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Rapporti personali e affari comuni. Il principe saudita che sussurra a Trump per evitare l’escalation nel Golfo
Esteridi Federico Rampini
Mbs, come i sovrani delle altre monarchie arabe, teme la ritorsione dei pasdaran
Ha funzionato il freno arabo sulla guerra di Trump. La nuova offensiva Usa contro l’Iran è sospesa. La motivazione ufficiale è ottimista: Teheran avrebbe accettato un’intesa che dovrebbe riaprire Hormuz e porre fine alla minaccia nucleare. Ma fino a ieri sera non c’era una conferma da Teheran. Esiste forse una finestra diplomatica, non ancora una pace.
Il ripensamento di Trump come si spiega? L’offensiva allo studio poteva estendersi alle infrastrutture energetiche, alle centrali elettriche e ad altri nodi vitali della Repubblica islamica. Sarebbe stato il passaggio da una guerra di logoramento a un tentativo di paralizzare l’economia iraniana. Teheran aveva risposto minacciando ritorsioni contro gli impianti petroliferi e le infrastrutture dei Paesi arabi che ospitano forze statunitensi. È lo scenario che ha allarmato le monarchie del Golfo.
Il protagonista più visibile della pressione su Trump è Mohammed bin Salman (Mbs). Il principe saudita gli ha telefonato, ha insistito sulla necessità di privilegiare il dialogo. Suo fratello, il ministro della Difesa Khalid bin Salman, era volato a Washington per incontrare il vicepresidente JD Vance e portare lo stesso messaggio: Riad può partecipare ad azioni mirate contro milizie filo-iraniane che colpiscono il territorio saudita, ma non vuole che quelle rappresaglie diventino una guerra senza limiti.
Solo pochi giorni fa l’aviazione di Riad aveva partecipato con gli americani a raid contro milizie filo-iraniane in Iraq, dopo attacchi diretti contro obiettivi sauditi. Il Regno vuole dimostrare che sa reagire e che l’alleanza con Washington resta operativa. Ma non vuole una devastazione dell’Iran che provochi nuove ondate di missili e droni contro i terminal petroliferi, le città e le infrastrutture del Golfo. Deterrenza e de-escalation non sono, agli occhi sauditi, incompatibili: colpire quando necessario, negoziare prima che l’escalation diventi incontrollabile.
Mbs influenza Trump per almeno tre ragioni. La prima è strategica. L’Arabia Saudita resta il principale pilastro arabo dell’architettura americana nel Golfo: basi, intelligence, difesa antimissile, petrolio, controllo delle rotte marittime. Una guerra che Riad considera troppo pericolosa diventa più difficile anche per Washington.
La seconda è economica e politica. Trump considera il rapporto con i sauditi come un insieme di sicurezza, investimenti, commesse militari, energia e grandi affari. Mbs parla il linguaggio prediletto dal presidente americano: non quello astratto delle alleanze, bensì quello dei costi, dei benefici e degli accordi personali. Il timore di nuovi attacchi alle infrastrutture del Golfo coincide inoltre con una preoccupazione interna americana: inflazione, benzina cara e malcontento elettorale.
La terza ragione riguarda la personalizzazione della politica estera trumpiana. Il presidente ascolta più facilmente leader con i quali ha un rapporto diretto e transazionale. Mbs appartiene a questa categoria. Ma non ha imposto da solo la retromarcia. Qatar, Emirati, Oman, Turchia e Pakistan hanno spinto nella stessa direzione. A queste pressioni si aggiungono il costo crescente della guerra, il consumo di munizioni americane, il rischio per le truppe statunitensi nella regione.
L’esperienza consiglia cautela: il rinvio può essere una pausa tattica, destinata a finire se l’Iran non riapre Hormuz o non accetta restrizioni sul programma nucleare.
Resta il dato geopolitico. Le monarchie arabe dipendono ancora dalla potenza militare americana. Ma proprio questa dipendenza dà loro un’influenza. Trump può minacciare l’Iran senza consultare gli europei; gli è più difficile ignorare i Paesi sul cui territorio ricadrebbero le rappresaglie, che ospitano le basi americane e controllano una parte decisiva dell’energia mondiale. Mbs non è pacifista. È il leader di una potenza che vuole l’Iran indebolito, non il Medio Oriente incendiato. Per ora sembra aver convinto Trump che fra questi obiettivi c’è una differenza.
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