
Le armi di Hamas e i freni di Israele sul futuro di Gaza
InternazionaleI negoziati per la seconda fase del cessate il fuoco a Gaza sono bloccati su questioni fondamentali: il disarmo di Hamas, il ritiro israeliano e il futuro governo della Striscia. Israele e gli Stati Uniti chiedono la totale smilitarizzazione, mentre Hamas rifiuta la capitolazione e chiede garanzie di sicurezza e sovranità.

«Hamas accetta di deporre le armi»: svolta a Gaza dopo 20 anni? Le trattative al Cairo e i dubbi in Israele
ESTERISecondo i media israeliani l'accordo sarebbe a un passo. L'analista Nimrod Goren a Open: «Occhio alle trappole» A 10 mesi dalla firma del cessate il fuoco a Gaza, Hamas sarebbe sul punto di impegnarsi a consegnare le armi, passo fondamentale per consentire il passaggio del controllo della Striscia a un altro governo dopo vent’anni. A riportare la notizia sono, con sfumature diverse, diversi media israeliani. Secondo alcuni report l’accordo sarebbe fatto, e sarebbe in preparazione un annuncio ufficiale. Fonti palestinesi a conoscenza dei negoziati confermano a Open che la svolta è vicina. Il fattore game-changer, spiegano da Ramallah, sarebbe stata la decisione di Benjamin Netanyahu, fatta approvare subito prima di partire per gli Usa dal gabinetto di sicurezza israeliano, di consentire l’ingresso a Gaza della forza multinazionale di sicurezza chiamata ad assumerne il controllo militare, a fianco a quello civile del Comitato tecnocratico palestinese guidato da Ali Shaath. 200 soldati da “Paesi amici”, come Uganda e Marocco, per il momento. Ma tanto è bastato a Donald Trump per accogliere con un po’ più di serenità Netanyahu martedì alla Casa Bianca, e ad Egitto, Turchia e Qatar per tornare ad alzare la pressione su Hamas perché acconsenta a sua volta a una delle condizioni chiave dell’intesa siglata ad ottobre. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu col presidente Usa Donald Trump alla Casa Bianca – Washington, 28 luglio 2026 (Ansa/ Ufficio stampa Netanyahu) Le pressioni del Board di Pace di Trump per l’accordo A sottolineare il significato di quel voto israeliano era stato nei giorni scorsi il Board of Peace fondato da Trump, che aveva parlato di uno «sviluppo molto importante nel processo per raggiungere pace, prosperità e sviluppo a Gaza» e anticipato che sarebbero seguite presto «azioni concrete per introdurre un nuovo modello di governance, sicurezza ed opportunità economica». Un modo per tenere alta la pressione diplomatica tanto su Israele quanto su Hamas, entrambi fortemente tentati di approfittare del calo di attenzione internazionale per mantenere invece la situazione a Gaza nel limbo politico-militare, rimpallandosi le responsabilità. Secondo diversi media israeliani invece nei nuovi colloqui in corso al Cairo Hamas avrebbe fatto importanti passi avanti. Fonti israeliane dicono a Ynet che la milizia islamista «sembra aver accettato il disarmo completo», come passo verso la cessione del potere a Gaza. Si starebbe discutendo addirittura di una possibile cerimonia di firma della solenne dichiarazione di Hamas in Egitto nei prossimi giorni. Disarmo di Hamas e ritiro di Israele, l’intesa possibile e i dubbi Secondo il giornalista israeliano Amit Segal, l’accordo in vista ruoterebbe attorno a quattro punti cardine. 1) Hamas si impegnerebbe a consegnare tutte le armi – pesanti e leggere – così come ai tunnel e alle scorte; 2) Le armi verrebbero portate «nelle prossime settimane» in depositi controllati dalle forze multinazionali; 3) Hamas s’impegnerebbe a mettere fine ad ogni attività o reclutamento militare; 4) Israele non si ritirerebbe dalla linea gialla finché il processo di disarmo non è completo. Messa così sarebbe una vittoria diplomatica pressoché totale per Israele. Ragion per cui c’è chi dubita che Hamas acconsentirà davvero a un piano del genere. «Spesso Hamas lascia trapelare concessioni del genere per premere per l’ulteriore ritiro israeliano, che l’attuale coalizione di governo a Gerusalemme, sotto elezioni, è molto difficile accetti», invita alla prudenza a Open l’analista Nimrod Goren. E così si tornerebbe alla casella di partenza, con il solito scaricabarile sulla responsabilità. Certo è possibile ed auspicabile che questa volta le cose si muovano verso impegni reali, ma anche in quel caso resterebbe da verificare poi l’effettiva implementazione degli accordi, nota ancora Goren. BREAKING: A new agreement between mediators & Hamas details full disarmament. Key terms: -All weapons (heavy/light/police), tunnels & stockpiles surrendered -Weapons handed over in weeks to depots guarded by multinational forces -Hamas ends all military activity & recruitment… — Amit Segal (@AmitSegal) July 30, 2026 Armi, infrastrutture e funzionari, così Hamas punta i piedi Secondo Haaretz in effetti l’accordo tra Hamas e i mediatori regionali non sarebbe ancora chiuso perché resterebbe in realtà ancora da chiarire a quali categorie di armi la milizia rinuncerà e in che modo verrebbe condotta nella pratica la riconsegna. Di fatto Hamas starebbe negoziando la sua sopravvivenza sotto mentite spoglie nel nuovo quadro di governo di Gaza. La milizia vorrebbe mantenere almeno quelle che considera infrastrutture civili o «a doppio uso» (tunnel compresi?), e vorrebbe avere garanzie che migliaia di suoi “funzionari” possano riciclarsi nella nuova struttura amministrativa che dovrebbe prendere le redini del governo della Striscia, sotto l’egida per lo meno in una prima fase del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza guidato da Shaath. Fonti israeliane confermano che l’accordo non è ancora finalizzato, e non sarà accettabile finché non sarà «dettagliato ed applicabile». I relativi conciliaboli proseguono al Cairo, ma anche ad Ankara dove oggi il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha ricevuto il nuovo capo dell’ufficio politico di Hamas Khalil al-Hayya. In copertina: Miliziani delle Brigate Al-Qassam, l’ala militare di Hamas – Deir al-Balah, Striscia di Gaza, 4 febbraio 2025 (Ansa/Epa – Mohammed Saber)

Israele tira fuori le carte: “Ecco i legami fra Hamas e la Global Sumud Flottilla”
EsteriAscolta l'articolo 0:00 / --:-- Volete le prove? Le abbiamo tutte e sono a vostra disposizione. Così Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha rivelato i presunti legami tra gli attivisti della Global Sumud Flotilla e Hamas durante il summit internazionale sull’ascesa del terrorismo politico, organizzato a Washington dal segretario di Stato americano Marco Rubio. Sa’ar ha descritto i legami tra i movimenti politici della sinistra radicale in Occidente e le organizzazioni terroristiche islamiste, sostenendo che l’alleanza tra gli estremisti rappresenti «una vera sfida ai valori della democrazia e della libertà». E ha indicato la Global Sumud Flotilla come un esempio emblematico di come le organizzazioni terroristiche si nascondano dietro i movimenti di attivisti di sinistra. Secondo il ministro israeliano, la flottiglia ha tentato più volte di violare il blocco navale israeliano legalmente imposto sulla Striscia di Gaza, con il pretesto di voler consegnare aiuti umanitari, ma non trasportava alcun materiale di aiuto. Obiettivo era solo quello di servire gli interessi di organizzazioni terroristiche, principalmente di Hamas a Gaza, mentre quelle stesse organizzazioni (come a mesi di distanza ammesso ufficialmente dall’Onu) si occupavano di bloccare gli aiuti umanitari e di dirottarli verso i magazzini e i tunnel da loro controllati, cercando di provocare una carestia da imputare, agli occhi del mondo, a colpe israeliane. Leggi anche: Secondo Sa’ar, «i documenti di Hamas sequestrati dalle Forze di difesa israeliane (IDF) indicano finanziamenti, coinvolgimento operativo e proprietà occulta delle imbarcazioni attraverso una società di comodo spagnola». Ha aggiunto che l’organizzazione responsabile dei viaggi della flottiglia era gestita attraverso una rete collegata ad Hamas e ai Fratelli Musulmani, «conferendo così legittimità e una copertura civile alle organizzazioni terroristiche e ai loro obiettivi». Ha inoltre accusato queste organizzazioni di «ripulire l’immagine del terrorismo e dei suoi obiettivi» utilizzando attivisti di sinistra per reclutare partecipanti, mobilitare gruppi studenteschi e creare pressione sull’opinione pubblica. Il ministro ha fornito nomi e cognomi: due attivisti della flottiglia, Zaher Birawi e Tiago Avila hanno – ha detto – hanno legami pluriennali con organizzazioni designate come terroristiche. Il primo, Zaher Birawi, è un importante attivista di Hamas residente in Gran Bretagna e responsabile dell’ala europea di Hamas. Secondo un documento del 2021 firmato dall’ex leader di Hamas Ismail Haniyeh, assassinato in Iran nel 2024, Birawi sarebbe direttamente coinvolto nell’organizzazione di flottiglie da oltre 15 anni e responsabile dell’ala europea di Hamas. E l’affermazione non può essere contestata visto che il documento (autenticato da soggetti terzi) è stato rinvenuto nei tunnel terroristici di Hamas sotto Gaza. Per contro, Avila, cittadino brasiliano e importante attivista filopalestinese, ha anche partecipato al funerale del segretario generale di Hezbollah e leader terroristico Hassan Nasrallah, oltre che a numerose riunioni operative nel sud del Libano. «Le prove sono chiare», ha affermato Sa’ar. «Abbiamo documentato legami diretti tra gli organizzatori della flottiglia e organizzazioni terroristiche, tra cui Hamas, la Jihad islamica, Hezbollah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Importanti attivisti di Hamas stanno gestendo queste campagne dalla Gran Bretagna e da altre capitali occidentali». Bruno Dardani, 18 luglio 2026 Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
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