Cina, la nuova legge che "annulla" le minoranze etniche: cosa prevede (e perché fa infuriare Giappone, Usa e Europa)
MondoApericena - Newsletter Il punto sui temi di attualità, ogni lunedì Iscriviti e ricevi le notizie via email Dal 1° luglio in Cina è entrata in vigore la nuova legge “sulla promozione dell'unità e del progresso etnico”, un provvedimento attraverso il quale il governo di Pechino punta a rafforzare la coesione nazionale. Tuttavia non sono mancate le critiche da parte dei governi democratici e delle organizzazioni per i diritti umani che temono un possibile impatto negativo sulle minoranze etniche. Cosa dice la legge La riforma, già approvata lo scorso 12 marzo dall'Assemblea nazionale del popolo, consta di un preambolo e 65 articoli il cui obiettivo è quello di rafforzare la “coesione sociale” nel Paese attraverso la promozione del mandarino a lingua comune nazionale nell'istruzione, negli affari ufficiali e nei luoghi pubblici, punendo se necessario la partecipazione ad «attività di terrorismo, separatismo etnico ed estremismo religioso». L'obiettivo della legge è «forgiare una coscienza comune della comunità della nazione cinese», ha dichiarato Chen Ruifeng, viceministro del dipartimento del Fronte unito del Comitato centrale del Partito comunista cinese e direttore della Commissione nazionale per gli affari etnici. Secondo Chen, la normativa riprenderebbe le “esperienze di successo” delle politiche del governo sulle minoranze etniche per definire la posizione politica, i compiti e la direzione degli affari etnici del Paese nella “nuova era”. Ad oggi, la Cina riconosce ufficialmente 55 gruppi etnici di cui il maggioritario è il gruppo Han, al quale appartiene più del 90% della popolazione. Tuttavia, negli anni il governo cinese è stato spesso accusato di attuare politiche di assimilazione forzata. In alcune regioni, come il Tibet o la Mongolia Interna, il governo aveva imposto l'uso del mandarino nelle scuole di ogni ordine e grado: scelta che secondo i critici rappresenta un tentativo di privare la popolazione autoctona dalla propria lingua, cultura e tradizioni. L'articolo 63 di questa nuova riforma, inoltre, stabilisce che chiunque nel mondo, dalle organizzazioni ai singoli individui, può essere chiamato a rispondere legalmente per azioni ritenute responsabili di «minare l'unità e il progresso etnico» in Cina. La reazione delle potenze internazionali L'attuazione di questa nuova legge ha provocato una reazione avversa e unanime da parte delle principali potenze internazionali. Il Giappone, dove quattro gruppi parlamentari sono a sostegno di uiguri, tibetani, mongoli e vittime di presunte violazioni dei diritti umani in Cina, è stata diffusa una dichiarazione congiunta di condanna per chiedere l’abolizione della legge. Le critiche arrivano anche in un momento in cu i rapporti tra Tokyo e Pechino restano tesi, dopo le dichiarazioni della premier Sanae Takaichi secondo cui un eventuale attacco cinese a Taiwan potrebbe rappresentare una minaccia per il Giappone. L’Alto commissario Onu per i diritti umani Volker Turk ha chiesto a Pechino di ritirare la legge per evitare che si acuiscano le restrizioni alla libertà di lingua, istruzione, religione, cultura, espressione e assemblea da parte delle minoranze. Gli Stati Uniti, hanno definito la legge una nuova conferma della “crudeltà e paranoia” del Partito comunista cinese, sostenendo che Pechino intende usarla per intimidire anche i critici residenti all’estero. Anche l'Europa si è espressa contraria alla legge cinese, sostenendo che rifletta politiche di assimilazione e violazioni dei diritti umani in Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna. Dal canto suo, Pechino respinge le accuse di violazioni dei diritti umani: il viceministro della Giustizia Hu Weilie ha definito le preoccupazioni sulla clausola di applicazione della legge all’estero una “lettura distorta” e una “campagna diffamatoria”, sostenendo che la riforma è conforme ai principi giuridici e in linea con le pratiche internazionali.

