L’Isis c’è: strage in un café di Damasco
InternazionaleDopo aver attraversato i buchi dell’altissima volta di ferro erosa dal tempo, il selciato del suq al-Hamidieh a Damasco il sole disegna ellissi, tranne a mezzogiorno quando sono cerchi. Fa caldo. Nelle ore di punta il sole picchia fortissimo e quei piccoli fasci di luce bollente trafiggono il viavai di gente che affolla il mercato prima del giorno del venerdì di festa. Qui c’è riparo e fresco. Dei ragazzini vendono bottigliette d’acqua messe a raffreddare in tinozze di plastica col ghiaccio, i mercanti chiamano i passanti, la gente contratta i prezzi e fa avanti e indietro. Nelle stradine limitrofe il mercato continua e si divide a zone: ferramenta, pellami, spezie, profumi, si trova ogni cosa. C’è vita. LE FAMIGLIE MANGIANO il gelato di Bakhdash all’ashta e ai pistacchi. Si sente un piccolo boato sordo, ma si confonde tra i clacson, i rumori della strada appena fuori dalla cittadella sorvegliata dalla statua di Salaheddin a cavallo, affollatissima a quell’ora, mischiati a quelli del mercato. Tutto procede. Si vende, si compra. Poi le sirene delle ambulanze e quelle della polizia rendono chiaro che il boato sordo non era solo rumore. La polizia comincia a sfollare l’area davanti al palazzo di giustizia, nell’area chiamata Hijaz, proprio davanti alla porta principale del suq e della cittadella. «Uno, da solo. Non una macchina. Un kamikaze? Forse. Forse una bomba». Nemmeno la polizia sa bene cosa sia successo, ma se qualcuno ha uno zaino, lo controlla. Dopo una ventina di minuti la piazza è stata quasi del tutto svuotata. «Le prossime ore chiariranno tutto e chi ha versato sangue siriano pagherà; tuttavia, la Siria resterà salda finché saremo uniti e questo evento non scuoterà lo Stato siriano. (…) Ci vorrà del tempo affinché lo Stato raggiunga la stabilità. Il ministero dell’interno ha lavorato bene negli ultimi mesi: nonostante si sia partiti dalle macerie, si è verificato un netto miglioramento», ha dichiarato a caldo il governatore della capitale, Maher Marwan, che parla di «agenti dannosi», senza fare esplicito riferimento ai gruppi jihadisti sunniti di Isis. «Più la Siria acquisisce stabilità, più numerosi sono coloro che cercano di danneggiarla». LA POLIZIA PATTUGLIA la piazza, lo snodo viario e l’area antistante il palazzo di giustizia. Arrivano le prime notizie. La bomba è esplosa nel café difronte al palazzo, frequentatissimo da chi ci lavora o da semplici cittadini. Ci sono dei morti. Prima due, poi tre, poi sei. Le notizie arrivano un po’ per volta. I feriti saranno poi una ventina in totale. Le prime indiscrezioni parlano di un secondo attentatore che indossava un giubbotto esplosivo fermato dalla polizia 15 minuti prima dell’attacco. L’esplosione sarebbe avvenuta mentre la polizia disinnescava l’attentatore suicida. L’ordigno esplosivo improvvisato conteneva proiettili ed era concepito per uccidere. Uno degli attentatori indossava un giubbotto esplosivo; il secondo ha piazzato l’ordigno nel café ed è riuscito a fuggire. Tra le ipotesi, la principale rimane l’Isis. Nel 2026 la gestione dei procedimenti giudiziari contro l’Isis è passata dai processi pubblici alla trattazione dei sospetti terroristi tramite la Direzione per la lotta al terrorismo. Il ministero dell’interno e le forze di sicurezza si sono concentrati sulla custodia cautelare, lo smantellamento di cellule dormienti e la neutralizzazione dei complotti terroristici intercettati. SONO STATI ARRESTATI 235 affiliati all’Isis e sventati sette complotti terroristici in diversi governatorati, inclusa Damasco. Un’operazione gestita da un potere che proviene dallo stesso retroterra, il jihadismo sunnita dell’ex Fronte al-Nusra del presidente autoproclamato Ahmad al-Sharaa, che ha condiviso ideali e metodologie con lo Stato islamico, oggi nascosti dietro i doppiopetti. Il 17 giugno 2026 l’Isis ha rivendicato un attacco contro Salah Ahmad al-Saleh, responsabile del dipartimento del palazzo di giustizia a Babila (a sud di Damasco). Il 19 maggio un’autobomba ha ucciso un soldato e ferito 18 persone fuori da un palazzo della difesa a Damasco, a dimostrazione che l’organizzazione, pur priva della sua struttura «statuale», è ancora viva e vegeta e opera in cellule mortifere. TANTI FILE IMPORTANTI sono stati esaminati il mese scorso nel palazzo di giustizia di Damasco nell’ambito della giustizia di transizione, che coinvolgono esponenti dell’ex regime siriano. Tra i più rilevanti quelli contro Wassim al-Assad, cugino di Bashar al-Assad per traffico di droga e crimini commessi durante il precedente governo; Ahmad Badruddin Hassoun (ex gran Mufti della Siria) per complicità in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e istigazione all’omicidio; Atef Najib, ex capo del dipartimento di Sicurezza politica a Daraa e cugino del presidente deposto, per crimini contro l’umanità; Bashar e Maher al-Assad per omicidio, estorsione e traffico di droga. «È difficile affermare con certezza che si tratti di un’azione dell’Isis, soprattutto perché l’organizzazione solitamente non rivendica prima che siano trascorse 24 ore e non è solita rivendicare attacchi di questo tipo – dice al manifesto Camilla Gray, analista di sicurezza, specializzata sulla Siria dell’est – Tuttavia, qualora l’attacco fosse riconducibile all’Isis, ciò rappresenterebbe un significativo cambiamento di strategia: un’azione nel centro della città, non diretta né contro un gruppo religioso né una minoranza etnica. Sebbene sia prematuro confermare se sia una tendenza destinata a proseguire, l’episodio potrebbe rappresentare un tentativo di destabilizzare il governo e la relativa stabilità della capitale». La vita va avanti nel suq. Sul selciato gli ellissi si allungano e si continua a mercanteggiare.



