
Lellena, una storia di formazione fuori dall’ordinario
CulturaLellena, una storia di formazione fuori dall’ordinario Narrativa italiana «Sinnada» di Maria Spissu Nilson (Feltrinelli): l'autrice è stata per tutta la vita una maestra, appassionata di letteratura e di scrittura, ma solo all’età di ottantadue anni ha dato seguito a quello che è il suo esordio letterario

Ranucci, non è solo una storia di attentati
PoliticaCi sono due punti di vista differenti sulla vicenda dell’attentato a Ranucci e della strategia messa in atto da Lavitola. Innanzitutto, il punto di vista puramente giudiziario. In questo senso, sapere se Ranucci fosse al corrente o meno delle intenzioni di Lavitola di organizzargli un attentato farlocco sotto casa, circostanza che al momento non trova alcun riscontro ed è fondamentale precisarlo, può avere o meno conseguenze sul cittadino Sigfrido Ranucci, ma rimane un puro fatto personale. Capisco sia difficile da digerire, ma è così. Poi però c’è il punto di vista dell’opportunità, e qui non è più un fatto personale, ma assolutamente pubblico, e bisogna ricordare un aspetto che passa un po’ sotto traccia. Lavitola sostiene di aver organizzato il finto attentato per far alzare il livello di scorta al conduttore di Report. Quello che invece risulta dalle indagini è che il tutto sia stato organizzato per dare un booster di popolarità e consenso al giornalista e lanciarlo in politica, niente meno che come leader del campo largo. E qui, secondo me, c’è il vero problema: era consapevole o meno del progetto di Lavitola di farne un candidato premier del centrosinistra? Perché, se ne era consapevole, capite bene che vuol dire che il conduttore di Report stava lavorando da prima di ottobre a un suo ingresso in politica col centrosinistra: questo inevitabilmente getta ombre sul suo operato alla guida della trasmissione nel corso dell’ultima stagione, di cui, ma sarà un caso, si lamentava una condotta schierata contro la parte politica avversa a quella di cui il giornalista sarebbe potuto diventare leader. Leggi anche: E so benissimo che esistono in altre reti, quella per cui lavoro io compresa, giornalisti palesemente schierati dalla parte opposta: ma sono reti private, in cui vi è un editore che investe le proprie risorse. In sostanza, la vera domanda è se Ranucci fosse o meno al corrente del progetto di un finto attentato. La vera domanda, scomoda, è: Ranucci ha lavorato per almeno un’intera stagione televisiva ad un programma della tv di Stato, quindi finanziato con soldi pubblici, per preparare una sua discesa in campo nel centrosinistra, rivolgendo lo sguardo del suo giornalismo investigativo unicamente alla parte politica opposta? È un caso che nell’ultima stagione il programma si sia occupato direttamente di partiti di centrodestra in 10 puntate su 23 e in altre 4 puntate direttamente del governo, arrivando a un totale di 14 puntate su 23? Scusate, ma la risposta a questa domanda fa tutta la differenza del caso. Guglielmo Mastroianni, 15 agosto 2026 Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Sigfrido Ranucci, il martire perfetto: una storia di stupidità, mitomania e bombaroli
ApprofondimentiRoma, 13 ago – La parte più interessante del caso Sigfrido Ranucci è che possiamo tranquillamente credere che non sapesse nulla. Anzi, allo stato delle indagini dobbiamo partire proprio da qui: non risultano elementi che dimostrino una sua conoscenza preventiva dell’attentato. Valter Lavitola, invece, ha ammesso davanti al gip di esserne stato il mandante, sostenendo di aver agito per fare aumentare la protezione dell’amico. Il gip ritiene invece che l’obiettivo fosse accrescere la popolarità del conduttore di Report e accelerare i progetti politici che Lavitola coltivava attorno alla sua figura. Ed è precisamente questa versione a rendere la vicenda straordinariamente coerente. Perché se Ranucci non sapeva, allora qualcuno ha ritenuto possibile costruirgli addosso un attentato, trasformarlo nella vittima perfetta e lasciare che facesse il resto da solo. Ed evidentemente qualcuno pensava di conoscere abbastanza bene il personaggio da sapere che avrebbe funzionato. Naturalmente commissionare una bomba è un reato; essere stupidi, o mitomani, non lo è. Sul piano della responsabilità pubblica, però, le due cose diventano parti della stessa storia: da una parte chi pensa di poter fabbricare un martire, dall’altra chi da anni lavora instancabilmente alla costruzione del proprio mito. Perché stupidità e mitomania, nel caso Ranucci, non sono un insulto gratuito. Sono la sintesi di un metodo che abbiamo visto all’opera troppe volte: prendere un sospetto, innamorarsene, trasformarlo in narrazione e infine presentare ogni contestazione come la conferma che si è toccato qualche potere indicibile. Sigfrido Ranucci: il martire perfetto per l’attentato perfetto Il caso Nordio-Minetti è stato didattico. Ranucci va in televisione e racconta che una fonte avrebbe visto il ministro della Giustizia nel ranch uruguaiano di Giuseppe Cipriani. Precisa che la notizia deve ancora essere verificata, come se questa formula magica risolvesse il problema di aver appena pronunciato il nome di un ministro davanti a milioni di persone. Nordio interviene e smentisce. La Rai richiama Ranucci proprio per aver diffuso una notizia non verificata e pochi giorni dopo lui stesso si «cosparge il capo di cenere». Ma prima ancora c’era stata la “pista nera” di Capaci. Report aveva rilanciato ricostruzioni sul possibile coinvolgimento di Stefano Delle Chiaie e di ambienti della destra eversiva. Il fascicolo specificamente aperto su quella pista è stato poi archiviato nel 2025: per il gip non era emerso alcun elemento utile a ricostruire un ruolo di Delle Chiaie nella strage. Esistono altri filoni sui possibili mandanti esterni che hanno continuato il proprio percorso giudiziario, ma proprio questa distinzione dimostra il problema: la televisione ama le suggestioni molto più delle precisazioni che arrivano dopo. Poi abbiamo avuto il governo che avrebbe “spiato i computer dei magistrati”. Ma la presenza di un software Microsoft installato sui terminali della giustizia non provava che Palazzo Chigi o il ministero abbiano utilizzato quel sistema per spiare qualcuno. Microsoft specifica persino che il controllo remoto è disabilitato di default e deve essere configurato. Eppure il salto narrativo arrivò fulmineo grazie al principale altoparlante di Ranucci: Il Fatto Quotidiano titolava direttamente sul «software-spia» e sulle opposizioni che chiedevano a Nordio di dimettersi. L’autocostruzione del mito del «perseguitato» Lo stesso schema si è ripresentato con Esperia e la comunicazione di destra. La stessa presentazione Rai del servizio dedicato al tema specificava che Report stava indagando su pagine «non legate a Fdi». Dopodiché iniziava precisamente il lavoro che conosciamo: rapporti personali, eventi frequentati, collaboratori, vecchie militanze, contatti, fotografie, ambienti limitrofi. Tutto viene disposto sul tavolo affinché sia lo spettatore a vedere una regia che nessuno è obbligato davvero a dimostrare. È il metodo del sospetto permanente: se non posso provare un qualcosa, mostro una vicinanza; se non posso dimostrare una struttura, costruisco una mappa; se non posso formulare un’accusa, pongo una domanda. E quando il castello prende una botta arriva puntuale il soccorso rosso della sinistra politica e giornalistica. Con il Fatto Quotidiano a svolgere una funzione semi-automatica: Ranucci non sbaglia, viene attaccato; Report non viene contestato, viene censurato; chiedere conto dei rapporti con Lavitola non significa chiedere spiegazioni, ma partecipare alla campagna contro il giornalismo d’inchiesta. Quando la Rai sospese cautelativamente le repliche estive, il frame diventò immediatamente quello della «censura senza precedenti». Così il personaggio continua ad alimentarsi da solo. Più Ranucci viene criticato, più Ranucci può raccontarsi come perseguitato. Più prende un palo, più il palo diventa la prova che qualcuno vuole fermarlo. Ranucci interpreta la vittima alla perfezione Ed eccoci alla bomba. Lavitola parlava da tempo con Ranucci di politica. Nelle chat gli prospettava scenari di leadership e gli scriveva che avrebbe potuto arrivare addirittura alla presidenza. Secondo l’ordinanza, l’attentato avrebbe dovuto aumentare la sua popolarità e aiutare proprio questa proiezione. E allora forse la domanda che tutti ci stiamo facendo, ovvero “come poteva Ranucci non sapere?”, dovrebbe diventare “perchè sorprenderci che qualcuno abbia pensato di poter fare una cosa simile a sua insaputa?” Se per anni costruisci l’immagine dell’uomo che disturba i poteri, che vede prima degli altri, che viene colpito perché ha scoperto troppo, arriva prima o poi qualcuno abbastanza spregiudicato da capire che a quella storia manca soltanto un attentato. Non serve che il protagonista partecipi alla sceneggiatura. Basta che sia sufficientemente innamorato del suo personaggio da interpretarla alla perfezione. L’ultima dimostrazione è arrivata proprio mentre esplodeva il caso Lavitola. Ranucci pubblica un testo intitolato “La voce che spaventa”, accompagnato dalla fotografia di Falcone e Borsellino, nel quale costruisce un vero e proprio asse simbolico tra lui, Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: uomini eliminati perché capaci di vedere prima degli altri il disegno dentro cui si muovevano. Il punto, però, è che in questo accostamento c’è una evidente operazione di auto-posizionamento, in cui il giornalista finisce per collocarsi nella stessa genealogia di chi è stato ucciso, come se la propria vicenda – professionale e giudiziaria – potesse scorrere sullo stesso piano. Oggi Ranucci sostiene di non essersi paragonato a nessuno e che si trattava soltanto di un estratto del libro che sta scrivendo. Ma scegliere proprio adesso quella fotografia, quei nomi, il tritolo, gli uomini migliori eliminati perché avevano visto troppo e la «voce che spaventa» significa avere perlomeno una straordinaria incapacità di rendersi conto del personaggio che si sta mettendo in scena. Ed è qui che stupidità, mitomania e bombaroli finiscono per incontrarsi. Quando stupidità e mitomania incontrano i bombaroli Ranucci può essere completamente innocente rispetto alla bomba e contemporaneamente essere totalmente responsabile del suo io pubblico che ha contribuito a costruire per anni. Una caricatura talmente riuscita che qualcun altro, a quanto sostiene l’accusa, ha pensato che bastasse piazzare del tritolo per trasformarla definitivamente in una carriera politica di successo. Ma quella bomba non rendeva vere le inchieste sbagliate, i sospetti presentati come prove, le piste archiviate portate alla ribalta, le fonte inaffidabili spacciate per gola profonde. Ma soprattutto, ed è una lezione pesantissima per questo Paese, essere vittima non significa automaticamente avere avuto ragione. Più che vittima – la parola che il soccorso rosso permanente sta spingendo a canali unificati in queste ore – Ranucci sembra che fosse inconsapevole. Inconsapevole di ciò che si muoveva aggrappato alle sue spalle larghe: chissà se la magistratura riuscirà a spiegarci fino in fondo cosa è successo davvero, quali mafie hanno agito e come, mentre il povero Ranucci era impegnato a farsi martire. Sergio Filacchioni
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