Trump accusa la Cina, ma i documenti che ha declassificato sulle elezioni inchiodano la Russia
Post8 min lettura Il tuo browser non supporta l’audio. Il 16 luglio la Casa Bianca ha pubblicato online centinaia di documenti segreti dei servizi di informazione americani, resi accessibili a tutti per ordine del presidente. Quel giorno Donald Trump è andato in televisione a spiegare cosa proverebbero: che le elezioni americane sono esposte a manomissioni e che la Cina ha rubato i dati di 220 milioni di elettori. La pagina che li ospita si intitola Election Integrity ed è divisa in quattro capitoli: le macchine con cui si vota e si contano le schede, i dati elettorali finiti a Pechino, un'indagine su registrazioni fraudolente in Michigan, gli stranieri iscritti nelle liste elettorali. Nel testo che accompagna quei documenti la Russia è nominata una volta sola, e di sfuggita: in un elenco di paesi che avrebbero la capacità di attaccare i sistemi elettorali americani. Nessuna operazione russa, nessun nome. La protagonista è la Cina. Dentro i documenti il rapporto è rovesciato. Le carte parlano della Russia Il documento più importante del gruppo è una valutazione del 19 agosto 2020 firmata dal National Intelligence Council. È l'ufficio che mette insieme le analisi di tutte le agenzie di intelligence americane e ne ricava una posizione comune: quando scrive qualcosa, quella è la conclusione ufficiale dei servizi statunitensi. Il documento dice che alcuni uomini al servizio di Mosca lavoravano per far perdere Joe Biden e far vincere Trump. Non è una deduzione dei giornali, è la frase che c'è nel testo. Attorno c'è il resto della ricostruzione: Vladimir Putin e i suoi principali collaboratori dirigevano l'operazione; l'obiettivo era diffondere accuse di corruzione contro Biden e far scoppiare uno scandalo nelle settimane decisive della campagna. I due nomi che compaiono sono noti. Andrii Derkach è un deputato ucraino filorusso che tre settimane dopo quel documento il Tesoro americano ha colpito con sanzioni, definendolo un agente russo attivo da più di dieci anni. Konstantin Kilimnik è l'uomo che la commissione Intelligence del Senato, in un'indagine condotta insieme da democratici e repubblicani, ha indicato come ufficiale dei servizi segreti russi. Nello stesso documento c'è una tabella che mette a confronto quello che Russia, Cina e Iran avevano effettivamente fatto. Secondo l'agenzia Associated Press, che l'ha esaminata, un solo paese risulta segnato alla voce che riguarda gli attacchi ai sistemi elettorali, ed è la Russia. Per la Cina la casella indica tentativi esplorativi e nessun attacco osservato. L'unica volta che qualcuno è entrato davvero Nelle carte una violazione vera dei sistemi elettorali americani c'è, ed è russa. È del 2016 ed è la stessa ricostruita dal Senato: i sistemi di tutti e cinquanta gli stati furono presi di mira, e in Illinois gli hacker russi entrarono davvero nell'archivio delle registrazioni, arrivando a 200.000 schede anagrafiche, con nomi, indirizzi e frammenti di codice fiscale e patente. Un secondo Stato, di cui il rapporto non fa il nome, fu violato allo stesso modo. Il punto interessante è cosa non fecero. Il Senato scrive che avrebbero potuto cancellare o modificare quei dati e che non risulta lo abbiano fatto. Interrogati dai senatori, i tecnici del Dipartimento per la Sicurezza Interna, il ministero che negli Stati Uniti si occupa anche di protezione informatica, hanno detto che la spiegazione più probabile è un'altra: l'obiettivo non era cambiare i voti, era far sapere di essere entrati e togliere fiducia al risultato. C'è una distinzione da tenere ferma, perché su quella si gioca tutto il resto. Una cosa è l'influenza: propaganda, notizie false, campagne sui social per far perdere consenso a un candidato. Un'altra è l'interferenza vera e propria: entrare nei computer che contano i voti e cambiare i numeri. Le carte declassificate documentano la prima, in abbondanza, e la attribuiscono al vertice dello Stato russo. Della seconda non c'è traccia, per nessun paese. Chi presenta questi documenti come la prova che un'elezione americana è stata manomessa sta dicendo l'opposto di quello che vi è scritto. Sulla Cina i documenti dicono che non successe niente Il capitolo cinese non è inventato e conviene guardarlo per intero prima di discuterlo. Si regge su informazioni raccolte dalla Central Intelligence Agency: nel 2018 la linea del Partito comunista cinese sarebbe stata sfruttare chiunque fosse ostile a Trump per fargli perdere voti o impedirgli un secondo mandato, mettergli contro i grandi imprenditori americani e pagare giornalisti per articoli sfavorevoli. Nel lavoro dei servizi segreti ci sono due tipi di carta, e la differenza fra i due nel discorso non compare. Ci sono le informazioni grezze, che arrivano da una fonte e non sono state controllate: possono essere vere, false o interessate. E ci sono le valutazioni, che nascono quando gli analisti confrontano quelle informazioni fra loro, le pesano e decidono cosa reggerebbe in una discussione. Il materiale sulla Cina del 2018 appartiene al primo tipo. Presentarlo come se fosse una conclusione dei servizi è il passaggio su cui si regge l'intera accusa di Trump. Le valutazioni vere dicono un'altra cosa, e la ripetono tre volte. Nell'agosto 2020: Pechino preferiva che Trump perdesse, ma non intendeva muoversi per condizionare il voto. Nell'ottobre 2020, con la spiegazione del perché: i dirigenti cinesi davano Trump per sconfitto e non ritenevano utile correre rischi per un risultato che consideravano già acquisito. E nel marzo 2021, nel documento riassuntivo sulle elezioni, dove la conclusione è che la Cina non mise in campo alcuna operazione di interferenza. C'è un ultimo dettaglio che ribalta l'accusa. Una nota della CIA dell'estate 2020 segnala che gli hacker cinesi stavano attaccando qualcuno, ma quel qualcuno era la campagna elettorale di Biden, probabilmente per raccogliere informazioni da usare in futuro; e chiude scrivendo che la Cina non aveva al momento intenzione di intervenire di nascosto per cambiare l'esito del voto. L'unica attività cinese documentata nel 2020 era rivolta contro l'avversario di Trump. Restano i 220 milioni di schede elettorali finite a Pechino. Il testo della Casa Bianca dice che sono state comprate, rubate o hackerate, e la prima parola cambia il senso della frase: negli Stati Uniti le liste elettorali sono in gran parte pubbliche, si possono acquistare, e partiti e comitati elettorali lo fanno regolarmente per sapere a chi mandare la posta. Nessuno dei documenti mostra che quei dati siano serviti a modificare un voto. Iscriviti alla nostra Newsletter Consenso all’invio della newsletter: Dai il tuo consenso affinché Valigia Blu possa usare le informazioni che fornisci allo scopo di inviarti la newsletter settimanale e una comunicazione annuale relativa al nostro crowdfunding. HP Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a : Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a [email protected] . Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it. L'accusa di insabbiamento Il discorso di Trump sostiene che dentro le agenzie qualcuno abbia nascosto le prove dell'ingerenza cinese, tenendole all'oscuro degli americani e della presidenza. L'accusa non nasce dal nulla, e liquidarla senza guardarla sarebbe un favore a chi la fa. Nel gennaio 2021 Barry Zulauf, il funzionario incaricato di raccogliere le lamentele degli analisti quando ritengono che il loro lavoro venga distorto, consegnò al Senato un rapporto di quattordici pagine. Vi scriveva che nelle agenzie si era diffusa la sensazione che l'analisi sulle interferenze elettorali venisse piegata alla politica, e che gli analisti che si occupavano di Cina sembravano esitare a definire indebite le mosse di Pechino, perché quella conclusione contraddiceva la linea dell'amministrazione. Lo stesso rapporto però dice anche il contrario, e questa parte non viene mai citata. Gli analisti che si occupavano di Russia lamentavano che i superiori ammorbidissero le loro conclusioni e alzassero invece il livello della minaccia cinese. Zulauf concluse che la pressione arrivava da entrambe le parti e che la responsabilità non era dei dirigenti né degli analisti, ma del clima politico del paese. Poi ci sono due fatti che rendono difficile parlare di insabbiamento. Il primo: la tesi minoritaria sulla Cina non è mai stata nascosta, è finita dentro il documento pubblicato nel marzo 2021, quello che conclude che la Cina non interferì. Il secondo: a sostenerla in pubblico era John Ratcliffe, nominato da Trump a capo di tutti i servizi segreti americani, che nell'autunno 2020 la difese apertamente e che oggi dirige la CIA. Nella stessa direzione va l'osservazione di Mark Warner, vicepresidente della commissione Intelligence del Senato: le cose che oggi vengono denunciate come occultate risalgono ad anni in cui al vertice dei servizi c'erano persone nominate dallo stesso Trump. Le stesse frasi, nelle stesse settimane Il paragrafo finale della pagina della Casa Bianca lamenta le decine di milioni di schede che circolerebbero per posta senza controllo. È un argomento con una storia, e la storia sta negli archivi dello stesso governo americano. Il 3 settembre 2020 l'ufficio analisi del Dipartimento per la Sicurezza Interna mandò a polizie e amministrazioni locali un documento in cui affermava, con un alto grado di certezza, che da mesi la propaganda russa attaccava il voto per posta: sosteneva che le liste elettorali vecchie avrebbero fatto arrivare schede a persone senza diritto, e che milioni di schede sarebbero rimaste in giro senza controllo, esposte a manomissioni. Il Washington Post notò allora che quelle frasi erano quasi identiche a cose che il presidente e il ministro della Giustizia ripetevano da mesi. Qui conviene fermarsi un passo prima di quello che i documenti consentono di dire. Le carte registrano una sovrapposizione di contenuti, non un accordo: nessun documento fra quelli pubblicati mostra un contatto fra gli operatori russi e la campagna elettorale di Trump sul tema delle schede postali. Anche solo la sovrapposizione, però, basta a spiegare perché un discorso sulle ingerenze del 2020 possa preferire non nominare la Russia. Nominarla significherebbe ricordare che i servizi americani ritennero Mosca impegnata a favore della vittoria di Trump, e che alcuni argomenti della sua campagna erano gli stessi della propaganda russa. C'è un ultimo elemento, e riguarda proprio l'insabbiamento. Dopo la diffusione di quel documento il ministro dell'Interno di allora annunciò che il dipartimento lo stava rivedendo, e la CBS accertò che poche settimane prima ne era stato bloccato un altro, sulle operazioni russe contro Biden, con una motivazione ufficiale che citava la qualità delle fonti. L'unico caso accertato di un documento sulle ingerenze elettorali fermato prima di uscire riguarda la Russia, ed è avvenuto sotto l'amministrazione che oggi chiede indagini per documenti occultati. A cosa serve tutto questo Il giorno dopo il discorso la Casa Bianca ha risposto alle critiche sostenendo che il presidente non aveva parlato delle elezioni passate, ma di vulnerabilità che esistono oggi e che gli avversari hanno la capacità e l'intenzione di sfruttare. È una posizione che nessuno può smentire, ed è il punto in cui conviene guardare bene. Dire che le elezioni del 2020 furono rubate è un'affermazione che si può smentire, ed è stata smentita: i ricorsi sono stati respinti dai tribunali in Pennsylvania, Arizona, Michigan, Nevada e Georgia. Dire che i sistemi elettorali sono vulnerabili è invece un'affermazione vera e che nessuno potrà mai smentire, perché non esiste un controllo capace di dimostrare che un sistema informatico sia inattaccabile. Il vantaggio politico però è lo stesso di prima: se il sistema è fragile, qualunque sconfitta si può mettere in discussione. Nel frattempo l'amministrazione ha rimosso i membri della commissione elettorale federale, l'organismo composto in parti uguali da democratici e repubblicani che controlla e certifica le macchine per il voto. Ha tagliato i fondi all'agenzia che aiutava i funzionari elettorali locali a difendersi dagli attacchi informatici. Ha sciolto la squadra dell'FBI che si occupava di operazioni di influenza straniera. La legge di riforma del voto che chiede al Congresso, il SAVE America Act, che imporrebbe di dimostrare la cittadinanza con un documento per potersi registrare, è ferma al Senato, e l'archivio federale su cui dovrebbe basarsi quella verifica è stato bloccato da un giudice, che lo ha ritenuto troppo impreciso e a rischio di cancellare elettori legittimi. Alle elezioni di metà mandato, quelle che rinnovano il Congresso, mancano meno di quattro mesi. Nel gennaio 2020 il National Intelligence Council aveva messo per iscritto un avvertimento: quasi nessuno sa come funziona davvero l'organizzazione di un'elezione, ed è per questo che le voci false attecchiscono; e se si diffonde la notizia che i sistemi sono stati violati, la fiducia nel risultato crolla anche quando nessun voto è stato toccato. Era lo stesso obiettivo che i tecnici americani attribuivano agli hacker entrati in Illinois nel 2016. Sei anni dopo, per ottenerlo non serve più violare un sistema elettorale: basta una conferenza stampa del presidente degli Stati Uniti. Immagine in anteprima: Dario De Leonardis


