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Terremoto in Venezuela, la testimonianza del soccorritore brindisino: «Città cancellate e tanta disperazione»
BrindisiNella grande gara di solidarietà internazionale scattata dopo il devastante terremoto che il 24 giugno scorso ha sconvolto il Venezuela c'è anche un pezzo di Puglia.
Un brindisino tra le macerie del sisma
Tra medici, infermieri e soccorritori arrivati da ogni parte del mondo per prestare aiuto alla popolazione colpita dal sisma c'è anche il sanvitese Giuseppe Di Viesto, 41 anni, partito dalla provincia di Brindisi ma ormai da anni residente a Roma, dove lavora come infermiere dell'Ares 118. Fa parte della squadra speciale Unser (Unità Speciale Emergenza e Ricerca) ed è stato inviato nel Paese caraibico con la missione del dipartimento della Protezione Civile italiana, composta da 36 operatori sanitari tra medici e infermieri. È una delle tante divise italiane che, in queste ore drammatiche, operano tra tende da campo, ambulanze, elicotteri e ospedali improvvisati. Ma dietro quella divisa c'è anche un uomo che racconta una tragedia destinata a rimanergli impressa per tutta la vita. La telefonata è arrivata all'improvviso. Poche ore per preparare uno zaino, raccogliere il materiale sanitario e salire su un aereo militare partito da Pratica di Mare. Il tempo di organizzare il necessario e il giorno dopo era già in volo verso il Venezuela insieme agli altri colleghi dell'Ares 118.
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Gli interventi sul campo
La missione italiana è stata inizialmente impiegata negli ospedali di Caracas. Successivamente il contingente è stato trasferito a La Guaira, una delle città più devastate dal terremoto, dove è stato allestito un grande campo sanitario internazionale. «Siamo arrivati qui e il giorno dopo abbiamo iniziato subito a lavorare. Il nostro compito non è scavare sotto le macerie, ma assistere i feriti che vengono recuperati dai soccorritori. Li stabilizziamo e poi, nei casi più gravi, vengono trasferiti con gli elicotteri negli ospedali». Il campo è un piccolo mondo dove convivono lingue, uniformi e bandiere diverse. Messico, Ecuador, Francia, Spagna, Stati Uniti e Italia lavorano fianco a fianco, uniti da un solo obiettivo: salvare più vite possibile. Le giornate scorrono senza sosta. I turni sono lunghi, il caldo supera i venticinque gradi e la polvere invade ogni cosa. Ogni giorno arrivano decine di feriti, molti con problemi respiratori causati dalle enormi quantità di detriti sospesi nell'aria. Ma con il passare del tempo l'emergenza cambia volto. «Adesso iniziano a comparire anche infezioni importanti. È inevitabile dopo tanti giorni. L'emergenza non sarà più soltanto quella dei traumi provocati dal terremoto, ma diventerà sempre più sanitaria».
Il dolore dei familiari
Eppure non sono i feriti a occupare il posto più doloroso nei ricordi del soccorritore sanvitese: «Purtroppo facendo questo lavoro sono abituato a vedere situazioni difficili. Ma mi hanno colpito soprattutto le persone che venivano a cercarci con le foto dei loro familiari. Ci chiedevano se li avessimo visti oppure ci imploravano di andare a scavare sotto le macerie. Anche quando le autorità avevano già spiegato che in quella zona non c'era più nessuno da salvare. Erano persone disperate». Di Viesto aveva già vissuto un terremoto importante in Italia, quello di Amatrice, ma quello che è avvenuto in Venezuela «è tutta un'altra storia. Qui è una città intera buttata giù. Ho visto palazzi di dodici piani crollati completamente, schiacciati su loro stessi. Ho visto circa dieci chilometri di costa devastati. Una cosa del genere non l'avevo mai vista».
Le esperienze internazionali
Prima del Venezuela, Di Viesto aveva partecipato a una missione umanitaria in Etiopia. Anche quella fu un'esperienza forte, ma diversa: «In Africa ho visto la fame. Qui ho visto la disperazione. È la disperazione di chi cerca ancora un figlio, un padre, una madre sotto le macerie. Sono due sofferenze diverse». È il racconto di chi ha visto una città cancellata in pochi istanti e continua, insieme a centinaia di soccorritori arrivati da tutto il mondo, a restituire speranza a chi ha perso tutto. Tra quelle divise, lontano migliaia di chilometri da casa, c'è anche quella di un sanvitese che, con professionalità e umanità, sta portando il cuore della sua terra in una delle più grandi emergenze umanitarie degli ultimi anni.
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