Robert De Niro: «Rivista oggi la potenza di ‘Novecento’ resta intatta»
VisioniManca più di un’ora all’inizio della presentazione e San Cosimato è completamente intasata. La folla in rumorosa attesa, chi seduto e chi ancora in piedi, aggiunge ulteriore calore a quello del pavimento della piazza. In fondo si notano addirittura alcuni degli spettatori appollaiati sulle grate che circondano l’area giochi, per poter vedere meglio. Sembra una scena d’altri tempi, eppure l’annuncio dell’arrivo di Robert De Niro a Roma a Il Cinema in Piazza la sera del 13 luglio, per presentare il primo atto di Novecento di Bernardo Bertolucci in onore dei cinquant’anni dall’uscita, era stato lanciato a sorpresa solo un paio di giorni prima sui social del Piccolo America. Dopo qualche falsa partenza eccolo sbucare sul palco, uno dei più leggendari attori statunitensi di tutti i tempi, oggi ottantadue anni. «Pensavo sarebbe stato un incontro più intimo», scherza subito Robert De Niro per sciogliere la tensione. Ma il tempo a disposizione è poco, spiega il fondatore del Piccolo America Valerio Carocci, ‘Bob’ deve ripartire a breve e si decide unitamente al pubblico di lasciar perdere la traduzione dall’inglese. A fare da guida nell’incontro è ovviamente il ricordo di Bernardo Bertolucci, che da emiliano aveva storicamente trovato in Trastevere la sua casa romana e che nel 2017, l’anno prima della sua scomparsa, era presente proprio in questa piazza per la proiezione di Ultimo Tango a Parigi (1972), in versione restaurata. «HO CONOSCIUTO Bernardo tramite Francis Ford Coppola in una festa a New York, erano appena finite le riprese de Il Padrino – Parte II. Avevo già visto Il Conformista (1970) ed ero entusiasta di lavorare con lui, ricordo di aver dedicato al progetto almeno dieci mesi», afferma De Niro. Uno degli aspetti più noti di Novecento è difatti la sua mole imponente, una durata complessiva, tra Atto I e II, di circa cinque ore e diciassette minuti. E con l’ambizione di racchiudere in un unico film un racconto che percorre ben quarantacinque anni della Storia italiana del secolo breve, passando per l’ascesa del fascismo fino alla Liberazione. Rivela poi l’attore dell’incontro con Bertolucci e del suo spirito registico: «Era molto simpatico (dice in italiano). Avevo lavorato solo con autori americani e a volte non capivo bene cosa volesse da me, aveva un approccio così diverso. Era un vero poeta». Nel film De Niro interpretava – nello stesso anno del Travis Bickle di Taxi Driver – Alfredo Berlinghieri, figlio di un ricco proprietario terriero. Co-protagonista invece era il contadino Olmo Dalcò (Gerard Depardieu), due destini opposti legati a doppio filo sin dalla nascita nel 1901, il giorno della morte di Giuseppe Verdi. «Era un film che parlava di oppressione. Non ho mai capito se Bernardo fosse comunista, socialista o altro. So però che era per il bene della collettività. Il bene e il male esistono e lui aveva tentato di raccontarlo attraverso il suo sguardo», aggiunge De Niro. AL MOMENTO dell’uscita nel ‘76, Novecento era stato recepito in maniera tiepida e molto divisiva da tutte le frange politiche, per poi essere riscoperto dopo. E questo perché osservato unicamente come il tentativo di realizzare un affresco storico, escludendo a priori tutto il suo valore inconscio, poetico e melodrammatico. Prima di lasciare in fretta la piazza De Niro si sofferma su questo dettaglio, che inserisce in un richiamo alla nostra realtà – il due volte premio Oscar è da tempo una delle voci più critiche del movimento No Kings contro l’amministrazione criminale di Donald Trump: «So che un mese fa è stato proiettato al Lincoln Center di New York con grande successo. Anche se un’opera può non essere ben accolta all’inizio, ciò non diminuisce cinquant’anni dopo la sua potenza. Anzi, con tutto quello che sta accadendo nel mondo oggi Novecento è ancora più rilevante».

