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Migranti, l’Onu conferma 144 tra morti e dispersi a largo della Mauritania
itLa tragedia di una piroga partita dal Gambia e rimasta in mare 25 giorni, con un drammatico bilancio in termini di vite umane, riaccende i riflettori sulla rotta migratoria più letale al mondo. L’Unhcr: nell’ultimo mese salvate 390 persone ma ogni volta è una sfida contro il tempo, servono corridoi umanitari sicuri
Cecilia Seppia – Città del Vaticano
Un’odissea durata quasi un mese, ammassati come animali, senza cibo né scorte di acqua potabile, prima di scomparire inghiottiti dall’Oceano Atlantico. Sembra la sinossi di un film horror e invece è la tragedia toccata in sorte a 144 migranti a largo della Mauritania. La barca era partita da Bufalo, una località nell'entroterra della piccola Repubblica del Gambia, nel tentativo di raggiungere la Spagna, più precisamente l’arcipelago delle Canarie, ha spiegato il portavoce dell'Ufficio Onu per i rifugiati (Unhcr), Matthew Saltmarsh. In totale, su quel natante di fortuna, c’erano 144 passeggeri tra cui donne e bambini, ma soltanto 38 sono sopravvissuti, gli altri dunque risultano morti o scomparsi.
Alla deriva 25 giorni
La ricostruzione fornita dal portavoce dell'Ufficio Onu e dai migranti per lo più provenienti dall’Africa occidentale, svela dettagli agghiaccianti sul viaggio. Il motore del natante avrebbe infatti ceduto dopo pochi giorni di navigazione a causa di un guasto meccanico, lasciando la piroga in balia delle imprevedibili e violente correnti oceaniche. L'imbarcazione si è ritrovata da lì a poco completamente priva di carburante, di sistemi GPS di posizionamento e di scorte alimentari. Con il passare delle settimane sul legno della barca si è consumato il dramma: i passeggeri, stremati dal calore e dalla fatica, hanno esaurito l'acqua potabile e sono stati costretti a bere quella salata dell'oceano pur di sopravvivere. La fame, la disidratazione profonda e lo sfinimento hanno ucciso la maggior parte dei migranti. Chi ce l’ha fatta racconta pure lo sbarco avvenuto 14 luglio a Nouadhibou, in Mauritania, dove complessivamente la Guardia costiera, in tre differenti operazioni di salvataggio, solo questo mese, è riuscita mettere in salvo, tra il 14 e il 18 luglio, circa 390 persone. “Non sono poche, ma il pensiero va a chi non ce l’ha fatta” prosegue Saltmarsh, deplorando ancora una volta il costo umano di queste rotte migratorie insidiose e ribadendo che le ricerche dei dispersi sono andate avanti per 5 giorni. Un paio di migranti sono morti poco dopo aver toccato terra.
Il corridoio più letale
Per l'Unhcr, queste tragedie dovrebbero essere un monito e ci ricordano che "la rotta atlantica che collega l'Africa occidentale alle isole Canarie rimane uno dei corridoi di migrazione mista più letali al mondo", come ribadito anche da Papa Leone XIV nel suo recente viaggio in Spagna e poi a Lampedusa, altra terra di approdo per chi scappa dalla guerra, dalla fame, dalle conseguenze devastanti dei cambiamenti climatici. A spiegare tale pericolosità sono soprattutto le lunghe distanze, le condizioni oceaniche imprevedibili, le imbarcazioni sovraffollate e insicure, nonché le difficoltà di accesso a rapidi interventi di soccorso”, continua il portavoce dell’Ufficio Onu che invoca corridoi umanitari sicuri e denuncia anche le difficoltà di pattugliamento di quel tratto di mare così ampio.
Sbarchi in calo
Il porto di Nouadhibou è diventato di fatto l'epicentro logistico dell'assistenza umanitaria, anche se non ha mezzi a sufficienza per garantire copertura medica. I medici dell'ospedale locale hanno preso in carico i sopravvissuti della piroga del Gambia, disponendo il ricovero d'urgenza per i soggetti che presentavano i quadri di malnutrizione e disidratazione più critici. Dall'inizio dell'anno, la Mauritania ha registrato complessivamente 17 sbarchi tra Nouadhibou e la capitale Nouakchott, per un totale di 2.147 persone tratte in salvo dalle autorità. Sul piano statistico macroscopico, i dati globali dell'Onu evidenziano un paradosso numerico: se da un lato i naufragi mantengono un livello di mortalità allarmante, dall'altro gli arrivi complessivi via mare alle Canarie sono diminuiti del 61% rispetto allo stesso periodo del 2025, assestandosi su circa 4.400 ingressi totali al 15 luglio 2026. Un trend visibile in tutta Europa, dove gli arrivi sui principali corridoi marittimi si fermano a poco più di 40.000 unità, contro i 65.407 della prima metà del 2025.
Lunghe distanze e imbarcazioni di fortuna
Nonostante la contrazione dei flussi d'ingresso in Europa, le ragioni dietro la letalità della rotta rimangono evidenti. La forte militarizzazione e i pattugliamenti congiunti lungo i confini tradizionali costringono inoltre trafficanti di esseri umani a modificare i punti di partenza, spingendosi sempre più a sud verso il Senegal o il Gambia rurale. Questo cambiamento costringe imbarcazioni fragili, vecchie piroghe da pesca sovraffollate e prive di dotazioni di sicurezza a percorrere tratte superiori ai 2.000 chilometri in mare aperto che non possono sostenere. Lunghe distanze, totale isolamento radio e l'impossibilità di essere intercettati rapidamente in caso di avaria meccanica trasformano la traversata atlantica in una roulette russa a cielo aperto, dove la fame e le onde continuano a riscuotere un tributo di vite inaccettabile.
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