Il paradosso umanitario di «Team Gaza»
CommentiSotto la regia dell’Unione europea nasce “Team Gaza”, un piano da quasi un miliardo per ricostruire sulle macerie. Ma tra il blocco fiscale imposto da Israele e le manovre geopolitiche degli Stati uniti, l’aiuto europeo, lanciato lunedì 13 luglio a Bruxelles, rischia di rivelarsi un paradosso umanitario. Co-presieduto dalla neo-commissaria per il Mediterraneo, la croata Dubravka Šuica, e dal Primo Ministro palestinese Mohammad Mustafa, il secondo vertice del Gruppo dei Donatori per la Palestina (Pdg) ha lanciato questo progetto finanziario e di cooperazione coordinato da Commissione Europea, Banca Mondiale e Banca Europea per gli Investimenti (Bei), che ha già messo sul piatto 883,6 milioni di euro – di cui 257 stanziati direttamente da Bruxelles – con il contributo di tredici paesi, tra cui l’Italia. L’OBIETTIVO dichiarato è ripartire subito con la riabilitazione delle infrastrutture idriche, la gestione dei rifiuti e i servizi pubblici essenziali. «L’avvio della ricostruzione non può attendere che ogni singola questione politica sia risolta», ha dichiarato Šuica. Una dichiarazione pragmatica che, tuttavia, si scontra con la realtà. In base al Protocollo di Parigi del 1994 – l’accordo economico che regola i rapporti doganali tra le parti – Israele riscuote l’Ivae i dazi sulle merci destinate ai Territori Palestinesi per poi stornarli mensilmente all’Anp. Queste tasse non sono regali, ma soldi dei contribuenti palestinesi, che rappresentano oltre il 60% del bilancio di Ramallah. Soldi con cui si pagano medici, infermieri, maestri e poliziotti. Oggi questo flusso è quasi interamente congelato. Con la scusa di trattenere le quote destinate ai servizi di Gaza o i sussidi per i prigionieri politici, il Ministro delle Finanze israeliano, l’ultra-ortodosso Bezalel Smotrich, sta attuando un vero e proprio embargo finanziario. Per il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra si tratta di una palese violazione dei trattati bilaterali e di una misura di punizione collettiva contro milioni di civili. Il risultato? L’Anp è sull’orlo della bancarotta e non riesce a pagare che metà degli stipendi pubblici. Senza queste risorse, qualsiasi piano di sviluppo europeo rischia di nascere già morto. A margine del vertice è poi stato firmato un ulteriore accordo da 41,7 milioni di euro che andrà a confluire nel meccanismo Pegase, lo strumento di finanziamento diretto creato nel 2008. CON PEGASE, per evitare che i fondi vengano intercettati da Hamas o dispersi nei rivoli della corruzione, l’Ue non consegna denaro contante ai leader politici palestinesi. Ogni beneficiario (dal medico di Ramallah alla famiglia vulnerabile) viene sottoposto a uno screening rigoroso contro le liste antiterrorismo, e il denaro viene accreditato direttamente sul conto corrente del singolo cittadino tramite controlli affidati a società internazionali. È L’UNICO polmone finanziario rimasto per evitare il collasso totale del welfare in Cisgiordania e a Gaza, ma resta una terapia intensiva per un paziente che continua a essere privato di autonomia. Se sul piano umanitario l’Ue prova a fare la sua parte, su quello geopolitico la partita è in fondo sempre la stessa. Da un lato c’è l’ostruzionismo di Israele. Tel Aviv ha concesso un via libera puramente tecnico ai progetti idrici ed ecologici su Gaza – consapevole che il collasso sanitario della Striscia minaccia per osmosi anche la propria sicurezza – ma rifiuta categoricamente il disegno politico europeo. Dall’altro lato della scacchiera, a incarnare le ambizioni di Washington è Jared Kushner, inviato speciale per la pace e genero di Donald Trump. Al vertice di quel Board of Peace americano che l’Unione europea guarda con forte diffidenza, Kushner porta avanti una visione mercantilista e transazionale del conflitto, arrivando a ipotizzare una Gaza post-bellica riconvertita in distretto turistico sul waterfront. Una “diplomazia del mattone” che si intreccia con un colossale conflitto di interessi: come ben noto, Kushner gestisce infatti il fondo d’investimento privato Affinity Partners, foraggiato con miliardi di dollari dalle monarchie del Golfo – in testa l’Arabia Saudita di bin Salman. DIETRO L’OFFERTA di collaborazione presentata a Bruxelles si profila così il vecchio schema degli Accordi di Abramo: normalizzare i flussi d’affari tra Tel Aviv e le monarchie del petrolio. Il rischio è che “Team Gaza” si trasformi nell’ennesima operazione evanescente: un miliardo di euro speso per ricostruire infrastrutture destinate a rimanere cattedrali nel deserto sotto il controllo militare israeliano, o peggio, a essere nuovamente distrutte al prossimo ciclo di violenza. Senza lo sblocco delle tasse palestinesi e senza il coraggio politico di imporre a Israele il rispetto del diritto internazionale, la generosità di Bruxelles rischia di essere cipria, applicata sul volto di un’occupazione infinita.

