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Remigrazione, il Copasir riconosce all’antifascismo il veto del disordine
ApprofondimentiRoma, 6 ago – Le relazioni istituzionali non sono leggi e non vietano manifestazioni. Ma non sono neppure fotografie neutrali della realtà. Quando un organismo parlamentare o l’intelligence collocano un tema politico nel lessico della minaccia e dell’escalation, contribuiscono a stabilire ciò che lo Stato dovrà osservare e contenere. Secondo le anticipazioni di stampa sulla relazione annuale del Copasir, «l’ipotizzabile insistenza della destra radicale sul tema della remigrazione potrebbe contribuire a una escalation della conflittualità tra opposti schieramenti», durante eventi pubblici in contesti di «storica contropresenza». Il documento del Comitato non è ancora consultabile: l’attribuzione deve quindi restare alle fonti giornalistiche che ne hanno diffuso il contenuto. Esiste però un riscontro ufficiale nella Relazione 2026 sulla politica dell’informazione per la sicurezza, riferita alle attività del 2025.
Lo Stato non osserva tutto allo stesso modo
Lo abbiamo scritto parlando del decreto sicurezza e della proposta contro la cosiddetta «guerriglia organizzata»: le norme non si applicano da sole e gli apparati non agiscono nel vuoto. Procure, prefetture, questure e servizi operano sulla base di priorità, informative, precedenti e percezioni del pericolo. Prima ancora della repressione esiste una fase decisiva: la classificazione. Quali ambienti vengono considerati conflittuali? Quali parole diventano indicatori di radicalizzazione? Quale manifestazione viene trattata come esercizio di un diritto e quale come occasione prevedibile di disordine? La relazione del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica (SISR), entra esattamente in questa zona: nel capitolo dedicato alla minaccia interna, l’intelligence prevede che la destra radicale continuerà a cercare visibilità attraverso iniziative sul contrasto all’immigrazione. Aggiunge che tale ambito potrebbe alimentare una conflittualità «anche violenta» con gli ambienti antagonisti favorevoli ai migranti e contrari ai rimpatri, indicando la necessità di monitorare la tensione tra orientamenti ideologici opposti. Insomma, non ordina esplicitamente di impedire un corteo sulla Remigrazione, ma fornisce una chiave attraverso la quale quel corteo potrà essere interpretato, collocandola dentro una sequenza securitaria: insistenza su un tema divisivo, mobilitazione degli opposti, escalation, rischio per l’ordine pubblico. E così la politica non viene valutata per ciò che propone o per le condotte concrete dei suoi militanti ma per le reazioni che potrebbe provocare.
Il veto del disordine in mano agli antifascisti
Qui emerge il paradosso. Se una manifestazione lecita viene considerata pericolosa perché gruppi antagonisti potrebbero contestarla, assaltarla o cercare di impedirla, la disponibilità altrui allo scontro diventa indirettamente un argomento contro chi organizza la prima iniziativa. È una forma implicita di veto del disordine: più una parte minaccia di reagire, maggiore diventa il costo securitario attribuito alla presenza pubblica dell’altra. Naturalmente lo Stato deve valutare il rischio concreto di scontri. Sarebbe irresponsabile ignorare contromanifestazioni, sovrapposizioni territoriali e precedenti violenti. Ma dovrebbe distinguere con chiarezza tra chi esercita un diritto, chi prepara una violenza e chi decide di contrastare con la forza un evento non gradito. La formula scelta individua invece nell’«insistenza della destra radicale» il possibile contributo all’escalation. Il soggetto che porta il tema nello spazio pubblico appare come l’innesco, mentre l’antagonismo che reagisce rischia di essere rappresentato come una conseguenza ambientale. La stessa relazione definisce la questione palestinese un «potente catalizzatore dell’attivismo antagonista», capace di saldare realtà differenti. Il fenomeno antagonista viene dunque riconosciuto, ma nel passaggio sulla remigrazione la struttura della frase assegna alla destra radicale il ruolo di primo motore della conflittualità. Nel linguaggio della sicurezza non è una sfumatura irrilevante: stabilire chi produce il rischio significa anche orientare controlli, prescrizioni e attività informative.
Dai reati agli scenari di probabilità
Lo Stato non ha bisogno di dichiarare illegale un’idea per renderne più difficile l’espressione. Può aumentare il costo amministrativo e poliziesco della sua presenza: percorsi marginali, limitazioni territoriali, pressioni sugli organizzatori, controlli preventivi, perquisizioni e accompagnamenti. È il paradigma della gestione preventiva sul quale abbiamo già richiamato l’attenzione più volte. Lo Stato non attende necessariamente che venga commesso un reato, ma interviene sulla possibilità che il conflitto prenda forma. Caschi, precedenti, segnalazioni, oggetti, chat, appartenenze e contesti diventano frammenti di una valutazione probabilistica. La relazione sulla remigrazione aggiunge un ulteriore livello: non soltanto il comportamento della persona, ma il contenuto politico attorno al quale essa si mobilita. Un tema viene osservato perché capace di polarizzare, aggregare contropresenze e produrre tensioni. La domanda non è più soltanto «che cosa avete fatto?», ma «quale scenario potrebbe generare la vostra iniziativa?». Non serve immaginare complotti o ordini impartiti da un centro occulto. Il meccanismo è molto più ordinario. Le categorie istituzionali sedimentano. Passano dalle relazioni alle informative, dalle audizioni al linguaggio giornalistico, dai dossier alle valutazioni delle autorità territoriali. Diventano senso comune amministrativo. Un’espressione come «possibile escalation» non produce automaticamente un divieto, ma rende quel divieto più pensabile, una limitazione più giustificabile e un controllo più normale.
La sicurezza è una scelta politica
Lo Stato non è neutrale perché la sicurezza non consiste nel registrare oggettivamente tutti i pericoli esistenti. Consiste nel selezionare quali pericoli meritino attenzione, quali siano tollerabili e quali debbano essere anticipati. Ogni apparato dispone di risorse limitate e le utilizza secondo gerarchie di rischio che riflettono anche il clima politico e culturale del momento. La neutralità perfetta non esiste. Esiste però l’obbligo di rendere visibili queste scelte e sottoporle a critica. La remigrazione è ormai entrata anche nel circuito parlamentare attraverso una proposta di legge d’iniziativa popolare. Può essere contestata, giudicata impraticabile, incostituzionale o politicamente sbagliata. Ma il fatto che susciti reazioni ostili non può bastare a trasformarla in un problema di sicurezza. Uno Stato forte reprime le condotte violente senza delegare agli avversari il potere di decidere quali idee possano comparire nello spazio pubblico. Uno Stato debole, invece, tratta come fonte del disordine chi rende visibile un conflitto che non sa governare. La relazione del Copasir non introduce una nuova repressione e sarebbe scorretto presentarla come una lista di proscrizione. Mostra però, meglio di ogni altra cosa, il terreno sul quale la sicurezza contemporanea si sta spostando: dai fatti alle probabilità, dalle responsabilità alle relazioni, dai reati alle percezioni del pericolo. Ed è proprio in questo passaggio che una descrizione diventa politica. Perché lo Stato comincia sempre osservando, ma non osserva mai tutto allo stesso modo.
Vincenzo Monti
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