Renzo Ulivieri e la teoria della “pelle”: anche Cazzullo appoggia la boutade estiva del toscano sulla Nazionale di colore
SportFoto: Ansa foto archivio / Photo Perbert (giugno 2007) I rimedi sbagliati Lo sport non guarda al colore della pelle ma al valore. La soluzione è far giocare i giovani e non naturalizzare i forti Renzo Ulivieri ne è sempre più convinto. Per affrontare la crisi del nostro calcio è necessario che ogni squadra abbia una percentuale minima di calciatori di colore e che lo stesso avvenga per la Nazionale. Una sorta di teoria “della pelle” all’incontrario che sovverte ogni criterio di meritocrazia nello sport. Che forse è l’unico, vero posto in cui la meritocrazia esiste. E Aldo Cazzullo ne approfitta per dargli ragione. Cazzullo e l’esempio sbagliato della Francia L’editorialista sul Corriere dà ragione al “Renzaccio”, facendo due esempi sbagliati. Il primo riguarda la Francia, che ha sfornato e sforna atleti e calciatori di colore di alto livello da Tiganà a Mbappe, passando per Dembelè. Aggiungendo Zidane, algerino di origine. Ma erano e sono tutti francesi. Quale problema avremmo noi a fare giocare Dembelè se fosse italiano? Nessuno. Stessa cosa per il volley femminile. Paola Egonu, tanto per citare la più brava, è italiana. Allargare il discorso alla politica, come ha fatto ancora una volta Cazzullo, passando dalla proposta di Ulivieri al successo di Vox in Spagna non ha senso. Abbiamo centinaia di migliaia di immigrati diventati italiani. I cui figli sono italiani. Se nasceranno fenomeni saremo tutti contenti. Ma che senso avrebbe convocare una schiappa solo perché è di colore? La Francia fa giocare Rabiot perché è bravo o perché è bianco? E Platinì, che è stato il più grande dei loro calciatori, era di colore?. Discorsi da sesso degli angeli. Non esistono le razze Anche nello sport non esistono le razze ma esistono condizioni genetiche diverse. Ad esempio, nell’atletica leggera: i più grandi velocisti e mezzofondisti della storia sono tutti di colore. Al contrario, nel nuoto, è difficile registrare lo stesso successo. Ma si tratta anche di abitudini sociali. In Africa, ad esempio, i mezzofondisti hanno una resistenza straordinaria perché sono abituati a correre, mentre le condizioni climatiche non hanno mai favorito che si praticasse il nuoto. Da Serena Williams a Djokovic La più grande tennista di tutti i tempi è di colore, Serena Williams. I suoi omologhi maschili sono bianchi, Djokovic, Federer, Nadal. Significa qualcosa? No. Solo pura causalità. Artur Ashe era un grande giocatore di colore. Ma non è che il colore della pelle determina la forza o la debolezza di un atleta. Magari nascesse un Pelè italiano Tutti quanti vorremmo che nascesse un Pelè italiano. A qualcuno fregherebbe del colore della sua pelle? Ovviamente, no. Stessa cosa se avesse i capelli biondo platino. E del resto basta pensare agli esempi che provengono dagli altri sport per capire che il problema non è il colore della pelle e che gli italiani, per la stragrande maggioranza fortunatamente, non conoscono il razzismo. Marcel Jacobs e Mennea Tutti amiamo Marcel Jacobs, italiano e di colore, unico campione olimpico sui cento metri della nostra storia. Cosi come amavamo Pietro Mennea, olimpionico sui duecento metri e primatista del mondo. Abbiamo esultato e gioito per loro senza porci minimamente il problema di che colore di pelle avessero. Erano, sono italiani. Punto. Naturalizzare? No, grazie Nel passato abbiamo avuto tanti calciatori naturalizzati, da Sivori a Camoranesi. Se un calciatore ha origini italiane e sceglie convintamente di indossare la maglia azzurra è ben accetto. Se dobbiamo cooptarlo, a prescindere se sia bianco, nero o rosso, solo perché è forte, si perde il senso dell’appartenenza a un simbolo. Le regole della Fifa sono cambiate da tempo. Se un giocatore ha già indossato la maglia di una Nazionale non può più cambiare idea. Sivori, invece, passò dall’Argentina all’Italia. Come se l’appartenenza nazionale potesse essere messa in vendita. Il nostro calcio si rilancia se segue l’esempio del tennis. Se inocula passione tra i tanti ragazzi, se le squadre fanno giocare i giovani italiani. Bianchi, neri, meticci, rossi, albini. Il resto è una boutade.
