Monticchiello, il Teatro povero fa sessanta e si fa contaminare dal disincanto
FattiMonticchiello, il Teatro povero fa sessanta e si fa contaminare dal disincanto | In In Fatti | Di Di Pietro Spataro Condividi Facebook Twitter WhatsApp Email In quell’estate del 1967, quando gli attori inventati cominciarono a calpestare il palco e a raccontare le loro storie, attorno girava un altro mondo. La “grande trasformazione” aveva iniziato a modificare il tessuto sociale e aveva portato il vento dell’incertezza nelle case di Monticchiello. Alla guida del governo c’era Aldo Moro, segretario del Partito comunista italiano era Luigi Longo, Israele aveva appena portato a termine la guerra dei sei giorni strappando la striscia di Gaza ai palestinesi. Nei juke box si ascoltavano Cuore matto di Little Tony e A chi di Fausto Leali, al cinema scorrevano le immagini del Laureato con Dustin Hoffman e Anne Brancroft con le straordinarie note della colonna sonora di Simon&Garfunkel. Una copia di giornale costava cinquanta lire. Vivevamo in un’Italia diversa. Migliore o peggiore, chissà… Sul palco irrompono attori bambini e giovani Sono passati sessant’anni e il Teatro povero di Monticchiello festeggia il compleanno tondo senza compiacimenti. Alle spalle sessant’anni di storie narrate, di voci rincorse, di battaglie, di speranze, di bandiere al vento, di illusioni e delusioni. Ma sempre con lo stesso coraggio di andare in direzione ostinata e contraria. Senza farsi contaminare dalle mode, dai nuovi linguaggi, dagli individualismi che si sono insinuati nelle nostre vite. Al fondo di questa straordinaria impresa c’è sempre stata la voglia di combattere, di non arrendersi, di resistere, semmai, a quell’ideologia neoliberista che sta tentando di chiuderci nelle gabbie iperconnesse che volteggiano nell’aria come monadi. Di fronte alla decadenza del mondo c’è sempre stato un orizzonte da inseguire, un’utopia da coltivare, un altro modo di vivere tenendo alta la sfida di essere una comunità. Come scrive Manfredi Rutelli, uno dei registi: “Qui il teatro non è soltanto un mestiere o una forma d’arte, ma un modo per prendersi cura degli altri”. Lo spettacolo di questa sessantesima edizione, “L’occhio oltre”, colpisce per la presenza numerosa di bambini e di giovani. Che calcano il palco con un misto di sicurezza e di incoscienza, a volte dimenticano le battute ma sanno riprendersi, rincorrono la storia con la curiosità negli occhi. Sono loro il frutto più vivo del Teatro di Monticchiello, perché è grazie a loro che il senso di comunità si rafforza e questa straordinaria esperienza di teatro-autodramma può continuare ad esistere. La forza di questa avventura, infatti, è proprio nella capacità di rinnovarsi e di mantenere la forma partecipata, assembleare, comunitaria di un teatro animato dagli abitanti del borgo. Attori-abitanti che di giorno lavorano e di sera salgono sul palco per mettere in mostra la coscienza di tutti. Quel pessimismo che scalfisce anche la figura di Pietro Ingrao “L’occhio oltre” – regia di Manfredi Rutelli e Giampiero Giglioni, in programma fino al 14 agosto – è la storia di Carlino, un bambino nato con un occhio rosso nel giugno del 1944 mentre la guerra bussava alle porte di casa e i padroni facevano i padroni dettando legge sui terreni di proprietà coltivati da contadini massacrati dal lavoro. La sua vita viene raccontata in dodici scene che attraversano la storia: dalla nascita alla scuola, dalla cooperativa alla militanza comunista, dalle proteste contadine alle battaglie per la pace fino al lavoro nel teatro. È un lungo percorso accidentato, nel corso del quale si alternato le grandi speranze e le amare delusioni, la voglia di riscatto e quella di ribellarsi. Tuttavia, anche se nel finale Carlino ormai vecchio, intervistato da tre giovanissime giornaliste, risponde con un secco no alla domanda se si sia mai pentito di essere stato comunista, nello spettacolo di quest’anno – paradossalmente essendo il sessantesimo un anno di bilanci – serpeggia un certo malessere, un disincanto, un pessimismo che non abbiamo mai avvertito negli spettacoli precedenti. C’è un senso di sconfitta che aleggia e che fa mancare il consueto “ottimismo della volontà” che ha sempre animato la vicenda del Teatro povero. In alcuni momenti sembra che sia quasi tutto perduto, che tutto quello che è stato fatto – le battaglie per i diritti e per il lavoro, i cortei per la pace, le manifestazioni per essere tutti uguali, in definitiva le lotte per cercare di cambiare il mondo – non sia servito a nulla o a poco. Resta il teatro, quasi come unica consolazione finale. E in questo grande senso di perdita persino una figura limpida come quella di Pietro Ingrao viene scalfita: l’uomo dell’ascolto e del dubbio, il comunista sempre dalla parte dei più deboli, diventa sul palco quasi un apatico uomo politico senza alcuna empatia nei confronti del popolo. Nonostante queste riserve lo spettacolo va, il pubblico apprezza, gli applausi scrociano. Alla fine, resta nella mente, come un’incitazione, il suono soave della ninna nanna che la mamma canta a Carlino neonato: “Piccolo dono di luna a ponente, l’occhio del serpe ti renda prudente. Piccolo dono, ti prenda la mano, l’occhio del falco che vede lontano…”. Ecco la grande sfida: guardare lontano per non perdere il senso della storia.

