Il Tour de France riparte da Barcellona
AliasIl Tour de France passa troppo veloce e una sola volta davanti allo sguardo degli spettatori disposti lungo le strade, occorrerebbe rivederlo come in un rewind, ma non si può. I corridori appaiono e scompaiono senza diventare l’oggetto dello spettacolo, a differenza di quanto accade in uno stadio dove ogni spettatore ha la possibilità di osservare tutto il gioco durante la partita. Il Tour allora non resta che raccontarlo come una leggenda. Solo quelli che sanno raccontare, (i migliori sono stati Gianni Mura, Dino Buzzati e il poeta Alfonso Gatto), mescolando leggenda e realtà, possono far vivere il Tour anche a coloro che non erano presenti. È la tesi del filosofo francese Jean-Luc Marion, che nel suo recente saggio La raison du sport (Grasset) dedica un lungo capitolo al Tour de France, paradigma di tutte le altre corse. A tentare di fissare la velocità dei corridori fu anche Henri Toulouse-Lautrec, frequentatore dei velodromi parigini di fine ‘800 e raffinato intenditore di ciclismo. Non riuscì a vedere la prima edizione della Grande Boucle nel 1903, perché morì due anni prima, assistette però a più edizioni della Parigi-Roubaix, pronto a cogliere ogni occasione per fissare l’attimo fuggente dei ciclisti, ma si rassegnò, come scrisse tra i suoi appunti: «Tanto meraviglioso e appagante è il ciclismo, tanto è vano il tentativo di materializzare il movimento veloce sulla tela». A legittimare il manto di leggenda che avvolge il Tour de France e la tesi di Jean-Luc Marion c’è il celebre saggio di Roland Barthes Miti d’ oggi all’interno del quale vi sono alcune riflessioni sulla Corsa Gialla. Barthes la considera un racconto epico che si dipana lungo tutta la Francia, in cui i ciclisti in gara sono personaggi in lotta contro la sfortuna, le avversità meteorologiche, ma anche protagonisti di alleanze e tradimenti. In tempi di intelligenza artificiale applicata alle due ruote e di invisibili dispositivi elettrici, saranno ancora attuali le riflessioni di Barthes? Certo non avrebbe mai pensato che il Tour de France sarebbe partito da Barcellona. L’ edizione numero 113 della Grande Boucle parte oggi dalla città catalana, mentre l’arrivo sarà il 26 luglio a Parigi sugli Champs-Elysées. La prima tappa a cronometro di circa 20 Km attraverserà le vie di Barcellona per concludersi in cima al Montjuic, dove sorge lo stadio Olimpico, a 800 metri di altezza con una pendenza del 7% fino al traguardo, preludio alle tappe più impegnative dei Pirenei e del Massiccio Centrale. La seconda tappa di 178 Km parte da Tarragona e si conclude di nuovo al Montjuic di Barcellona, un circuito che sarà ripetuto per tre volte. Nella terza tappa di 196 Km, i corridori partiranno ancora da Barcellona per tagliare il traguardo a Les Angles a quota 1794 m. un tragitto che tocca anche il Col de Toses a 1778 m. di altezza. Aria fresca per i corridori, visto il caldo torrido che ha attanagliato la Francia. Gli organizzatori avranno la possibilità di accorciare alcune tappe in caso di caldo estremo, ma il cambiamento climatico, che negli ultimi anni ha avuto un’ accelerazione particolare in Europa, rispetto ad altre parti del mondo, nei prossimi anni potrebbe imporre agli organizzatori orari inconsueti, se vorranno salvaguardare la salute dei ciclisti. Secondo uno studio pubblicato su Nature, temperature superiori a 28° bulbo umido, pari a 32-35° reali, si sono registrate con una certa frequenza negli ultimi anni nelle aree intorno a Bordeaux, dove il 10 luglio è previsto l’arrivo della settima tappa. Nel sud-ovest della Francia, a Carcassonne, a Périgeaux, a Hagetmau, la tappa più pianeggiante del Tour, le temperature hanno sfiorato i 35 gradi non solo nelle ultime settimane. Anche Parigi e Lione con sempre maggiore frequenza hanno superato i 28° bulbo umido, diventando aree critiche per lo stress da calore dei corridori. Il Tour de France è considerata la corsa più dura al mondo, e l’ attività di resistenza fisica che caratterizza il ciclismo può in questo caso compromettere il rendimento e la salute dei ciclisti. Sarà condizionato dal caldo anche il campione del mondo Tadej Pogacar, che è dato favorito per la conquista del podio a Parigi, oppure le sue gambe macineranno chilometri a grande velocità, come ha dimostrato poche settimane fa al Giro della Svizzera? Pogacar ha vinto quattro dei cinque Tour tra il 2020 e il 2025, se dovesse aggiudicarsi anche questo eguaglierebbe i grandi del ciclismo come Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain. A insidiare Pogacar al Tour de France, sarà il campione danese Jonas Vingegaard, forte della vittoria del Giro d’Italia, oppure l’astro nascente del ciclismo francese Paul Seixas, primo alla Freccia Vallone, che a 19 anni è il più giovane corridore del Tour al via oggi? Gli sarà di grande aiuto il tifo del pubblico di casa. Oltre a Seixas da tenere d’occhio Lipowitz e Ayuso. Il Tour de France si caratterizza anche per le tappe a cronometro, per le quali il più atteso è il belga Remco Evenepoel, che cercherà di mettersi in evidenza fin dalla prima tappa nella cronometro a squadre a Barcellona. La seconda prova a cronometro, invece, sarà individuale, ed è la sedicesima tappa di 26 Km da Evian-les-Bains a Thonon-les-Bains. Il primo banco di prova degli aspiranti alla maglia gialla del Tour di quest’anno, sarà la sesta tappa, che prevede la salita al Col d’Aspin e al Tourmalet. Le tappe decisive però, saranno la 19 e la 20 che si disputeranno entrambe sull’Alpe d’ Huez. Tra gli italiani sono da seguire Antonio Tiberi e Filippo Ganna. Dopo l’exploit di Vincenzo Nibali, che conquistò il Tour nel 2014, e ancor prima di Pantani, il ciclismo italiano da alcuni anni non ha campioni che possano insidiare Pogacar e Vingegaard. Quest’anno il caldo per la prima volta rappresenta la grande incognita che come una cappa condiziona la Corsa Gialla. Resta da vedere se i pronostici della vigilia si confermeranno oppure saranno ribaltati.

