Roccella e l’odio social: una catastrofe morale che riguarda tutta la politica
CommentoRoccella e l’odio social: una catastrofe morale che riguarda tutta la politica | In In Polemica | Di Di Paolo Galletti Condividi Facebook Twitter WhatsApp Email Non condivido niente né delle dichiarazioni, né della politica, né del dogmatismo religioso para-blasfemo del ministro per le pari opportunità e la famiglia Eugenia Roccella; però l’ondata di fango social che le è stata gettata addosso dopo la tragica scomparsa del marito nelle acque del lago di Vico è inaccettabile. Non è solo una questione etica ma anche un allarmante segnale per la politica tutta. Il degrado del dibattito pubblico, alimentato ad arte per stimolare i più bassi istinti e alimentare la paura generata dall’incertezza oggettiva dei tempi, sta tracimando oltre le tattiche furbesche che hanno ideato, sulla base di una contrapposizione costante, da un lato il drenaggio del consenso e dall’altro la disaffezione verso l’impegno e la tutela dei diritti, anche di quelli più elementari come quello del dolore. Certo, si potrebbero in questo caso liquidare gli inemendabili odiatori social con il perentorio invito a “farsi curare da uno bravo”, ma sarebbe l’ennesima concessione alla ragione semplificatrice che si va imponendo contro la complessità inesauribile del reale. È la stessa logica che sta alla base delle ricette vannacciane e dei decreti sicurezza. Il problema non si affronta, non si analizza, non si cerca di comprenderne l’origine ed eventualmente approntare le necessarie contromisure facendone il fulcro di una politica di ascolto e di soluzione; no, si prende a cazzotti invece, ignorando che nella maggior parte dei casi ciò che ci si illude di abbattere ha mille sfaccettature e altrettante forme per cui se lo comprimi da un lato poi te lo ritrovi ingigantito da un altro. Sempre che non si preferisca invece la soluzione definitiva, il comando univoco e indiscutibile, il predominio della forza sulla legge, l’obbedienza non come convinta condivisione di valori ma come obbligo imposto. Assistere ad una lapidazione virale come quella cui è stata sottoposta Eugenia Roccella pare dimostrare che il virus che con tanta determinazione si è voluto diffondere attraverso la manipolazione degli algoritmi e il tambureggiamento di slogan che solo fino a qualche anno fa sarebbero stati ritenuti improponibili, sta facendo il suo effetto e sta contagiando se non tutti, tanti; troppi. Se la differenza di sensibilità si appiattisce a favore dell’insulto e del dileggio anche davanti ad una morte siamo vicini al capolinea. Quello nel quale la violenza verbale si può tradurre con facilità in violenza fisica, un limite oltre il quale sta l’inevitabile compressione della libertà intesa come unico metodo di riequilibrio sociale. L’intera classe politica porta la responsabilità della deriva fin qui sommariamente descritta e se è vero che la propaganda d’odio (ideale, razziale, sessuale) ha caratterizzato e caratterizza principalmente la destra, lo schieramento opposto porta la responsabilità di non aver sin qui saputo opporre una diversa idea di Paese, di non aver saputo fino ad ora suscitare una emozione nuova e di segno diverso ma di avere invece scelto spesso di inseguire le destre nel battibecco triviale o nel battutismo (reso agevole da certe figure oggettivamente grottesche) sfuggendo per superficialità o per ignavia alla domanda ineludibile: “Cui prodest” questo clima? Una sorta di gara a chi fa peggio che riversata nel tritacarne mediatico produce gli orrori di cui gli attacchi a Roccella sono solo l’ultimo e più eclatante esempio di un livellamento verso il basso che accentua il piano inclinato che porta verso la rinuncia alla razionalità ed al confronto civile. “Il pieno sviluppo della persona umana“ e il concorso “al progresso materiale e spirituale della società” (articoli 3 e 4 della Costituzione) imporrebbero a ciascuno di noi di frequentare un’etica personale superiore a quella animale e a chi dovrebbe guidare il senso di una misura che sia di esempio e stimolo e che non rifugga da quella che Edgar Morin chiamava “l’insostenibile complessità del mondo” per rinchiudersi in una intelligenza cieca che “distrugge sul nascere le possibilità di comprensione e di riflessione”. Recuperare l’umano prima che sia troppo tardi.


