Iran, Trump furioso: “Li distruggerò”. Il Pentagono frena. Teheran: “Noi pronti a una guerra globale”
/lastampa/esteriDonald Trump ha ordinato una nuova massiccia ondata di attacchi contro la Repubblica Islamica. La finestra temporale per il via era il weekend e la durata dovrebbe essere di 15 giorni. Le fonti non concordano su un possibile coinvolgimento degli israeliani. Gli obiettivi sono l’annientamento delle capacità missilistiche iraniane e parte delle infrastrutture energetiche. Il presidente ritiene che colpendo duramente, gli oltranzisti del regime alla fine si squaglieranno. E così lo spazio per la diplomazia si riaprirà magicamente. La decisione finale non è stata presa e Trump potrebbe fare nuovamente marcia indietro se assistesse a una netta accelerazione sul fronte negoziale. Nel frattempo, l’Iran ha replicato: «La nostra risposta è pronta». Prima di ribadire che «gli Usa preparano una guerra regionale» e chiunque «farà da scudo agli Usa brucerà nelle fiamme». Un conflitto, che secondo Ghalibaf, capo del Parlamento e del team negoziale, «abbiamo vinto contro Israele e Stati Uniti». Gli annunci di escalation sono diventati quasi una costante nella narrazione trumpiana. Cui di volta in volta si aggiungono alcuni segnali concreti: come, è questo quanto accaduto ieri, l’ordine ai cittadini Usa di lasciare alcune zone del Medio Oriente. La reazione di Trump fa seguito ai raid sulle basi Usa in Giordania. Fonti diplomatiche hanno detto a La Stampa che negli attacchi recenti sarebbero stati «colpiti i centri di comunicazione di due ambasciate Usa nella regione», ovvero i centri di intelligence. Annunci, smentite, precisazioni, virate improvvise, minacce e proclami ritirati o negati nel giro di poche ore hanno caratterizzato lo scontro con la Repubblica islamica entrato ora nel sesto mese. La Casa Bianca ha progressivamente perso l’appoggio della base conservatrice e del Paese: solo il 29% approva come Trump ha gestito la guerra. Un sondaggio di You Gov fotografa da un’altra angolazione. Il 49% degli americani non gli crede, il 21% gli crede pochissimo e il 30% si fida di lui. Dentro l’Amministrazione si loda l’approccio, definendo «l’imprevedibilità» di Trump un asset. Marco Rubio, segretario di Stato, ieri alla Fox ha detto che «il regime non ha mai avuto a che fare con qualcuno come Trump». L’intelligence Usa però al momento non sembra ritenere vincente l’atteggiamento adottato. Minacce di raid e gli stessi bombardamenti non hanno riportato Teheran, è il contenuto di un report finito sulla scrivania di Trump nei giorni scorsi e rivelato dal Washington Post, l’Iran al tavolo delle trattative. E gli analisti della Cia precisano che non ci sono segnali che qualcosa possa cambiare. A questo si aggiungono i nodi degli arsenali del Pentagono. Il generale Alexus Grynkewich, capo del Comando Europa degli Usa, ha inviato una nota al Dipartimento della Guerra in cui ha annunciato che senza un altro incrociatore non sarà in grado di difendere Israele. La US Navy è particolarmente sotto pressione vista la gestione del blocco a Hormuz e lo schieramento di 5 incrociatori nel Mediterraneo (un altro è in arrivo) a difesa anche di Israele e attivi nelle operazioni belliche. Uno studio fra l’altro ha mostrato che gli intercettori Thaad Usa sono stati usati più frequentemente delle difese antiaeree israeliane, altro elemento che evidenza la dipendenza dello Stato ebraico dagli Usa. Mantenere a lungo questa postura è complicato, è il messaggio che dal Pentagono è arrivato. Il presidente Usa ha cambiato posizioni a ritmo impressionante negli ultimi cinque mesi. La Cnn ha contato che sino al 7 giugno l’Amministrazione ha diramato 37 proclami poi smentiti o ritirati. Da allora i media americani hanno rinunciato a tenere il conto delle esternazioni di Trump. La lista delle retromarce è quasi impossibile da riassumere. In alcuni casi lo stesso Trump con un post su Truth ha colto in contropiede i suoi collaboratori. Non avrebbe nemmeno, il leader Usa, avuto fiducia nel Memorandum di giugno che ha sancito il cessate il fuoco poi revocato un mese dopo da Trump. Dieci giorni fa Washington ha annunciato «una grande attacco»; 24 ore più tardi era stato revocato. Pure l’opinione di Trump sulla nuova leadership iraniana oscilla come i pioppi in un tornado. «Razionali e disposti al dialogo» a metà giugno; «oltranzisti cocciuti, malati, fuori di testa, feccia» qualche giorno dopo. Si attende ora il grande raid. O forse no.


