Rwanda, il futuro scorre a Gatsibo. Prima parte
AfricaL’ong Movimento per la Lotta contro la Fame nel Mondo ha realizzato nei villaggi rurali del Paese un progetto che sta trasformando l’accesso all’acqua in uno strumento di salute, emancipazione e sviluppo, migliorando la vita delle comunità, soprattutto di donne e ragazze. Nel nord-est del Rwanda, nel distretto di Gatsibo, l’acqua non è soltanto una risorsa essenziale: è il punto di partenza di una trasformazione sociale profonda. Per anni, nei villaggi rurali del settore di Kageyo, la vita quotidiana è stata segnata da lunghe camminate per raggiungere una fonte, dalla mancanza di servizi igienici adeguati e da condizioni sanitarie precarie che colpivano soprattutto donne e bambini. Oggi, grazie al progetto Amazi Meza (“Acqua pulita”), implementato da Mlfm (Movimento per la Lotta contro la Fame nel Mondo)con il sostegno di Aics (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) e in collaborazione con il Distretto di Gatsibo, qualcosa sta cambiando. Se nei primi anni il progetto è stato raccontato soprattutto attraverso la costruzione delle infrastrutture, oggi la sua storia è soprattutto quella delle persone che quelle infrastrutture le utilizzano, le gestiscono e le trasformano in opportunità concrete di salute, dignità e crescita collettiva. Avviato nel 2022 e recentemente esteso a un quarto anno, Amazi Meza punta a rafforzare l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari nelle aree rurali del distretto. Il progetto si inserisce in un impegno di lungo periodo che vede Mlfm operare in Rwanda dal 1987 nel settore Wash (Water, Sanitation and Hygiene), nell’ambito di oltre sessant’anni di attività della ong e di interventi che hanno raggiunto più di 1,9 milioni di persone nei diversi Paesi in cui è presente. Accanto alla realizzazione del sistema idrico di Busetsa, sono state costruite latrine domestiche, servizi igienici per scuole e strutture sanitarie, “Girls’ Rooms” dedicate all’igiene femminile e percorsi di formazione rivolti alle comunità locali. Nell’ultimo anno, il Distretto di Gatsibo ha inoltre chiesto di destinare parte dei fondi inizialmente previsti per un impianto di trattamento dei fanghi fecali alla costruzione di ulteriori infrastrutture Wash in mercati pubblici, scuole e centri sanitari, rafforzando così l’impatto immediato del progetto sulla vita quotidiana delle persone. Una scelta condivisa con il Ministero delle Infrastrutture per privilegiare interventi concreti e subito utili alle comunità, come nuove latrine pubbliche, lavamani e campagne di sensibilizzazione. Ma sono soprattutto le storie raccolte nei villaggi a raccontare il significato più profondo di Amazi Meza. «Ora ci ammaliamo molto meno» Yldephonse ha 61 anni e vive nel villaggio di Rwikubo. Quando racconta la vita della sua famiglia prima del progetto, descrive una quotidianità segnata dalla scarsità d’acqua e dall’assenza di servizi igienici. «Usavamo i campi come latrina», racconta. «Per lavarci le mani avevamo soltanto qualche tanica d’acqua, che spesso non bastava per tutta la famiglia». Grazie ad Amazi Meza, Yldephonse è stato tra i primi abitanti del villaggio a partecipare ai corsi per la costruzione di latrine domestiche e ha ricevuto parte dei materiali necessari per realizzarne una vicino a casa. Oggi davanti alla sua abitazione ci sono una latrina sicura e un semplice punto per lavarsi le mani che hanno trasformato la vita quotidiana della famiglia. «La nostra vita è cambiata», dice. «Ci ammaliamo molto meno, la casa è più pulita e anche i bambini stanno meglio». A colpirlo non è stato soltanto l’arrivo delle nuove strutture, ma soprattutto il percorso di formazione seguito nei club d’igiene del villaggio. «Prima pensavo che bastasse l’acqua per lavarsi le mani. Oggi so quanto sia importante usare il sapone per prevenire le malattie. Cerco di insegnarlo anche ai miei figli e ai vicini». Il progetto, infatti, non si limita alla costruzione delle infrastrutture. Uno degli obiettivi principali è creare consapevolezza all’interno delle comunità. Nel 2025 sono stati organizzati cento incontri formativi sulla costruzione di latrine domestiche, distribuite 1.500 brochure informative e realizzate cinque campagne radio dedicate all’igiene e alla salute pubblica. Sei scuole hanno inoltre ricevuto materiali educativi e poster sui temi Wash e della salute mestruale. Oggi Yldephonse è diventato a sua volta promotore delle pratiche apprese durante il progetto. Ha aiutato alcuni vicini a costruire latrine migliorate e continua a spiegare quanto l’igiene sia una responsabilità collettiva. «La salute della comunità dipende da tutti», ripete con convinzione. Le ragazze che vogliono contare L’impatto del progetto emerge con forza anche nelle scuole. Diane frequenta la terza media alla G.S. Gitebwe ed è presidente del club scolastico dedicato al Menstrual Hygiene Management, nato per sensibilizzare ragazze e ragazzi sul tema dell’igiene mestruale. Prima dell’arrivo dell’acquedotto e delle nuove latrine, la situazione nella sua scuola era molto difficile. «L’acqua era lontana», racconta. «Dovevamo andare fino alla fontana più vicina per prenderla. Alcuni bambini bevevano dal fiume o dalle pozzanghere perché non avevano borracce. Le latrine erano vecchie e sporche e molte ragazze preferivano andare nel bosco». Per le studentesse il problema non riguardava soltanto l’accesso all’acqua, ma anche il peso dello stigma legato al ciclo mestruale. «Prima una ragazza con il ciclo veniva presa in giro e spesso restava a casa finché non le passava». Con Amazi Meza sono state costruite nuove latrine e soprattutto le “Girls’ Rooms”, spazi protetti dove le ragazze possono lavarsi, cambiarsi e trovare assorbenti igienici. Oggi le scuole coinvolte dispongono di servizi igienici migliorati, lavamani e sistemi di raccolta dell’acqua piovana. Ma secondo Diane il cambiamento più importante è stato culturale. «Adesso possiamo parlare apertamente delle mestruazioni», spiega. «Nel club organizziamo incontri, teatro e attività di sensibilizzazione. Molte ragazze non hanno più paura né vergogna». Diane sogna di continuare a lavorare su questi temi anche in futuro. «Vorrei che nessuna ragazza smettesse di andare a scuola a causa del ciclo mestruale», dice sorridendo. L’articolo originale può essere letto qui

