
Durante la notte, presso il carcere di Bancali a Sassari, si è verificato un grave incidente che ha portato alla morte di un detenuto. Secondo le prime ricostruzioni fornite dai sindacati della polizia penitenziaria, l'uomo avrebbe appiccato volontariamente il fuoco all'interno di una cella situata nel reparto ospedaliero dell'istituto.
Le informazioni raccolte dai vari organi di stampa riportano i seguenti dettagli sulla dinamica del rogo:
L'intervento dei reparti di soccorso ha permesso di domare le fiamme senza la necessità di evacuare gli altri detenuti. Durante l'operazione, cinque agenti della polizia penitenziaria sono rimasti leggermente ustionati e intossicati, venendo trasportati al pronto soccorso dell'ospedale Santiissima Annunziata.
La Procura di Sassari ha aperto un'inchiesta per accertare le responsabilità e le circostanze precise del fatto. Il sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) e la Uil Fp hanno fornito dettagli sulla ricostruzione dei fatti, sottolineando che il detenuto non avrebbe manifestato segnali di agitazione prima dell'incendio.
Parallelamente all'evento, il dibattito pubblico ha riportato in primo piano le criticità del sistema carcerario italiano, con particolare riferimento ai problemi di sovraffollamento e alla difficoltà di garantire i servizi sanitari e rieducativi previsti dalla Costituzione.

Sassari, appicca il fuoco e muore. Nuova «vittima» del carcere di Bancali
ItaliaUn detenuto di 35 anni si è dato fuoco nel carcere di Bancali, a Sassari, dopo anni di abbandono e mancanza di cure psichiatriche. La sua morte espose le condizioni disumane e il sovraffollamento che caratterizzano l’istituto, già segnalato da sindacati e associazioni.

Carcere di Sassari, un detenuto di 72 anni è morto carbonizzato in un incendio
FattiAvrebbe appiccato lui le fiamme in una cella del reparto ospedaliero dell’istituto e avrebbe perso i sensi a causa delle esalazioni. Il rogo è stato domato, non sarebbe stata necessaria l’evacuazione degli altri detenuti false false Un detenuto di 72 anni è morto carbonizzato nel carcere di Bancali a Sassari, in Sardegna. Avrebbe appiccato lui l’incendio in una cella del reparto ospedaliero dell’istituto penitenziario e avrebbe perso i sensi a causa delle esalazioni di fumo. Sarebbe poi stato avvolto dalle fiamme. Cinque carabinieri sono rimasti leggermente ustionati e intossicati e sono stati ricoverati al pronto soccorso dell’ospedale Santissima Annunziata. Con l’intervento dei vigili del fuoco le fiamme sono state limitate alla zona del piccolo reparto ospedaliero e, secondo quanto riporta Ansa, non ci sarebbe stato bisogno di evacuare gli altri detenuti. Sui fatti, la procura di Sassari ha aperto un’inchiesta e indagano i carabinieri del Comando provinciale. Carceri Nel 2026, emerge dal portale “Morire di carcere” curato da Ristretti Orizzonti, sono 125 le persone morte mentre erano detenute in un istituto di pena: questo numero comprende sia i suicidi, sia le morti di altra natura. Se le condizioni degli istituti sono critiche, anche e soprattutto per l’alta percentuale di sovraffollamento, l’estate nelle celle diventa ancor di più insopportabile: non ci sono climatizzatori, né frigoriferi. Lo dimostra il sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano, nella periferia ovest di Firenze, disposto a giugno dal gip del tribunale cittadino, che ha ordinato anche il trasferimento di duecento detenuti in altri penitenziari. A dare impulso all’indagine, una serie di ricorsi presentata ai magistrati di sorveglianza da alcuni detenuti riguardo alle condizioni igienico sanitarie delle celle e degli spazi comuni. Nel decreto, la situazione viene descritta dal gip come «raccapricciante»: muffa, infiltrazioni, fili elettrici scoperti, topi, escrementi di volatili. E, in vista delle ondate di calore, Antigone Lombardia aveva lanciato l’allarme per il sovraffollamento: nei 18 istituti di pena sono detenute oltre 9.500 persone, con un tasso medio di affollamento superiore al 150 per cento e punte che raggiungono il 200 per cento. Per Antigone, che ha pubblicato una lista di 15 proposte in calce al suo ultimo rapporto, servono interventi urgenti per alleggerire la pressione sulle carceri. Mercoledì il parlamento ha approvato in via definitiva il disegno di legge sulla detenzione domiciliare dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti, a determinate condizioni. Secondo il governo, si tratterebbe di almeno 10mila persone recluse. «Un provvedimento epocale», aveva commentato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che coinvolge persone che «noi abbiamo sempre considerato principalmente malati da curare piuttosto che criminali da punire, anche se erano in fase di espiazione pena». Un numero però che non sembra poter essere gestito da un sistema come quello delle comunità di recupero, senza alcun potenziamento. «Non è dato sapere da dove arrivi questo numero», ha commentato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. © Riproduzione riservata

Tragedia nel carcere di Sassari: detenuto appicca un rogo nella cella e muore
CronacaCAGLIARI – Tragedia nella notte nel carcere sassarese di Bancali, dove un detenuto sardo di 35 anni è morto vittima di un incendio probabilmente appiccato da lui stesso in una cella del reparto sanitario dell’istituto. Secondo le prime notizie, l’uomo avrebbe appiccato il rogo utilizzando un accendino, poi sarebbe svenuto per le esalazioni e infine raggiunto dalle fiamme. A fornire una dettagliata ricostruzione della tragedia- su cui stanno indagando i Carabinieri, mentre la procura di Sassari ha aperto un’inchiesta- è la Uil Fp Polizia Penitenziaria di Sassari: “Il detenuto- fa sapere il sindacato- da tempo assegnato al reparto per le proprie condizioni di salute, dopo essersi barricato all’interno della camera detentiva, avrebbe chiuso il blindo della cella e tentato di sigillare le aperture, creando di fatto un ambiente saturo di fumo e gas di combustione, assimilabile a una vera e propria ‘camera a gas'”. Nonostante le proibitive condizioni operative, “il personale di polizia penitenziaria è intervenuto con assoluta tempestività– è specificato- mettendo a repentaglio la propria incolumità nel disperato tentativo di domare l’incendio e portare in salvo il detenuto. Gli agenti hanno cercato ripetutamente di raggiungere l’uomo, il quale, nel frattempo, si era ulteriormente barricato all’interno del locale bagno della cella”. Le alte temperature, il denso fumo e le fiamme che avevano ormai avvolto l’ambiente “hanno però ostacolato in maniera determinante le operazioni di soccorso– ricostruisce il sindacato- rendendo estremamente difficoltoso ogni tentativo di salvataggio”. Solo dopo essere riusciti ad accedere ai locali interessati dall’incendio, “gli operatori hanno rinvenuto il detenuto le cui condizioni sono apparse gravi fin da subito“. L’uomo è poi deceduto nonostante l’intervento del personale sanitario del 118, “presumibilmente a causa delle esalazioni sprigionate dal rogo e delle ustioni riportate“. Durante le operazioni di soccorso, “nove appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria sono rimasti intossicati dai fumi sprigionati dall’incendio- fa sapere il sindacato- mentre un paio hanno riportato lievi ustioni. La gravità dell’evento ha reso necessario anche l’intervento dei Vigili del fuoco del comando provinciale di Sassari per le operazioni di spegnimento e messa in sicurezza dell’area interessata”. Per il sindacato “l’ennesimo grave episodio impone una seria riflessione sulle condizioni in cui versa il sistema penitenziario. Il costante sovraffollamento degli istituti, la crescente presenza di detenuti con gravi problematiche sanitarie e psichiatriche, la cronica carenza di personale, l’insufficienza delle risorse destinate alla sicurezza e all’assistenza, stanno determinando un progressivo aggravamento delle condizioni operative all’interno degli istituti”. Non è più rinviabile un intervento concreto da parte dell’amministrazione penitenziaria e delle istituzioni competenti, è rimarcato, “volto a rafforzare gli organici, garantire adeguati livelli di assistenza sanitaria e psichiatrica, migliorare gli standard di sicurezza e fornire agli operatori gli strumenti necessari per affrontare emergenze sempre più frequenti e complesse”.
Incendio nella notte nel carcere di Bancali, detenuto muore carbonizzato
CronacaUn detenuto sardo è morto carbonizzato questa notte nel carcere di Bancali, a Sassari, a causa di un incendio che lui stesso avrebbe appiccato in una cella del reparto ospedaliero interno all'istituto. Alcuni poliziotti penitenziari sono rimasti leggermente ustionati e intossicati e sono stati ricoverati al pronto soccorso dell'ospedale Santissima Annunziata. L'uomo era lì da tempo per problemi fisici e, secondo una prima ricostruzione resa nota dal sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe), si è barricato nella stanza: prima ha chiuso il blindo della cella, poi ha ostruito l'ingresso e ha dato fuoco alle suppellettili e al letto, probabilmente usando un accendino e dell'olio. Quando gli agenti sono riusciti a entrare, il detenuto si è rinchiuso in bagno e qui è morto, probabilmente a causa delle esalazioni e delle ustioni riportate. Sul posto i vigili del fuoco, che sono riusciti a domare le fiamme. Sull'episodio indagano i carabinieri del comando provinciale di Sassari. Il Sappe “esprime profondo cordoglio per la vittima e manifesta la massima vicinanza ai poliziotti penitenziari in servizio nella casa circondariale di Bancali, che hanno affrontato un'emergenza di eccezionale gravità con coraggio, professionalità e spirito di servizio, intervenendo fin dai primissimi istanti nel tentativo di contenere il rogo e salvaguardare la sicurezza dell'Istituto”.
Incendio nel carcere di Sassari, muore detenuto di 36 anni
cronacaL'uomo si sarebbe barricato nella cella, chiudendo finestre e dando fuoco agli arredi. Il fumo ha saturato la stanza, le esalazioni gli hanno fatto perdere i sensi. Gli agenti con grande difficoltà sono riusciti a entrare, trovando il detenuto ancora vivo, nel bagno della cella. Lo hanno portato fuori, ma è morto pochi istanti dopo per le gravi ustioni e le esalazioni respirate. Secondo quanto riferiscono i rappresentanti sindacali della polizia penitenziaria, il detenuto non aveva manifestato alcun segnale di agitazione nei minuti precedenti all'incendio.

Un posto da chiamare casa: nel carcere minorile di Bari nasce uno spazio di riscatto
AttualitàMentre il sistema penitenziario italiano è tornato al centro del dibattito pubblico per il sovraffollamento, le condizioni di detenzione e la difficoltà di garantire pienamente la funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione, anche gli Istituti Penali per i Minorenni stanno vivendo una fase inedita. Per la prima volta, strutture nate per privilegiare il recupero educativo rispetto alla mera custodia registrano fenomeni di sovraffollamento, mettendo sotto pressione un modello che per decenni è stato considerato un punto di riferimento anche in Europa. È proprio in questo scenario che acquista un significato particolare Un posto da chiamare Casa, il progetto nato dall’incontro tra Made in Carcere e IKEA. Non una semplice donazione di arredi, ma la dimostrazione di come l’alleanza tra un’impresa sociale e una multinazionale possa contribuire a restituire dignità ai luoghi della detenzione e, soprattutto, alle persone che li abitano. L’iniziativa, inaugurata presso l’Istituto Penale per i Minorenni “Nicola Fornelli” di Bari, rappresenta l’evoluzione naturale di un percorso che Made in Carcere porta avanti da oltre vent’anni. Molto prima che sostenibilità, economia circolare e responsabilità sociale d’impresa diventassero parole d’ordine, il progetto fondato da Luciana Delle Donne aveva già intuito che il lavoro in carcere potesse essere uno straordinario strumento di inclusione e di riscatto. Non assistenzialismo, ma formazione, responsabilità e produzione di valore. Oggi quel modello incontra un partner internazionale come IKEA, che ha scelto di sostenere una visione capace di trasformare un gesto concreto – la donazione di arredi – in un investimento sul futuro dei giovani detenuti. È un segnale importante: la responsabilità sociale non si misura solo con le risorse impiegate, ma con la capacità di generare opportunità e cambiamento. Nel carcere minorile di Bari questa collaborazione prende forma attraverso la realizzazione di uno spazio dedicato alla Pasticceria Le Scappatelle, arredato come una vera casa grazie alla donazione di nuovi arredi IKEA. Qui i ragazzi imparano un mestiere, producono biscotti e sperimentano ogni giorno il valore della cura, della responsabilità e del lavoro condiviso. Perché anche gli ambienti educano e il luogo in cui si cresce può fare la differenza quanto le persone che accompagnano quel percorso. A rafforzare ulteriormente questo percorso contribuisce anche Enel Cuore, che ha sostenuto l’acquisto di macchinari e attrezzature fondamentali per automatizzare parte della produzione della pasticceria. Un investimento che rende il progetto più solido e sostenibile nel tempo, aumentando la capacità produttiva e distributiva e creando le condizioni affinché l’iniziativa possa continuare a generare formazione, lavoro e opportunità di reinserimento per i giovani detenuti. Il progetto si inserisce nella più ampia iniziativa Un posto da chiamare Casa, attraverso la quale IKEA, insieme a istituzioni e realtà del Terzo settore, promuove interventi destinati a restituire il senso della casa alle persone più fragili. A Bari questa filosofia incontra l’esperienza di Made in Carcere, dando vita a una collaborazione che unisce responsabilità sociale, sostenibilità ambientale ed economia circolare. «Finalmente lo spazio del minorile assume sempre più le sembianze di una casa», sottolinea Luciana Delle Donne, ricordando come la bellezza possa diventare uno strumento educativo. Non è un dettaglio estetico, ma una scelta culturale: offrire ambienti accoglienti significa comunicare rispetto e aiutare i ragazzi a immaginare un futuro diverso. Una convinzione condivisa anche dal direttore dell’Istituto Penale Minorile di Bari, Nicola Petruzzelli, che ricorda come «l’umanizzazione della pena passi attraverso il lavoro, la formazione professionale e l’adeguamento degli spazi di vita dei minori e dei giovani adulti». Un’affermazione che sintetizza il senso più profondo del progetto: il recupero non nasce solo dalle regole, ma anche dai luoghi in cui si vive e si apprende. In un tempo in cui il carcere è spesso raccontato solo come luogo di emergenza e di sicurezza, Un posto da chiamare Casa propone una prospettiva diversa. Dimostra che il reinserimento non inizia il giorno della scarcerazione, ma molto prima, quando si restituisce a un ragazzo la possibilità di imparare un mestiere, di sentirsi parte di una comunità e di vivere in uno spazio che gli ricordi, ogni giorno, che il suo futuro può essere diverso dal suo passato. È questa la forza dell’incontro tra Made in Carcere, IKEA ed Enel Cuore: aver dimostrato che anche dietro le sbarre è possibile costruire bellezza, lavoro e speranza. Perché una casa non è soltanto un luogo in cui abitare. È il primo posto in cui si ricomincia a credere in sé stessi.
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