Spagna, perché Usa-Israele vogliono deporre Sánchez: da condanna al genocidio a Gaza e guerra a Iran, a no aumento spese NATO
EsteriDalle ferme condanne al genocidio sionista contro Gaza e i palestinesi, alla netta contrarietà nei confronti della guerra contro l'Iran: sono questi alcuni dei motivi che si celano alla base delle "ostilità" fra il premier spagnolo Pedro Sánchez e l'asse Usa-Israele, interessato a farne cadere un Governo da tempo ormai "scomodo" per gli interessi americano-sionisti. Da tempo Sánchez rappresenta, nel quadro europeo, il leader più disallineato e "ribelle" alle azioni dei Governi di Donald Trump e Benjamin Netanyahu e le sue posizioni forti di critica alla linea sovranista Usa e genocida israeliana sono quelle che lo rendono "scomodo" agli occhi di Washington e Tel Aviv. L'obiettivo Usa-Israele è quello di spingere alla caduta del Governo socialista spagnolo sobillando proteste e puntando ad un nuovo esecutivo vicino alle politiche americane e sioniste: come già evidenziato dal Giornale d'Italia, per farlo i due alleati hanno sostenuto il Marocco usando l'invasione migratoria come strumento di pressing politico. Ma quali sono i motivi che rendono Sánchez un leader "scomodo" per l'asse Trump-Netanyahu? Spagna, perché Usa-Israele vogliono deporre Sánchez: da condanna al genocidio a Gaza e guerra a Iran, a no aumento spese NATO Anzitutto, la questione Gaza e il costante sostegno dato dall'esecutivo spagnolo al popolo palestinese. Sánchez è stato uno dei pochi leader a condannare le azioni israeliane a Gaza chiamandole col loro nome: genocidio, e a riconoscere lo Stato di Palestina. In sostegno ai palestinesi e all'enclave della Cisgiordania, Sánchez è stato il capofila di una serie di iniziative politiche e mosse diplomatiche volte ad isolare Netanyahu. Nel Settembre 2025 Madrid annunciava misure draconiane per stringere la morsa sul governo sionista: proibizione di acquisto/vendita di armi da/a Israele, stop all'uso di porti e aeroporti spagnoli per il transito di qualsiasi carico associato al genocidio a Gaza, stop all'import di prodotti provenienti da territori occupati illegalmente, divieto di ingresso in Spagna di soggetti collegati ai crimini. "Una cosa è proteggere il proprio paese e un’altra, molto diversa, è bombardare ospedali e far morire di fame bambini innocenti" affermò Sánchez parlando pubblicamente di "barbarie" condotte contro i palestinesi. Sostenitore del mandato d'arresto per Benjamin Netanyahu, il premier socialista si era dissociato fortemente dalla linea genocida anche una settimana fa, rivendicando con lucida nettezza la linea del Governo: "Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace. Non vogliamo genocidi, vogliamo diritti umani. Non vogliamo la legge della giungla ma un multilateralismo che dev'essere rafforzato". Si tratta, ha ribadito più volte Sánchez, di "buon senso": lo scorso Aprile, il suo esecutivo si poneva in prima linea tra i Governi Ue per chiedere al Consiglio europeo la sospensione di qualsiasi accordo di associazione con Israele. Uno dei pochi Governi a distanziarsi dall'asse Usa-Israele ribadendo la priorità del diritto internazionale umanitario. Sull'onda lunga del rifiuto al conflitto, la Spagna è poi stato il Paese Ue che più nettamente si è dissociato dal conflitto trumpiano contro Teheran: criticandolo, evocando la guerra all'Iraq di 23 anni fa, quando anche in quell'occasione gli Usa "trascinarono gli alleati" in un'offensiva "priva di prove sul fatto che Saddam Hussein avesse bombe nucleari sul territorio". Passando dalle parole ai fatti, Sánchez negò agli Usa l'utilizzo delle basi militari di Rota e Morón de la Frontera, di cui Washington invocava l'uso per le operazioni logistiche nel Medio Oriente. Negando a Trump le basi, Sánchez non si oppose solo al conflitto contro l'Iran, ma ribadì la sovranità nazionale sulle alleanze militari, specie quando queste conducono a conflitti "illegali che causano dolore". Altri due i punti fondamentali di distacco fra Sánchez e l'asse Usa-Israele. Da un lato, il Venezuela, dall'altro le spese NATO. L'esecutivo socialista spagnolo definì il blitz militare trumpiano messo in atto per "scalzare" e deporre Nicolás Maduro come un'operazione contraria al diritto internazionale, un precedente che pericolosamente violava tanto la sovranità venezuelana quanto la Carta delle Nazioni Unite. L'operazione, aggiunse Sánchez dissociandosi dalla linea sovranista americana, era stata fatta sulla base di interessi economici legati allo sfruttamento delle risorse petrolifere da parte delle principali compagnie statunitensi, fra cui appunto la Chevron. Nessun aumento delle spese per la difesa diversamente da quanto richiesto da Washington: e questo è stato l'altro punto di rottura fra il leader socialista e il presidente Usa Donald Trump. Rifiutandosi di raggiungere il target di spesa per la "difesa" al 5%, Sánchez ha continuato ad opporsi alla linea guerrafondaia europea e della NATO dicendosi disposto ad una soglia vicina al 2,1% del PIL. La priorità negli investimenti, affermò, dovevano riguardare sanità, servizi pubblici e spese nel sociale. Motivo per cui in più occasioni Trump si è scagliato contro Madrid invocando l'interruzione dei rapporti commerciali definendola una "causa persa". Gli attriti si erano ripalesati con l'annuncio di Trump di richiamare contingenti bellici e soldati Usa dai Paesi NATO considerati "meno virtuosi", e la Spagna, nella "classifica Usa", rientrava tra questi. Pacata la risposta di Sánchez dopo le ultime provocazioni statunitensi: "Abbiamo eccellenti relazioni sociali, culturali ed economiche con gli Stati Uniti e non è nostra intenzione che questo cambi".
