Secolo d'ItaliaDestra
Il “compagno” Ortega abolisce le elezioni in Nicaragua, la sinistra italiana resta zitta. E anche D’Alema…
PoliticaFoto: ANSA
Antichi amori sandinisti
Anche l'ultimo velo del regime cade. Ora, la vecchia sinistra italiana è costretta a fare i conti con il mito rivoluzionario che per decenni ha corteggiato
Il Nicaragua non avrà più elezioni. Ad annunciarlo è stato il presidente Daniel Ortega, ex guerrigliero e storico leader del Fronte sandinista di liberazione nazionale. E meno male che doveva occuparsi di liberazione: il movimento rivoluzionario di matrice marxista-leninista che nel 1979 rovesciò la dinastia dei Somoza oggi ha liberato i nicaraguensi anche dal diritto di scegliere chi li governa. Massimo D’Alema, che con le urne sandiniste ebbe in passato una certa familiarità, prenderà nota: Ortega ha risolto il problema alla radice. Dopo quasi vent’anni consecutivi al potere, lui ha trasformato il Paese centroamericano in una delle ultime sacche di un’ideologia che la storia sembrava aver archiviato, cancellando anche l’ultima finzione democratica: nessuna opposizione, nessuna alternanza e nessun limite al dominio esercitato insieme alla moglie Rosario Murillo.
Ortega istaura il regime
«Qui non ci saranno più elezioni per evitare che tentino di prendere il governo e il potere», ha dichiarato Ortega durante le celebrazioni per il 47esimo anniversario della Rivoluzione rossa. Poi l’affondo contro i nemici di sempre: «I giorni in cui partiti sostenuti dagli yankee e dai somozisti sarebbero tornati al potere sono finiti».
Il presidente ottantenne non ha ancora spiegato con quale acrobazia giuridica verrà cancellato il voto previsto nel novembre 2027. La sostanza politica, tuttavia, è già chiara. Il dittatore governa in tandem con la moglie Murillo, poetessa ed ex esule rientrata in patria con la rivoluzione e poi salita, gradino dopo gradino, fino al vertice: prima vicepresidente, infine promossa per Costituzione a “copresidente”. Perché il potere, in famiglia, si divide. Insieme controllano governo, Parlamento, magistratura e forze armate. L’Assemblea nazionale, dominata dal Fronte sandinista, si è subito messa al lavoro per dare forma di legge alla volontà del capo.
La repressione cominciata prima del voto
Le urne del 2021 erano già state svuotate prima dell’apertura dei seggi, con l’arresto dei principali aspiranti alla presidenza e la messa fuori gioco dell’opposizione. Dal 2018, quando la repressione delle proteste provocò oltre 300 morti, Managua ha chiuso più di cinquemila organizzazioni, colpito la Chiesa, le università e la stampa indipendente, espulso centinaia di dissidenti e privato molti di loro della cittadinanza e dei beni.
Almeno 46 persone risultano ancora detenute per ragioni politiche. Ortega, adesso, ha scelto di risparmiare al regime persino la fatica di organizzare elezioni truccate.
Lo scontro con l’Italia sul brigatista Casimirri
La nuova stretta arriva pochi giorni dopo lo scontro diplomatico con Roma. Il governo nicaraguense ha notificato l’intenzione di interrompere le relazioni con l’Italia in risposta al ministro degli Esteri Antonio Tajani, che aveva definito quello di Managua un governo «estremista» e denunciato la protezione assicurata ad Alessio Casimirri.
L’ex brigatista, coinvolto nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro e condannato definitivamente a sei ergastoli, vive in Nicaragua dal 1983. «L’Italia continuerà a chiedere che Casimirri risponda davanti alla giustizia italiana», ha ribadito il titolare della Farnesina. Managua, invece di consegnarlo, ha scelto lo strappo diplomatico.
La sinistra oggi condanna, ma ieri…
Di fronte alla progressiva trasformazione del Nicaragua in una dittatura, anche la sinistra italiana ha preso le distanze. Vero che il “pdino” Piero Fassino, già nel 2021, denunciava «la deriva autocratica e liberticida di Ortega», ricordando gli arresti degli oppositori e dei candidati alla presidenza. Una condanna corretta. Meno evidente, però, è stata la riflessione sulle indulgenze e sulle fascinazioni con cui parte del Nazareno guardò per decenni al sandinismo.
Quando D’Alema assisteva i sandinisti alle elezioni
A ricordare quella stagione, involontariamente, è stato Massimo D’Alema. A gennaio di quest’anno l’ex premier ha raccontato al Messaggero: «Una volta andai in Nicaragua, ad assistere il fronte rivoluzionario nella gestione delle elezioni. Mi avevano invitato, avevo accettato e si rivelò un’esperienza per me molto appassionante».
I dirigenti sandinisti, proseguiva D’Alema, gli presentarono Andreotti come «l’unico statista occidentale che sta al fianco della libertà dei nostri popoli e non al fianco dell’America». D’Alema non stava difendendo l’Ortega di oggi e le diverse stagioni storiche non possono essere sovrapposte. Ma quell’aneddoto racconta la familiarità politica e sentimentale con cui una parte della sinistra guardò ai guerriglieri, concedendogli una patente morale preventiva. Oggi Ortega ha abolito le elezioni e il suo governo continua a proteggere un condannato per la strage di via Fani. Tenere le distanze è il minimo. Fare finalmente i conti con quelle antiche fascinazioni sarebbe qualcosa di più.
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