Epatite B e C, Ambulatori Popolari e Policlinico nei quartieri: 1.500 test per non lasciare indietro nessuno
CronacaSi è concluso il progetto di screening gratuito per l’epatite B e C promosso dagli Ambulatori Popolari di Palermo insieme all’UOC di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico “Paolo Giaccone”. Il progetto, coordinato da Vincenza Calvaruso, professoressa associata di Gastroenterologia dell’Università di Palermo e dirigente medico dell’UOC di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico, ha coinvolto il personale degli Ambulatori Popolari dello Zen e di Borgo Vecchio e gli specializzandi della Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato digerente. Un percorso nato per portare la prevenzione fuori dagli ambulatori tradizionali e dentro i luoghi della vita quotidiana. Gli operatori hanno raggiunto quartieri, spazi sociali, luoghi di aggregazione e anche contesti popolari come lo stadio Velodromo Paolo Borsellino, trasformando momenti ordinari in occasioni concrete di salute pubblica. Il progetto ha puntato su una formula semplice. Test rapidi, gratuiti e anonimi, senza prenotazione e senza bisogno di documentazione. Un accesso pensato anche per chi non risulta iscritto al Servizio sanitario nazionale o fatica a entrare nei canali tradizionali della prevenzione. L’obiettivo non era soltanto individuare eventuali infezioni da virus dell’epatite B e C, ma favorire diagnosi precoci in fasce di popolazione meno raggiunte dalla prevenzione. Le epatiti virali possono restare silenziose per anni e, se non riconosciute, possono favorire nel tempo malattie croniche del fegato, cirrosi ed epatocarcinoma. Nel corso del progetto sono state sottoposte a screening 1.500 persone maggiorenni. Il tasso complessivo di positività per HBV o HCV è stato dell’1 per cento. I soggetti risultati positivi sono stati indirizzati all’UOC di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico per gli approfondimenti diagnostici e l’avvio del percorso di cura. La sanità nei luoghi della vita reale “Questo progetto dimostra una cosa semplice, ma ancora troppo spesso ignorata. La sanità deve andare dove vivono le persone, non aspettare che siano sempre le persone a trovare la strada per entrare nel sistema sanitario. Gli Ambulatori Popolari nascono da questa consapevolezza e da una domanda che non possiamo più evitare. Quante persone restano fuori dai percorsi di prevenzione solo perché il Servizio sanitario nazionale non riesce ancora a intercettarle?”. A dichiararlo è Renato Costa, presidente della Rete degli Ambulatori Popolari di Palermo il quale evidenzia che: “Lo screening per l’epatite B e C non ha rappresentato soltanto un’attività sanitaria. Ha dato forma a un atto concreto di medicina di prossimità, sanità pubblica e giustizia sociale. Abbiamo incontrato cittadini che spesso arrivano tardi alle cure, persone fragili, lavoratori precari, famiglie in difficoltà, uomini e donne che non sempre hanno gli strumenti, il tempo o la possibilità di accedere ai servizi ordinari. È lì che la sanità deve farsi trovare. Nei quartieri, nei luoghi di aggregazione, negli spazi popolari, accanto a chi rischia di restare invisibile. Il Servizio sanitario nazionale resta una conquista straordinaria, ma oggi mostra una frattura evidente. Quando la prevenzione diventa difficile da raggiungere, il diritto alla salute rischia di diventare un diritto diseguale. Il valore di questa esperienza sta anche nella presa in carico”. “Non ci siamo limitati a fare test. Abbiamo costruito un ponte con il Policlinico di Palermo, perché ogni positività potesse trasformarsi in un percorso clinico e non in un dato lasciato sospeso. La medicina di prossimità funziona solo se non abbandona nessuno dopo il primo contatto. Gli Ambulatori Popolari dimostrano che un altro modo di fare prevenzione è possibile. Non sostituiscono il Servizio sanitario nazionale, ma indicano una strada e mettono in evidenza le sue mancanze. Se vogliamo davvero difendere la sanità pubblica, dobbiamo portarla fuori dai palazzi, fuori dagli ambulatori tradizionali e dentro la vita reale delle persone. La salute deve essere per tutti, altrimenti non è un diritto. Diventa un privilegio”, aggiunge Costa. La rete tra università e territorio “Il progetto ha richiesto un lavoro di coordinamento tra università, Policlinico, Ambulatori Popolari e associazioni del territorio. Tra le realtà coinvolte figurano, ad esempio, Auser, Centro sociale ExKarcere, Centro Astalli, Chiesa Valdese, Centro Diaconale La Noce e Associazione San Giovanni Apostolo alla Magione, che hanno contribuito a promuovere gli appuntamenti e a favorire la partecipazione dei cittadini”, sottolinea Calvaruso. “Le 1.500 persone sottoposte al test ci hanno permesso di raccogliere un dato utile sulla presenza delle infezioni da HBV e HCV nella popolazione raggiunta. Il tasso di positività dell’1 per cento conferma la necessità di mantenere alta l’attenzione, soprattutto tra chi accede con maggiore difficoltà ai programmi di prevenzione. Il lavoro non si è fermato al test. Il collegamento con l’UOC di Gastroenterologia ed Epatologia ha consentito di indirizzare rapidamente le persone risultate positive agli approfondimenti diagnostici e, quando necessario, al percorso di cura. Ringrazio il personale degli Ambulatori Popolari, gli specializzandi, le associazioni e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell’iniziativa”, rimarca. Il valore etico dello screening “L’iniziativa che abbiamo concluso con lo screening dei virus dell’epatite B e C, insieme agli Ambulatori Popolari, ha avuto un valore importante sul piano epidemiologico, clinico e scientifico. Ci consegna una fotografia della situazione. Ma non considero questo l’aspetto più importante. La cosa più importante, e non uso spesso questa parola, riguarda il valore etico dell’iniziativa”, aggiunge Calogero Cammà, ordinario di Medicina Interna e direttore dell’UOC di Gastroenterologia ed Epatologia. “Lo dico prima di tutto da direttore della scuola di specializzazione. Ho apprezzato molto il fatto che i nostri specializzandi abbiano partecipato come volontari e si siano dedicati totalmente a questo progetto. Vedere giovani medici che sentono nel proprio lavoro una spinta etica al volontariato rappresenta un segnale importante, soprattutto in un momento in cui la sanità rischia di trasformarsi in un mercato della salute. Lo screening serve a fare emergere il sommerso. Ma quando il sommerso emerge, bisogna dare risposte. In questo caso le risposte sono arrivate a persone che spesso non vengono ascoltate, non vengono incluse e vedono i propri bisogni lasciati ai margini. Questo progetto ha avuto valore anche per questo. Perché non si è fermato al test, ma ha aperto un percorso”. Gli specializzandi in piazza A dare voce all’esperienza maturata sul campo sono Roberta Mizzi, specializzanda al secondo anno, e Matteo Massaro, specializzando al primo anno della Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato digerente dell’Università di Palermo. “Abbiamo partecipato come volontari e questo progetto ci ha messo davanti a realtà spesso difficili. In ospedale siamo abituati a vedere soprattutto la punta dell’iceberg, quindi pazienti già malati o con una patologia epatica avanzata. Lo screening ci ha permesso, invece, di incontrare persone ancora asintomatiche e di spiegare loro l’importanza della diagnosi precoce. I risultati sono incoraggianti, ma l’esperienza ha avuto anche un forte valore umano, sia nel rapporto con i cittadini sia nella collaborazione con gli operatori degli Ambulatori Popolari”, racconta Mizzi. “La cosa più interessante per me è stata vedere la voglia di sapere. Ragazzi e persone anziane chiedevano cosa fossero questi virus, come si trasmettessero e quali terapie esistessero. Molti non sono abituati a incontrare i medici fuori dall’ospedale e hanno apprezzato la possibilità di parlare con noi in modo semplice e diretto. Questo contatto ha avvicinato la prevenzione alla loro vita quotidiana e ha trasformato un test di pochi minuti in un’occasione di informazione e consapevolezza”, conclude Massaro. 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