominando un suo fedelissimo a capo di una nuova autorità contro le frodi elettorali. APPROFONDISCI CON IL PODCAST Intanto, continua a incalzare il Congresso chiedendogli di approvare una legge, il Save Act, che imporrebbe di presentare passaporto o certificato di nascita per registrarsi al voto: una norma contestata anche da molti repubblicani perché nell’America rurale che vota a destra molta gente quei documenti non li ha, mentre tante donne sposate (in America prendono legalmente il cognome del marito) rischiano di non poter provare la loro identità. Ora pare che Trump voglia attaccare soprattutto sulle macchine elettorali, provando a imporre requisiti impossibili da soddisfare con le tecnologie attuali. Rilanciando, poi, l’accusa di elezioni truccate nel 2020. Pam Bondi alla Giustizia e Tulsi Gabbard ai servizi segreti non hanno trovato elementi a sostengo delle sue tesi. Messe alla porta, sono state sostituire da fedelissimi ancor più spregiudicati.

