La traversata di Mahdi, arrivato a nuoto a Ceuta, zuppo e sorridente. «Da me non c’è lavoro, voglio vivere meglio»
Esteridi Alessandra Muglia «Sono di Marrakech. Lo so che vi attira, ma viverci è diverso. Noi sogniamo la libertà» DALLA NOSTRA INVIATA CEUTA - Il ritmo delle onde del Mediterraneo toglie il fiato, ma quando i piedi affondano finalmente nella sabbia di Ceuta, il corpo dimentica la fatica. Mahdi ha appena toccato terra. È spuntato dall’acqua come un fantasma, con i vestiti zuppi che gli si incollano addosso sotto il sole che picchia ancora forte, anche se sono già le 7 di sera. Indossa una simil-Lacoste e un paio di pantaloni bianchi ormai rigati dalla salsedine. Ansima ancora, il petto si alza e si abbassa a un ritmo frenetico, mentre i polmoni bruciano per lo sforzo dell’ultima nuotata. Eppure, non si tira indietro. Nei suoi occhi non c’è il vuoto della resa, ma una disperata voglia di parlare, di testimoniare. «Avevo già provato a venire qui due giorni fa, ma mi hanno bloccato in mare», dice, la voce ancora impastata dal sale. Le sue parole risuonano sulla spiaggia sabbiosa del Tarajal, un luogo surreale dove i simboli della normalità estiva, come gli ombrelloni di paglia, coesistono con mucchi di scarpe, bottiglie di plastica e qualche salvagente, i relitti silenziosi degli approdi. La prima fila sul bagnasciuga non è fatta di bagnanti, ma da un cordone di soldati dell’esercito spagnolo, affiancati dagli agenti della Guardia Civil. Sventolando i bastoni d’ordinanza, i militari cercano di dissuadere gli approdi, sbarrando il passo a chiunque tenti di calpestare il suolo europeo. Mahdi, muovendosi con la rapidità di chi non ha nulla da perdere, calcola il tempo tra le onde e si infila con destrezza tra uno schieramento e l’altro prima che la morsa si chiuda. Sa bene di non essere il benvenuto nell’«Europa in Africa». Ma in quest’anno particolare, caratterizzato da un turismo azzerato e da un flusso infinito di migranti che preme contro questo confine, Mahdi ha deciso di giocarsela pure lui. «Vorrei vivere meglio, soffriamo troppo in Marocco», confessa, mentre lo sguardo si perde oltre la linea dei militari. «Non c’è lavoro e quel poco che trovi è sottopagato. Se finisci in ospedale, a meno che tu non stia morendo, neanche ti guardano. Vede questa ferita?». Con il dito sfiora un taglio profondo che gli attraversa lo zigomo. «Me la sono fatta nel mio primo tentativo. Ci volevano dei punti di sutura, ma in ospedale mi hanno quasi riso in faccia». Nel raccontare quello che gli è capitato solo quarantotto ore prima, il suo viso diventa scuro. «Sono stato recuperato in mare, picchiato e caricato a forza su un autobus insieme ad altre quarantacinque persone. Ci hanno scaricato in un posto remoto del Marocco», racconta. Un respingimento che non è bastato a fermarlo. A scoraggiarlo ci avevano provato, ieri, anche i suoi stessi compatrioti. Ragazzi pentiti, esausti, già sulla via del ritorno dopo una notte trascorsa all’addiaccio nei parchi, sulle spiagge o sulle colline della città autonoma, senza cibo né acqua. Quello di ieri era un controesodo: un fiume ininterrotto camminava sul lungomare verso la frontiera con il Marocco. E questo mentre pochi metri più sotto, sulla riva, continuavano gli arrivi. «Prima che mi tuffassi mi hanno spronato a non farlo», ricorda Mahdi. «Non solo perché non si trovano cibo e acqua: mi hanno spiegato che alcuni abitanti della città si stanno organizzando in ronde e li hanno spaventati con i coltelli». Non si stupisce che questa ondata sia scattata ora, nel pieno dell’estate. «La gente ci prova ogni giorno. Poi, quando è stato aperto il porto, la notizia si è diffusa subito ed eccoci qui», racconta in un buon inglese, una competenza rara tra questi ragazzi. «Sono di Marrakech, lì facevo traduzioni online». Poi, guardando l’orizzonte, sorride amaro: «Marrakech... So che per voi è attraente. Ma viverci è un’altra cosa. Non siamo liberi, sogniamo la democrazia».



