Valigia BluCentro-sinistra
Ripensare le nostre città contro il caldo estremo
Post9 min lettura
Il tuo browser non supporta l’audio.
Prima ancora che l’estate iniziasse, l’Europa si è trovata a difendersi dalla prima ondata di calore dell’anno. Spagna, Francia e Regno Unito hanno fatto segnare temperature mai viste prima per la fine di maggio: quasi 35°C ai Kew Garden di Londra, più di 37°C in Aquitania, oltre 40°C nella penisola iberica. Si trattava però solo di un’anticipazione di quella che sarebbe venuta poco più di due settimane dopo.
Per quasi tutta la seconda metà di giugno sull’Europa occidentale è sostata una cappa di aria calda nordafricana, trattenuta da condizioni di alta pressione, che in alcune aree ha spinto la colonnina di mercurio fino 12°C al di sopra delle medie stagionali.
La causa: il cambiamento climatico
Secondo un’analisi dell’associazione di ricercatori World Weather Attribution (WWA), queste temperature sarebbero state virtualmente impossibili in un pianeta non surriscaldato dalle elevate concentrazioni di gas serra in atmosfera. La responsabilità di quest’ondata di calore estremo va attribuita al cambiamento climatico di origine antropica, alimentato in larga parte dalla combustione di petrolio, gas e carbone.
Rispetto agli anni precedenti alla rivoluzione industriale del XIX secolo, oggi l’atmosfera è più calda in media di circa 1,5°C, ma in Europa le temperature sono cresciute più velocemente che altrove e sono già 2,5°C più alte rispetto alla media pre-industriale.
Solo 50 anni fa, la temperatura media globale era più bassa di 1,1°C rispetto a oggi e se la stessa ondata di calore di questo giugno si fosse presentata nel 1976, avrebbe raggiunto temperature più basse anche di 3,5°C rispetto a quelle odierne, sostengono gli autori della WWA. In gergo queste analisi vengono chiamate studi di attribuzione, perché tramite un’analisi scientifica dei dati attribuiscono una causa (il riscaldamento globale) a un fenomeno (il caldo estremo).
Il lavoro ha raccolto le temperature di quasi 850 città europee e ha trovato che quasi la metà (il 45%) ha registrato valori record per il periodo. Secondo i ricercatori, quella appena passata è stata la peggiore ondata di calore mai affrontata dall’Europa, da quando si raccolgono i dati.
Secondo quanto riportato dal direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, nella sola settimana che va dal 21 giugno al 28 giugno nel Vecchio Continente sono decedute più di 1.300 persone a causa del caldo estremo. Per avere un quadro completo del suo impatto però bisognerà attendere diversi mesi. L’ondata di calore di giugno dell’anno scorso, meno violenta di quella attuale, aveva causato 2.300 vittime in sole 12 città europee. Durante l'estate del 2022, oltre 60.000 persone erano morte in Europa, mentre quella successiva del 2023 aveva registrato oltre 47.000 decessi dovuti al caldo.
C’entra El Niño?
Nella prima metà del mese di giugno è anche iniziata la stagione di El Niño, un fenomeno climatico naturale e ciclico che si ripresenta ogni tre o quattro anni circa. La sua origine è dovuta a un cambio delle correnti e dei venti dell’Oceano Pacifico meridionale, che portano temperature più alte e condizioni più piovose alle latitudini equatoriali dell’America Latina, lasciando condizioni più siccitose e maggiore rischio di incendi all’Oceania. Il fenomeno opposto, La Niña, porta invece condizioni più secche in centro America e più precipitazioni in Australia.
Al periodo di El Niño sono associate temperature globali mediamente più alte. Questo, tuttavia, non significa che le ondate di calore che stanno attraversando l’Europa siano legate all’innesco dell’oscillazione climatica dell’emisfero australe: i suoi effetti si fanno sentire solitamente verso la fine dell’anno, come suggerisce il nome stesso (che si riferisce al bambin Gesù). Di conseguenza, la colpa del caldo europeo di questi giorni va attribuita al riscaldamento di matrice antropica.
I climatologi si attendono invece temperature record per il 2027, quando El Niño avrà già sprigionato la sua piena potenza. È necessario dunque arrivare preparati, implementando adeguate misure di adattamento, ma prima di guardare troppo avanti, l’Europa dovrà difendersi anche da una terza ondata di calore prevista per la prima metà di luglio.
Le persone vulnerabili e la questione dell’aria condizionata
Le categorie più colpite dalle ondate di calore sono gli anziani, le persone con condizioni croniche, i bambini, le donne incinte, coloro che lavorano all’esterno e le fasce di popolazione più povere che spesso si trovano a vivere in edifici termicamente isolati male e in zone delle città più esposte al caldo estremo.
Specialmente negli ospedali, nelle case di riposo e nelle strutture che accolgono persone fragili, l’aria condizionata è una risorsa imprescindibile. Anche nelle case dei paesi del Sud Europa è sempre più diffusa, mentre è ancora l’eccezione più che la regola nel nord Europa.
In Francia, già l’anno scorso la leader della destra Marine Le Pen aveva promesso ai suoi concittadini un “grande piano” nazionale per far arrivare impianti di condizionamento nelle case dei francesi.
Gli appartamenti di Parigi che si trovano all’ultimo piano di palazzi coperti da tetti di zinco si sono surriscaldati come forni nei giorni appena trascorsi. Alcuni influencer hanno ricavato diversi like cucinando su padelle lasciate al sole, ma la maggior parte degli abitanti della capitale e di altre città francesi ha toccato con mano le difficoltà di doversi misurare con temperature estreme.
Un recente sondaggio ha mostrato che 7 francesi su 10 hanno ritenuto insopportabile il caldo esperito, ma due terzi degli intervistati ha detto anche che l’aria condizionata è una soluzione a breve termine che non risolve il problema alla radice.
Più aria condizionata significa infatti maggiore domanda di energia elettrica che, se proveniente da fonti emissive, contribuisce ad aggravare il riscaldamento globale e dunque le ondate di calore. Un’eccessiva domanda nelle ore di picco inoltre rischia di creare congestioni nella rete elettrica e provocare black-out, per nulla infrequenti in città come Torino.
Un recente studio di due ricercatori dell’università Ca’ Foscari di Venezia ha concluso che un modo per contenere gli stress sulla rete italiana è installare pannelli fotovoltaici sui tetti delle abitazioni che si muniscono di impianti di condizionamento dell’aria. Attingendo dall’energia auto-prodotta, è possibile ridurre di più di due terzi la domanda di energia dalla rete elettrica nei giorni estivi. Le Pen e il suo partito, tuttavia, come molti partiti di destra, non sono favorevoli alle fonti rinnovabili: in concomitanza ala proposta a supporto dei condizionatori, l’anno scorso il Rassemblement National aveva tentato di fermare in Parlamento, non riuscendoci, l’approvazione di nuovi progetti solari ed eolici.
Iscriviti alla nostra Newsletter Consenso all’invio della newsletter: Dai il tuo consenso affinché Valigia Blu possa usare le informazioni che fornisci allo scopo di inviarti la newsletter settimanale e una comunicazione annuale relativa al nostro crowdfunding. HP
Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a
: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a [email protected] . Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it.
I rifugi climatici
L’aria condizionata, quindi, è una soluzione valida di adattamento contro il caldo se programmata in maniera intelligente e di concerto alle altre misure di transizione energetica. Non è però l’unica possibile durante un’ondata di calore.
Per chi non ha l’auto può non essere semplice raggiungere un paese di montagna dove le temperature si abbassano e l’aria torna respirabile. I rifugi climatici naturali non sono alla portata di tutti e alcune municipalità stanno provando ad attrezzarsi per offrire riparo e refrigerio a chi per varie ragioni non può lasciare le città.
Barcellona è una di quelle che si è meglio attrezzata in questo senso. Un recente studio ha mostrato che il 90% della popolazione anziana della capitale catalana vive a meno di 10 minuti di distanza a piedi da spazi pubblici come biblioteche, scuole o musei, appositamente allestiti per accogliere chi cerca riparo dal caldo estremo in estate (o dal freddo in inverno). Ad agosto questa percentuale, tuttavia, scende al 75%, a causa della chiusura di alcune strutture.
Il Climate Shelter Network è stato inaugurato nel 2019 a Barcellona come parte della strategia di adattamento della città e oggi conta quasi 400 rifugi climatici in area urbana. L’obiettivo è far sì che entro il 2030 tutta la popolazione ne abbia uno a meno di 5 minuti a piedi di distanza.
I servizi di assistenza
Così come per altre eventi rischiosi, i sistemi di allerta sono essenziali. Quando la temperatura ha superato i 36°C, il 26 giugno, a Bruxelles sono arrivati sui telefoni di tutti gli abitanti messaggi che esortavano alla prudenza, a evitare l’attività fisica e a mantenersi idratati.
In Danimarca, invece, l’assistenza è stata ancora più personalizzata. L’associazione DaneAge si è occupata di telefonare agli anziani e alle persone fragili, per verificare le loro condizioni e supportarli in alcune necessità fondamentali, come fare la spesa. L’iniziativa, che conta 1.700 volontari in più di 200 sedi locali sparse per tutto il paese, è nata più di 30 anni fa per fornire un’assistenza generalizzata ai bisognosi e oggi si rivela uno strumento particolarmente efficace durante le ondate di calore.
Il verde urbano e l'ombreggiamento
Se l’aria condizionata è fondamentale per abbassare le temperature degli spazi interni, è importante anche prevenire un loro eccessivo surriscaldamento, lavorando al raffrescamento delle aree esterne. Il verde urbano può servire precisamente a questo scopo, come scrive Ajit Niranjan, corrispondente ambientale dall’Europa per The Guardian.
Per evitare l’effetto di isola di calore urbana, nulla funziona meglio degli alberi e degli spazi verdi. Durante il suo mandato da sindaca di Parigi, dal 2014 al 2026, Anne Hidalgo ha fatto piantare più di 150.000 alberi e ha dedicato 63.000 ettari a spazi verdi urbani. Allo stesso tempo la sindaca ha lavorato per rendere la capitale francese molto più ciclabile e pedonale, riducendo i parcheggi asfaltati che sono tra i principali punti di assorbimento di calore.
I vantaggi per la popolazione derivanti da queste iniziative vanno oltre la protezione dal caldo. Oltre a ridurre le emissioni di gas serra del settore dei trasporti, si riduce al contempo l’inquinamento dell’aria e si incentiva i cittadini a spostamenti che li mantengono in salute.
Oltre agli alberi, l’ombra può venire generata in altri modi. Ciò che in molti paesi mediterranei è percepito un tratto architettonico distintivo, in nord Europa può diventare un’innovazione per l’adattamento: portici, intonaci bianchi, scuri alle finestre e tende da sole oggi potrebbero diventare soluzioni appetibili per quelle città che finora non hanno mai dovuto difendersi veramente dal gran caldo.
Perché è importante ripensare le nostre città nell’era del riscaldamento globale
La prima grande ondata di calore che ha colpito l’Europa è stata quella del 2003. Durante quell’estate sono morte circa 70.000 persone in più rispetto alla media dei 5 anni precedenti (1998 – 2002). Anche quell’anno la Francia è stato uno dei Paesi più colpiti, con almeno 16.000 decessi dovuti al calore.
Uno studio pubblicato di recente sulla rivista PNAS ha mostrato che se quell’evento meteorologico estremo si fosse ripresentato oggi, in Francia, con la medesima forza, avrebbe causato il 75% di morti in meno. Questo perché a inizio millennio l’Europa e i suoi Paesi membri erano largamente impreparati ad affrontare il caldo generato da un pianeta surriscaldato, mentre negli ultimi 20 anni le misure di adattamento predisposte da città e governi nazionali hanno migliorato la capacità di risposta delle nostre società.
Molto ancora però resta da fare, perché le ondate di calore, con l’aumentare della temperatura media del pianeta, si faranno più intense e più frequenti negli anni. L’adattamento dunque non va trattato come una misura tampone contro un’emergenza improvvisa, ma va inserito nella programmazione urbanistica e territoriale di lungo termine, come soluzione strutturale e duratura, e deve entrare a far parte della cultura tanto dei decisori politici quanto della cittadinanza.
L’adattamento serve a gestire l’inevitabile, ovvero quel grado e mezzo di aumento della temperatura media globale (rispetto a 150 anni fa) da cui ormai non si torna più indietro. Per evitare l’ingestibile, ossia una temperatura media globale più alta di 2°, 3° o 4°C, bisogna invece implementare rapidamente le misure di mitigazione, ossia di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Senza un’efficace mitigazione, nessun adattamento potrà mai funzionare abbastanza.
Immagine in anteprima: frame video DW
Intensità frame0.88 · Linguaggio d'allarme
neutrostandardmarcatointensoallarme