Quella spesa pubblica che non aiuta la crescita
/lastampa/editoriali/lettere-e-ideeSecondo le ultime previsioni del Fondo Monetario Internazionale, la crescita italiana nel biennio 2026-2027 si fermerà allo 0, 5 per cento: meno della metà della media europea. Nello stesso periodo la Germania crescerà dello 0, 8 per cento, la Francia dello 0, 7 e la Spagna del 2 per cento. Siamo, dunque, tornati stabilmente in fondo alla classifica. Eppure, nello stesso periodo la spesa pubblica supererà il 50 per cento del Pil: oltre la metà della ricchezza prodotta nel Paese. Alla luce di questi dati, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che non è affatto vero che “più spendi, più cresci”. Al contrario. Spendere non è una condizione sufficiente per crescere: l’Italia destina alla spesa pubblica una quota di Pil in linea con la media europea, ma registra un tasso di sviluppo decisamente inferiore. E non è nemmeno una condizione necessaria: le uscite pubbliche della Spagna, ad esempio, sono pari al 43,4 per cento del Pil, eppure l’economia iberica cresce a un ritmo quattro volte superiore alla nostra. È evidente che ciò che conta non è la quantità bensì la qualità dei fondi impiegati. Lo dimostra il Welfare, al centro del dibattito di questi giorni perché spesso contrapposto alla difesa. Diversi esponenti politici, sia di destra sia di sinistra, sostengono che investire nella sicurezza significhi – inevitabilmente – destinare meno soldi al Welfare. E invece bisognerebbe fare l’opposto. È una tesi che – ovviamente – raccoglie consenso. Ma da chi ha responsabilità di governo ci si aspetterebbe un approccio fondato sui dati: prima di chiedere nuove risorse sarebbe opportuno verificare se quelle già stanziate vengano impiegate al meglio. Per capirlo, basterebbe leggere i dati pubblicati dall’Inps nell’ultimo Rapporto annuale, a cominciare da quelli relativi all’Assegno unico e universale, introdotto dall’esecutivo Draghi e – successivamente – rafforzato da quello Meloni. La misura ha il merito di aver riunito in un unico strumento gran parte dei bonus destinati alle famiglie con figli ed è, come suggerisce il nome, universale: spetta a tutti, anche ai nuclei con redditi elevati, seppure in misura ridotta. Fino a un Isee di circa 45 mila euro l’importo diminuisce progressivamente; oltre tale soglia continua comunque a essere erogato, per un importo di circa cinquanta euro al mese. Il costo è elevato: circa 20 miliardi di euro all’anno, una cifra paragonabile alla dimensione di una legge di Bilancio. I risultati, tuttavia, sono ben lontani dall’essere soddisfacenti. L’assegno non modifica in maniera significativa la dinamica delle nascite, soprattutto tra i nuclei a basso reddito. Riduce, inoltre, l’incentivo a lavorare per le donne con percorsi professionali più fragili e discontinui. Il bonus può, quindi, trasformarsi in una vera e propria trappola: una volta cresciuti i figli ed esaurito il beneficio, rientrare nel mercato del lavoro diventa estremamente difficile. Si arriva così alla pensione con assegni modesti, destinati ad accompagnare molte donne per decenni in un Paese in cui l’aspettativa di vita supera gli 83 anni. L’effetto finale è quello di alimentare un esercito di pensionate povere. In definitiva, non occorre spendere di più: occorre spendere meno e meglio. Per farlo, occorre un monitoraggio sistematico delle politiche pubbliche accompagnato da una maggiore accountability, vale a dire più trasparenza e una chiara rendicontazione dei risultati ottenuti. E invece la campagna elettorale come al solito è dominata dalla promessa di nuovi bonus. L’ultima proposta è il reddito di maternità avanzato da Roberto Vannacci: una misura che non favorisce l’autonomia delle persone, ma trasforma i cittadini in sudditi.

