SPILLO | Meloni tra Corte Suprema Usa e Colle dem, ecco la riforma che manca
PoliticaLa sconfitta di Trump in Corte Suprema sullo ius soli eccita i dem nostrani, che pregustano una analoga sconfitta della maggioranza da parte della Consulta La conferma dello ius soli negli Usa da parte della Corte Suprema – contro un decreto di Donald Trump – ha suscitato entusiasmi comprensibili nell’opposizione italiana. Ha fatto risuonare un claim politico-mediatico ideale in vista del possibile esame della nuova legge elettorale presso la Corte Costituzionale: già nella lunghezza d’onda di una bocciatura (o di suggerimenti di correzione entro i desiderata del centrosinistra). Anzi: la pronuncia di “Scotus” (Corte suprema degli Stati Uniti) viene manipolata di per sé a favore dell’obbligatorietà/inevitabilità di un vaglio “democratico” della Consulta italiana su una legge elettorale pregiudicata come “fascista” solo perché proposta dalla maggioranza parlamentare non di centrosinistra. GRANDE ISRAELE | "I coloni oltre il Golan trasformano la Siria nel prossimo terreno di scontro" Giusto poche ore prima che i justice di Washington sentenziassero, inoltre, la premier Giorgia Meloni ha prospettato la rottura del “tabù” di un Quirinale sempre occupato dal centrosinistra: proprio ciò che un vasto fronte politico-culturale giudica ormai alla stregua di principio fondante dell’ordine costituzionale “più bello del mondo”. SPY USA | Stablecoin, terre rare e midterm: il gioco d’affari dietro la politica di Trump Non da ultimo: cento giorni dopo il referendum sulla giustizia, “Scotus vs Trump” è un tonificante per una magistratura militante in campagna elettorale permanente, coi suoi candidati vecchi e nuovi pronti a mantenere un solido presidio giudiziario nelle Camere. Questo premesso, ai fan del “diritto supremo” (sic nell’ardito titolone di Avvenire) sembra lecito rivolgere non obiezioni ma, anzi, un’espressione di condivisione. Unita, subito, anche a un invito. Se la Corte Suprema della democrazia che dopodomani festeggia i suoi 250 anni è davvero “la più bella del mondo”, allora il suo format va auspicabilmente importato al più presto in Italia, Paese liberato dal fascismo ottant’anni fa proprio dagli Stati Uniti. USA E EPSTEIN FILES | Gli omissis sui potenti diventano il nuovo fronte che divide giudici e Trump “Scotus” è formata da nove giudici a vita. Solo quando ne viene a mancare uno (per morte o dimissioni, queste ultime peraltro rare), il presidente in quel momento in carica – capo dell’esecutivo eletto a suffragio popolare – presceglie il successore: non diversamente da come la Casa Bianca indica il presidente della Fed o dell’Fbi. E, come per le altre grandi cariche federali, il candidato della Casa Bianca viene poi “grigliato” dal Senato – camera alta di un Congresso pure eletto a suffragio popolare – che ne vota infine la nomina formale, sulla base degli equilibri parlamentari del momento. I justice sono tutti giuristi di formazione che, nel sistema giudiziario statunitense, hanno conosciuto di regola esperienze in magistratura. Nessun giudice, tuttavia, è un magistrato “di professione” e, per essere nominati, non esistono vincoli legali di curriculum o riserve istituzionali. È invece fondamentale – oltre all’autorevolezza giuridica – la trasparenza sui propri orientamenti riguardo ai grandi temi costituzionali: le audizioni al Senato servono appositamente a riepilogarli. Negli Usa un justice non avrà mai radici anonime nel ceto accademico, burocratico o giudiziario. In “Scotus” hanno invece avuto parte frequente figure dal forte profilo pubblico, come ad esempio la paladina dei diritti civili Ruth Bader Ginsburg. Pubbliche e trasparenti sono, dal canto loro, tutte le sentenze di “Scotus”: nell’esito del voto (talora combattuto come nel 5-4 sullo ius soli), nell’identità dei giudici votanti e, soprattutto, sul fronte cruciale delle “opinioni dissenzienti”. È comunque accaduto così che una Corte presieduta da un giudice nominato da un presidente repubblicano e composta per un terzo da giudici indicati direttamente da Trump e solo per un terzo da giudici di nomina dem abbia sentenziato contro la Casa Bianca trumpiana. Non c’è alcun dubbio che da Washington sia giunta una grande prova-lezione di democrazia funzionante. Per questo sembra opportuno non lasciar cadere le ovazioni partigiane, trasformandole in una raccomandazione non partisan: riformare la Consulta italiana sul modello “Scotus”. Ridisegnare la “corte suprema” di Roma completamente all’interno della democrazia elettiva, come è quella di Washington. In quella cornice andrebbe anzitutto eliminata, o ridimensionata, l’importante riserva costituzionale (oggi un terzo di 15 giudici) di designazione diretta da parte di tre ordini giudiziari: quelli che hanno appena condotto (con successo) una campagna politica di resistenza corporativa verso il potere legislativo e quello esecutivo di una Repubblica parlamentare. I 10mila magistrati italiani – nei fatti tutti auto-cooptati – hanno voluto riaffermare di sentirsi responsabili solo verso il Consiglio superiore della magistratura, “autogovernato” da loro, con logiche correntizie, sotto la presidenza nominale del Quirinale. Andrebbe, a maggior ragione, eliminata o ridimensionata anche la riserva costituzionale (oggi un terzo di 15 giudici) a favore di un Presidente della Repubblica eletto/rieletto dal Parlamento, non dal popolo. È una prerogativa fissata dalla Carta “nativa” nell’identikit di un Capo dello Stato di garanzia istituzionale, privo di poteri di governo, politicamente irresponsabile e naturalmente imparziale. Ma la “Costituzione materiale”, almeno nell’ultimo ventennio della storia repubblicana, appare palesemente evoluta in senso semipresidenzialista ibrido, e non solo agli occhi della premier in carica, che alla fine ha ritenuto di porre la questione alla vigilia di un nuovo voto politico. Non è stata, del resto, la prima ad affrontarla: sono mesi che l’ex premier Matteo Renzi – figura centrale nel ventennio di democrazia “quirinalesca” di ortodossia Pd – agita come tema politico “la difesa del Quirinale dalle destre”. Nei fatti sono comunque vent’anni che il dettato formale della Carta pone la Consulta sotto il controllo di due presidenti “dem”, entrambi rieletti provenendo da un partito mai netto vincitore di un voto politico, e di una magistratura militante, certamente avversaria di ogni maggioranza che non fosse di centrosinistra. Una Consulta “modello Scotus”, inoltre, difficilmente potrebbe continuare a vedere così ridotta e condizionata come oggi la presenza dei poteri elettivi. Nessuna maggioranza parlamentare eletta ha mai potuto contare sul potere effettivo di nominare anche solo uno dei cinque giudici di competenza delle Camere. Il vincolo del voto qualificato si traduce, in concreto, in lunghi stalli ostruzionistici, dall’uno o dall’altro fronte parlamentare. Oppure è fonte di veti incrociati su candidati politicamente profilati, con l’emergere, non raro, di figure di compromesso, non sempre sinonimo di autorevolezza e di reale capacità e motivazione di dibattere grandi questioni costituzionali. In una Consulta riformata, sicuramente, andrebbero introdotti gradi di trasparenza obbligatoria sulla formazione delle sentenze e sull’esistenza di opinioni dissenzienti strutturate. Fermo restando, infine, l’originale americano di un chief justice nominato a vita (quello in carica, John Roberts, è stato designato 21 anni fa, a soli 50 anni, da George W. Bush), potrebbero essere introdotti, nell’elezione del presidente e dei vicepresidenti della Consulta, meccanismi più aperti, trasparenti, competitivi e d’impatto sostanziale. P.S. La Costituzione degli Stati Uniti, il cui testo originario data 1787, venne rimaneggiata e integrata – democraticamente – già nel 1791, con i dieci emendamenti del Bill of Rights. Da allora la Carta è stata modificata da altri 17 emendamenti (l’ultimo nel 1992). Fra di essi, il Ventiduesimo emendamento – approvato nel 1951 – ha limitato a due mandati quadriennali la durata massima di una presidenza. I quattro mandati consecutivi di Franklin Delano Roosevelt – morto in carica nel 1945, nel tredicesimo anno, con altri tre anni teoricamente davanti a sé – avevano sicuramente messo in risalto i punti di forza di un tale sviluppo della “Costituzione materiale”: FDR aveva vinto prima la Grande Depressione negli Usa e poi la guerra mondiale in Europa e in Asia. Ma nella democrazia americana cantata in Europa già all’inizio dell’Ottocento da Alexis de Tocqueville si erano affacciati anche tutti gli interrogativi sugli inevitabili punti di debolezza, anzitutto sui rischi di presidenze “monarchiche” (la Casa Bianca era rimasta al democratico Harry Truman anche dopo il voto del 1948). Ed è in virtù di quell’emendamento che il secondo mandato di Trump si concluderà nel 2028 (salvo colpi di scena: anche il Ventiduesimo emendamento non è irreversibile). Nessuna Costituzione, nessuna Presidenza può essere mai “la più bella del mondo”: gli applausi italiani di giornata a “Scotus” vanno anche a questo. — — — — Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente. SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI
