Sorpresa, tornano gli investimenti in innovazione delle imprese: si riparte con Industria 5.0
Economia/impresedi Dario Di Vico Dopo il Pnrr le aziende ricominciano a comprare macchinari. In pochi giorni due miliardi di prenotazioni. Farà bene anche al Pil? Il segnale è decisamente positivo. Se fin qui gli investimenti (e il Pil) sono stati tirati dal Pnrr, ora che quel programma di matrice europea è terminato sono tornati a farsi vivi (provvidenzialmente) gli investimenti privati. Ce lo dicono i primi numeri sull’efficacia dell’iperammortamento comunicati con una certa soddisfazione dal ministro Adolfo Urso all’assemblea dell’Ucimu di martedì scorso. Al 6 luglio sulla piattaforma Gse sono state rilevate 6.400 domande da parte delle imprese per un totale di 2 miliardi di euro. Nel dettaglio il 90% delle domande riguarda l’acquisto di macchine utensili e il 10% di software. Dunque l’iperammortamento «semplificato» nell’ultima versione datata 2026 è apprezzato dalle imprese anche se, come sottolineano molti imprenditori e molte territoriali della Confindustria, aver perso sei mesi per emanare i decreti attuativi è stata una vera disdetta. E ha portato le aziende a rinviare giocoforza le scelte di investimento. Il governo, per bocca del ministro competente, ora gioisce e — per una volta — anche dall’opposizione arriva un giudizio positivo. L’ex ministro Carlo Calenda, protagonista del lancio di Industria 4.0, addirittura rivendica al suo partito lo stimolo decisivo. «L’iperammortamento che Azione insieme al viceministro Maurizio Leo ha fatto reintrodurre in legge di bilancio è un incentivo semplice, conosciuto dalle imprese. E, fatto non trascurabile, ha un impatto positivo sulle casse dello Stato perché l’impresa fa subito l’investimento, ma lo Stato lo incentiva con le quote di ammortamento nel tempo». Commenta Riccardo Rosa, presidente dell’Ucimu, l’associazione confindustriale dei produttori di beni strumentali e robot: «Al Mimit va il riconoscimento per aver definito, seppure con ritardo, una misura di facile utilizzo e con durata triennale. Finalmente le imprese italiane dispongono di una misura di politica industriale che permette una pianificazione di medio periodo sia per chi produce sia per chi investe. E consente anche di compensare una domanda estera decisamente debole». Opinioni Transizione 5.0: quanti strappi con le imprese di Daniele Manca Gli obiettivi della domanda L’auspicio di Rosa è che l’iperammortamento permetta alla domanda italiana di tornare sui livelli del 2021-22 assicurando così una modernizzazione delle nostre imprese che sono costrette innovare per restare competitive su un mercato internazionale dove digitale e AI «stanno ridisegnando le regole del gioco». A dare manforte alle speranze di Rosa ci sono le previsioni elaborate dal Centro Studi della sua organizzazione. L’intero 2026 segnerà una ripresa definita «leggera» del settore delle macchine utensili, robot e automazione pari al 3,9% di produzione. Tutti gli indicatori (esportazioni, consegne, consumo, importazioni) viaggeranno in territorio positivo anche se con incrementi contenuti a prezzi correnti. Se spacchettiamo i dati generali e ci limitiamo ad osservare i comportamenti delle imprese acquirenti vediamo come le consegne dei costruttori sul mercato interno sono attese in crescita dell’8,5% a 2,9 miliardi di euro (sempre prezzi correnti) trainate da una domanda italiana che dovrebbe attestarsi a 4,9 miliardi ovvero con un lusinghiero +7,4%. Anche le importazioni cresceranno fino a 2 miliardi. Mettendo assieme i dati dell’annuncio di Urso e le previsioni Ucimu sul mercato interno 2026 possiamo affermare che è ripreso in Italia un mini-ciclo di investimenti e una capacità dei produttori italiani di presidiare il mercato meglio dell’offerta estera. Nonostante tutte le incertezze economiche e geopolitiche della fase storica che viviamo, gli imprenditori italiani comprano nuovi macchinari, coltivano il loro vantaggio competitivo e non demordono di fronte alla concorrenza internazionale. Non è poco e non era scontato. Ed è una conferma che, se funziona il combinato disposto tra incentivo e regole semplici, la politica industriale italiana trova un suo spazio di vitalità. Il precedente Del resto era già stato così nel 2017 con Industria 4.0 che aveva portato l’anno successivo il mercato italiano delle macchine utensili e dell’automazione a superare per la prima volta la soglia simbolica dei 5 miliardi e successivamente nel 2022 ad andare oltre e violare quota 6 miliardi. Ricordando che stiamo parlando di beni ciclici che non possono crescere all’infinito, non si può però non sottolineare invece come il pasticcio combinato dal governo Meloni con Transizione 5.0 abbia condizionato negativamente il 2025 con una domanda di «appena» 4,5 miliardi. «Il 2025 è stato un anno complessivamente deludente», ammette Rosa. Colpa dei dazi di Donald Trump? La risposta del presidente dell’Ucimu spiazza l’interlocutore: «I dazi introdotti dall’amministrazione americana hanno avuto un impatto, per noi, tutto sommato gestibile. E infatti gli Usa restano il primo mercato di sbocco del made in Italy di questo settore». I motivi che elenca sono almeno tre: a) gli Stati Uniti non hanno una produzione locale capace di coprire il mercato domestico; b) necessitano di una tecnologia avanzata e super-customerizzata — il punto di forza della nostra offerta; c) il settore della difesa, esentato dai dazi, sta esprimendo una domanda piuttosto vivace. Le spine dell’automotive Più di Trump a preoccupare gli associati Ucimu è il futuro dell’automotive. A causa delle scelte di Bruxelles che Rosa giudica «discutibili», in materia di transizione all’elettrico ci stiamo pericolosamente avvicinando al rischio di deindustrializzazione. «La Ue ha di fatto permesso all’offerta cinese di invadere spazi che erano appannaggio del nostro manifatturiero». Ed è evidente che i colossi automobilistici di Pechino comprano prevalentemente, se non esclusivamente, macchinari e automazione di produzione nazionale. Critico verso le scelte della commissione guidata da Ursula Von der Leyen il presidente Ucimu confida molto invece sul cancelliere tedesco, Friedrich Merz. Il suo piano di rilancio sta restituendo fiducia al Paese. «L’auspicio è che sia effettivamente così perché se la locomotiva tedesca riparte, noi come primo vagone di questo treno siamo pronti ad agganciarci per continuare a lavorare nelle filiere del made in Germany. Che viaggiano su direttrici lunghissime distribuendo la nostra produzione ovunque nel mondo». Bastano questi auspici e i dati sugli investimenti trainati dall’iperammortamento ad alimentare ulteriori speranze? Di sicuro sappiamo che ai primi di luglio Prometeia — anche in virtù del ritmo degli investimenti in macchinari — ha rivisto al rialzo la crescita del Pil italiano per il 2026 allo +0,7% rispetto allo 0,4% stimato a marzo e allo 0,5% di maggio.