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Usa e Iran, è di nuovo stallo?
EsteriUsa e Iran, è di nuovo stallo? Oggi, a Teheran: un murale raffigura l'ayatollah Ali Khamenei e il generale Qasem Soleimani (Afp) di Samuele Finetti
Un'altra tregua, nella tregua già in vigore. Nella notte sembrava cosa fatta: Usa e Iran, dopo giorni di attacchi incrociati, pronti a sedersi di nuovo al tavolo, già domani a Doha, per tentare di sciogliere la matassa diplomatica che dovrebbe portare alla firma di una pace definitiva entro metà agosto (i 60 giorni concordati nel Memorandum siglato il 17 giugno). Ora, un nuovo passo indietro: l'Iran nega l'incontro di domani, «si farà solo quando saranno rispettate le condizioni», dice il viceministro degli Esteri di Teheran. Poco dopo, Trump conferma l'incontro con un post su Truth. Chi vivrà, vedrà. Nell'incertezza dei negoziati, una cosa sicura sembra esserci: comunque finisca, lo Stretto di Hormuz non sarà mai più quel che era prima del 28 febbraio. La nostra lettera continua dal Sudamerica, con il racconto da La Guaira, la «ground zero» del terremoto che ha messo in ginocchio il Venezuela. Poi l'Ucraina, tra le difficoltà russe ormai ammesse anche da Putin e un'installazione, a Roma, per non dimenticare il dramma dei bimbi ucraini rapiti. Chiudiamo con l'incredibile storia della fuga di un dissidente cinese e con una nuova puntata dei «Segreti del Sud Ovest». Buona lettura.
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1. Teheran chiude a Washington, ma discute di Hormuz con l'Oman Francesco Battistini
inviato a Gerusalemme L'incontro di questa mattina a Muscat. Il secondo da sinistra è Kazem Gharibabadi, viceministro degli Esteri iraniano A Muscat, a Muscat. Non per fare altra guerra, ma per trovare almeno lì uno spiraglio di pace e aprire Hormuz. Gl’iraniani smentiscono le indiscrezioni uscite domenica sera su un incontro con gli americani in Qatar. Per ora, non si vedranno. Di sicuro, non domani. Lo scopo del vertice era sospendere gli attacchi degli ultimi giorni, dei quali ciascuno attribuisce all’altro la responsabilità: una condizione necessaria per la completa riapertura dello Stretto, visto che nei tre giorni tra venerdì e domenica - mentre riprendevano i bombardamenti su postazioni iraniane e su basi Usa in Bahrein e in Kuwait - sono passate solo 48 navi (contro le 70 del solo mercoledì scorso). «Per il momento», le parti annunciano solo di voler frenare l’escalation. E allora non resta che guardare a quanto accade a Muscat, in Oman, dove gli ayatollah e il sultanato – i guardiani dello Stretto – loro sì s’incontrano per la prima volta dopo la firma dell’accordo preliminare fra Teheran e Washington. È, questo, l’esordio del cosiddetto Comitato congiunto per Hormuz: uno scambio d’opinioni sulla sovranità sulle acque, definita nel paragrafo 5 del memorandum di Islamabad, ma soprattutto un’accelerazione per sbloccare il transito del 20% degli idrocarburi di tutto il mondo. Agl’impianti del Golfo, il conflitto ha finora provocato danni per 46 miliardi di dollari: incalcolabili, invece, le centinaia di miliardi bruciate sui mercati del greggio. L’Iran cerca di far passare questi primi passi come una grande vittoria, almeno nei toni ufficiali: «Sono state revocate le sanzioni sul petrolio e il gas – dice il presidente Mazoud Pezeshkian – e 6 dei 12 miliardi di dollari dei nostri fondi, congelati in Qatar, ci saranno restituiti». In realtà, non ci sono svolte. Sabato prossimo, si celebrano i funerali della Guida suprema, Ali Khamenei, e contemporaneamente i 250 anni dell’indipendenza americana: chi vuole arrivarvi facendo concessioni al nemico? Rimangono così nell’aria le minacce del presidente americano Donald Trump d’andare fino in fondo con la guerra, se Hormuz non riaprirà completamente. Sull’altro fronte, quello israeliano-libanese, l’Israel Defense Force prosegue con le operazioni militari nel Libano meridionale, nonostante l’accordo di pace firmato a Washington venerdì: demolito quel che viene descritto come un importante complesso sotterraneo di Hezbollah, profondo 25 metri e lungo duecento, a Majdal Zoun. «L’Idf rimarrà nella zona di sicurezza nel Libano meridionale e continuerà a salvaguardare la sicurezza dei cittadini israeliani», avverte il premier Bibi Netanyahu. Un ministro libanese descrive le prossime 72 ore come «critiche» per l'accordo, visti i tentativi di Hezbollah e dell'Iran di farlo fallire. Anche Israele canta vittoria: «L'accordo col Libano - scrive un giornale vicino a Netanyahu - dimostra che abbiamo nuove frontiere a Gaza, in Siria e ora anche in Libano. È l’esatto contrario di ciò che Hamas e l’Iran speravano d’ottenere”. A proposito della Striscia, l’intelligence israeliana avverte che nuovi attacchi di Hamas potrebbero prepararsi nei prossimi giorni. Per questo, l’Idf vorrebbe riprendere i combattimenti a Gaza. Washington però s’oppone: meglio promuovere il Board of Peace di Trump. Stop al piombo, almeno qui, è l’ora del business.
2. Ma lo Stretto non sarà più come prima federico fubini
Una portacontainer all'ancora nei pressi dello Stretto, fotografata da una spiaggia emiratina (Afp) Fra le tante ambiguità dell’accordo in 14 punti che consolida la tregua nel Golfo, una appare una mina politica depositata sui fondali di Hormuz. Arriva al punto cinque, e recita: il regime di Teheran discuterà con l’Oman «per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto (...) in linea con il diritto internazionale e i diritti sovrani dei Paesi costieri». È un riferimento a una mossa eseguita dall’Iran in maggio, quando gli osservatori internazionali guardavano soprattutto al prezzo del petrolio e ai negoziati con la Casa Bianca. In quel momento i guardiani della rivoluzione hanno creato un’entità chiamata «Autorità dello Stretto del Golfo persico», con il compito di gestire il tratto di mare. Non è chiaro cosa ciò implichi esattamente, lo è invece che l’Iran nel dopoguerra intende asserire il controllo su quel passaggio da cui fino a gennaio transitava un quinto dell’offerta mondiale di greggio, di gas liquido e quote sostanziali di fertilizzanti, elio o allumina. Mohammed Bagher Ghalibaf, capo negoziatore di Teheran e presidente del parlamento, lo ha già detto: «Lo Stretto di Hormuz non tornerà mai alla situazione precedente» e «naturalmente, faremo pagare una commissione per i servizi che forniremo». L’idea è che il prelievo non sia un pedaggio formale, ma un compenso in cambio di una presunta guida alla navigazione sicura o per il ripristino ambientale dell’area. Già ora i guardiani della rivoluzione pretendono di imporre alle navi l’obbligo di stipulare presso l’Autorità dello Stretto un’«assicurazione» (intanto gratuita per i 60 giorni del negoziato in corso). Di qui gli scambi a fuoco di questi giorni: i pasdaran prendono di mira i vascelli che cercano di passare senza registrarsi, gli americani reagiscono colpendo le postazioni dei primi. È un campo minato, in senso politico oltre che letterale. A maggior ragione perché prima dell’attacco americano all’Iran i flussi in entrata e uscita dal Golfo erano liberi, quindi un controllo di Teheran e l’esazione di un prelievo diventerebbero l’emblema della sconfitta di Washington. Continua a leggere sul sito del Corriere, cliccando qui
3. Qaani, il pasdaran «immerso» Guido Olimpio
Esmael Qaani è l’ufficiale sfuggito a tutti i raid, uno dei pochi dirigenti iraniani della vecchia guardia sopravvissuto alla strategia della decapitazione lanciata da Israele. Il comandante della Divisione Qods dei pasdaran, componente essenziale dell’apparato militare e clandestino, è anche sempre al centro di voci alimentate dai tanti nemici. Alcuni giorni fa è riapparso per ammonire Israele ed esaltare l’asse della resistenza composto dalle milizie sciite alleate. Uno schieramento, ha sottolineato, che va da Hormuz fino a Bab el Mandeb, in Mar Rosso, dove restano attivi gli Houthi yemeniti. Il suo discorso ha provocato la risposta del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha optato per una mossa di guerra psicologica: «Sembra che la sua immagine di collaborazionista sia migliore delle sue minacce vuote». L’allusione di Katz è alla teoria, diffusa soprattutto dagli oppositori iraniani, di Qaani nei panni del traditore. Proprio la sua abilità di sfuggire agli strike sarebbe dovuta – è la tesi – al fatto che è un agente del Mossad. E nel corso dei mesi, fin dall’anno scorso, la storia si è arricchita di versioni. Sostenevano che fosse finito in arresto, sotto interrogatorio, messo alle strette dal regime perché sospettato di collusione con Tel Aviv. La sua assenza dalla scena pubblica aveva aiutato la fanfara mediatica. In realtà, secondo altre fonti, Qaani, proprio per il suo ruolo alla guida di una struttura fondamentale, avrebbe adottato misure di sicurezza più severe al fine di evitare sorprese. Come si dice in gergo si è «immerso». Lo aveva fatto anche nel 2024, dopo l’omicidio mirato del leader Hezbollah, Hassan Nasrallah, a Beirut. Raccontavano di una morte di Qaani nello stesso bunker mentre da Teheran replicavano con il conferimento di una medaglia senza però mostrare il gerarca. Più di recente. l’etichetta di presunto traditore è stata accollata ad un altro personaggio notevole: l’ex presidente Ahmadinejad. Un articolo del New York Times lo ha presentato come un possibile interlocutore scelto da Israele-Usa per assumere un ruolo guida in un «nuovo» Iran. Su questo dossier possiamo segnalare tre punti: 1) Si è riaccesa la sfida propagandistica tra tutti i contendenti. 2) Le news su alcune figure sono parte dello scontro, forme di pressione psicologica ed esche gettate nella speranza di accendere contrasti interni puntando sul clima di sospetto. 3) Qaani è un bersaglio ricorrente mentre la storia su Ahmadinejad è stata commentata in modi diversi: per alcuni la vicenda va inserita nei punti 1 e 2, altri hanno affermato che Ahmadinejad, pur di tornare al potere, sarebbe pronto a tutto.
4. A La Guaira, ground zero del sisma in Venezuela Sara Gandolfi
inviata a La Guaira Soccorritori e volontari cercano superstiti a La Guaira (Afp) A quasi 96 ore dal terremoto, i vigili del fuoco italiani impegnati nelle operazioni di soccorso in Venezuela ieri speravano di realizzare un miracolo. «C’è una donna di trent’anni viva, in uno stabile crollato a Macuto, qui nello stato di La Guaira. Risponde alle nostre sollecitazioni, battendo contro un tubo, e prima ha scambiato qualche messaggio su Whatsapp con il fratello. È cosciente e dice di essere lì con due dei suoi tre figli», ha spiegato in serata al Corriere Luca Cari, portavoce dei vigili del fuoco. Li aspettava un’impresa: riuscire a tirarli fuori, nella notte appena trascorsa. Dal bollettino quotidiano di morte, emergono anche storie di vite ritrovate. I soccorritori sono riusciti ad estrarre vivi diversi bambini, tra cui una neonata di pochi mesi. E ieri pomeriggio, a quasi quattro giorni dal sisma, un uomo e il figlio adolescente sono stati tirati fuori dalle macerie a Caraballeda. La storia più commovente è quella di Santiago González, un neonato di pochi giorni, che sabato è stato salvato dalle squadre di ricerca statunitensi a Catia La Mar. Era assieme alla mamma Diliana Torrealba. Sono vivi grazie al gesto disperato del papà Yefferson che ha fatto loro scudo. L’ultimo bilancio ufficiale del terremoto di mercoledì scorso è di 1.450 morti e 3.150 feriti, 189 edifici crollati e 774 danneggiati. Sono cifre drammaticamente sottostimate. Basta osservare l’ecatombe di case nella «zona rossa» a nord di Caracas, una serie di cittadine fantasma se non fosse per il traffico di volontari che con enormi camion o piccoli motorini porta su e giù per i grandi viali carichi di acqua, benzina, beni di prima necessità e, ovviamente, detriti. Sull’Avenida commerciale di Atlantidas, a Catia La Mar, Eduardo Hernández, 28 anni, pesta con il martello in modo forsennato contro quei blocchi di pietra che non si vogliono rompere. «Sta uscendo un odore molto forte. Dobbiamo fare in fretta. Con l’aiuto di Dio, li troveremo», dice pulendosi le mani sulla maglietta sporca e sudata, con la scritta «Futuro y esperanza». Continua a leggere sul sito del Corriere, cliccando qui
5. Il duello tra tra presidente e premio Nobel. Machado: «Voglio rientrare» Virginia Nesi
La Nobel María Corina Machado, a sinistra, e la presidente del Venezuela ad interim Delcy Rodríguez La sua terra trema. Lei la vede tremare dall’esilio. Può parlare solo dal suo nascondiglio María Corina Machado. La leader dell’opposizione venezuelana continua ad ascoltare le notizie strazianti su morti e desaparecidos sepolti dal terremoto. Ma adesso, appoggiare i venezuelani a distanza, non le basta più. Ieri in un’intervista a Fox News ha fatto un annuncio: «È arrivato il momento, è mio dovere stare al fianco del mio popolo. Abbiamo bisogno di stare insieme, abbracciarci, piangere la perdita di una persona cara, ma anche darci forza a vicenda. Tornerò presto in Venezuela. Ora la priorità assoluta è salvare vite». Sono mesi che María Corina Machado vuole tornare in Venezuela. Avrebbe chiesto aiuto più volte agli Stati Uniti di agevolare gli spostamenti. Scrive il New York Times che secondo due funzionari della Casa Bianca, le autorità americane provano frustrazione nei confronti della leader a causa delle ripetute sollecitazioni. Gli Usa pretendono prudenza. María Corina Machado, invece, insiste. I funzionari americani le hanno sconsigliato di tornare subito in patria. Appoggeranno il suo ritorno, ma non adesso, in un futuro prossimo, per evitare tensioni con l’attuale governo venezuelano. La premio Nobel esplicita il bisogno e l’urgenza di stare vicino al pueblo. Sa che può contare sul sostegno popolare. Punta su quella leadership che alle elezioni di luglio 2024 ha consentito il trionfo di Edmundo González Urrutia, candidato dell’opposizione, oggi esiliato a Madrid. María Corina Machado non tocca il suolo venezuelano dallo scorso dicembre. Se n’era andata travestita, con una parrucca, attraversando una schiera di check-point militari e rischiando il tutto e per tutto nella missione segreta «Dinamita dorada», per raggiungere Oslo e ritirare il Premio Nobel per la Pace. Poi, a gennaio, la stessa leader ha consegnato la prestigiosa medaglia a Donald Trump come «riconoscimento per il suo impegno straordinario a favore della nostra libertà», dopo la cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro. In questo momento, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez vive una situazione complessa. La gente reclama più aiuti. I fischi, nella sua prima apparizione pubblica dopo le scosse, agitano i consensi della «tigre» del petrolio. Le pressioni di Machado sembrano non turbare Trump. Washington ha allentato alcune sanzioni, mobilitato squadre di soccorso e stanziato 150 milioni di dollari in assistenza. Il presidente degli Stati Uniti non ha intenzione di voltare le spalle a Rodríguez.
6. Putin ammette le difficoltà in casa: «Manca la benzina, export in forse» Lorenzo Cremonesi
Ieri sera Putin ha ricevuto il giornalista Pavel Zarubin al Cremlino per una intervista (Lapresse) Cosa farà Vladimir Putin a fronte dell’evidente fallimento della sua campagna militare contro l’Ucraina? La domanda è lecita, specie all’incalzare dei raid di droni ucraini sempre più al cuore del sistema energetico e militare nemico. E le risposte variano dalla possibilità di una mobilitazione di massa, che andrebbe inevitabilmente a intaccare gli equilibri interni della società russa, all’eventualità che Putin, messo alle strette, possa minacciare di ricorrere all’arma atomica. Non sarebbe la prima volta: già al momento delle grandi controffensive ucraine dell’ottobre-novembre 2022, quando per un attimo parve che Volodymyr Zelensky potesse vincere soltanto a pochi mesi dall’inizio di quella che il presidente russo minimizzava chiamandola «operazione militare speciale», dal Cremlino erano giunti segnali minacciosi di un possibile passo del genere. Furono necessari i colloqui ad Ankara tra l’allora capo della Cia, William Burns, e quello dei servizi di intelligence esterni russi, Sergey Naryshkin, per scongiurare l’escalation nucleare. Ieri il presidente russo, riconoscendo i gravi problemi di approvvigionamento di carburante generati dagli attacchi ucraini, ha istituito una task force per garantire le forniture. «Siete ben consapevoli che le difficoltà per gli automobilisti e per le imprese persistono», ha ammesso ieri. Putin ha anche spiegato che le riserve di benzina ammontano a 1,7 milioni di tonnellate e che si sta valutando «la necessità di bloccare l’esportazione di gasolio». Parole rivelatrici di una crisi interna senza precedenti: l’economia russa si fonda sull’export energetico. «Stiamo molto attenti alle mosse disperate di un uomo che sta annegando», scrive adesso lo storico e saggista Peter Frankopan, docente a Oxford, sulla rivista Foreign Policy. Continua a leggere sul sito del Corriere, cliccando qui
7. «Per respingere i russi non bastano le armi. Recuperiamo veterani e sfollati» Alessandra Muglia
Il veterano ucraino Maksym Butkevych ha ricevuto nel 2025 il Premio Václav Havel «Per vincere questa guerra non basta potenziare gli arsenali, dobbiamo iniziare ora a ricostruire l'Ucraina», va ripetendo Maksym Butkevych, attivista per i diritti umani, vincitore del Premio Václav Havel 2025, e veterano. Di ritorno dalla Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina di Danzica, insiste su un punto: la ricostruzione deve mettere al centro le persone, non solo infrastrutture e arsenali. «La guerra continua e non sappiamo quando finirà. Per questo la ripresa non può essere rinviata: dobbiamo ricostruire ora il nostro capitale umano, aiutare gli sfollati, i veterani e chi è stato profondamente segnato dal conflitto, in modo che possano contribuire alla ricostruzione». Lei è tra i primi firmatari del «Messaggio di Danzica», l’appello per una «ricostruzione centrata sulle persone» lanciata dalle organizzazioni della società civile provenienti da Ucraina, Polonia, da tutta Europa. Che significa in concreto?
«L’Ucraina sta vivendo una trasformazione profonda. Abbiamo bisogno di riforme che mettano al centro la dignità umana. Siamo inevitabilmente una società militarizzata, ma non possiamo adottare una logica in cui lo Stato vale più delle persone. È questa la differenza fondamentale rispetto alla Russia. Dobbiamo trovare un equilibrio tra la capacità di difenderci e il mantenimento di una società democratica. La sfida non è solo la quantità di aiuti ma come questo denaro verrà utilizzato. Chi stabilisce le priorità. E se le persone a cui è destinata la ricostruzione avranno effettivamente voce in capitolo nel processo decisionale». Quale è il rischio se si investe soltanto in edifici, infrastrutture e difesa?
«Che perderemo. La nostra forza sono le persone. Abbiamo perso milioni di cittadini, tra vittime e rifugiati. Se non recuperiamo e valorizziamo chi è rimasto, permettendo a ciascuno di contribuire alla rinascita del Paese, nessuna ricostruzione materiale sarà sufficiente». Lei stesso è un veterano ed è stato prigioniero dei russi.
«Sono stato recluso per due anni e quattro mesi in una colonia penale nella regione occupata di Luhansk. Ho subito violenze fisiche e psicologiche, come tutti i prigionieri di guerra ucraini. Ma sono stato più fortunato di molti altri. Oggi oltre 7.000 ucraini sono ancora in prigionia e avranno bisogno di percorsi di riabilitazione e reinserimento». Continua a leggere sul sito del Corriere, cliccando qui
8. I bambini ucraini rapiti, la guerra in cameretta: «Sono migliaia i letti vuoti» Monica Ricci Sargentini
Potrebbe essere la cameretta di qualsiasi ragazzino. I calzini spaiati sul pavimento. Lo skateboard in un angolo. I libri di scuola, lo zaino, le fotografie degli stadi alle pareti. I vestiti buttati su una sedia, come se il proprietario fosse appena uscito per andare a giocare e dovesse rientrare da un momento all’altro. Poi ci accorgiamo della radio che trasmette le notizie concitate dei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina, gli appelli all’evacuazione, la voce di Volodymyr Zelensky. C’è anche un ronzio basso si insinua sotto pelle. Infine le esplosioni. Solo allora ci si accorge che quella non è una cameretta qualsiasi. È la stanza di Artem, il bambino che la abitava è stato rapito. Artem, in realtà, non esiste. È un personaggio composito, costruito a partire dalle testimonianze di bambini ucraini deportati nei territori occupati o in Russia dopo l’invasione del 2022. La sua stanza è il cuore di Empty Beds, il progetto dell’organizzazione Bird of Light Ukraine, ideato dai cofondatori Zhanna Galeyeva e Isaac Yeung, esposta da oggi all’Europa Experience – David Sassoli di Roma dopo essere stato esposto al Parlamento europeo e alla Commissione europea di Bruxelles. «I numeri sono diventati così grandi da essere quasi impossibili da immaginare», racconta al Corriere Zhanna Galeyeva, gli occhi azzurri velati dalla tristezza. «Per questo abbiamo scelto di raccontare la storia di un solo bambino. Abbiamo ascoltato le testimonianze di tanti ragazzi deportati e creato un personaggio che li rappresentasse tutti, senza mettere a rischio l’identità di nessuno. Sono migliaia le camerette rimaste vuote e sono tutte uguali a questa». Continua a leggere sul sito del Corriere, cliccando qui
9. L'epopea di un dissidente cinese per fuggire e rivedere la famiglia Irene SOave
Dong Guangping è atterrato in Canada lo scorso venerdì Quaranta ore in gommone col cellulare scarico, l'approdo in Corea del Sud, l'arresto: poi l'espatrio in Canada, e l'inizio di una nuova vita. È la storia di come un dissidente cinese, Dong Guangping, è arrivato a una meta che agognava da più di un decennio, lontana da un Paese «dove si sta talmente male che la differenza tra vivere e morire è minima». Lo ha raccontato all'Associated Press. Dong era stato in carcere in Cina diverse volte, anche per le sue attività di commemorazione della repressione del 1989 contro i manifestanti pro-democrazia in Piazza Tienanmen a Pechino. Sulla mancanza di libertà di espressione in Cina dice: «È come vivere in una gabbia. È soffocante». La polizia non gli ha mai restituito il passaporto, e Dong è vissuto costantemente sorvegliato. Già nel 2015 aveva cercato di fuggire in Thailandia (rimpatriato); a Taiwan nel 2019, dove cercò di arrivare a nuoto (fallì); in Vietnam nel 2020 (rimpatriato di nuovo). A maggio 2026 la fuga in Corea, che racconta all'Associated Press in videochiamata da Toronto. Il 24 maggio all'alba parte da Weihai, città costiera dello Shandong, su un gommone grigio. Punta al Giappone. Prevede più di un giorno di viaggio, ma il meteo lo tradisce. Il giorno dopo arriva la nebbia; nel frattempo è scarico sia il suo smartphone, che usava come navigatore, sia il power bank. Nel panico scatta il piano B: verso la più vicina Corea del Sud. Un peschereccio lo prende a bordo, e lui chiama la polizia sudcoreana. Che però, una volta a terra, lo arresta: immigrazione illegale. Viene trasferito in un centro per rifugiati a Incheon, vicino a Seul. L'Onu lo contatta, e il suo caso passa così in mano alla missione diplomatica canadese: in Canada ha già l'ex moglie e una figlia. In capo a una settimana è a Toronto. Lieto fine ma nessun riposo: sta cercando lavoro, come camionista o autista di Uber. Ha sessantotto anni.
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