La Premier League è l’unica vera Superlega del calcio europeo
EconomiaFiniti i Mondiali, il dibattito calcistico è tornato a concentrarsi sulla singola cosa che più accende la fantasia e l’interesse dei tifosi, il calciomercato. Durante la campagna acquisti i toni sono sempre esasperati, ogni trattativa sembra destinata a cambiare il destino di una stagione, forse la traiettoria di un club. Poi la realtà del mercato dice che certe spese non sono alla portata e si torna nell’antro della rassegnazione. Basta scrollare le notizie degli ultimi giorni per ritrovarsi in una cappa di fatalismo. La Roma ha corteggiato a lungo Crysencio Summerville del West Ham, mettendo sul tavolo 46 milioni di euro, poi ha dovuto fare marcia indietro davanti ai settanta milioni proposti dall’Al Hilal. Il Galatasaray vorrebbe convincere Bremer e Rafael Leão a trasferirsi in Turchia con ingaggi che Juventus e Milan non possono permettersi. E ovviamente è la stessa estate in cui l’Inter aveva individuato in Marco Palestra il sostituto di Denzel Dumfries, e ha dovuto rinunciare perché il Chelsea gli ha offerto uno stipendio doppio rispetto a quello proposto dai nerazzurri. Il Corriere dello Sport ha sintetizzato questa condizione di subalternità con una prima pagina piena di volti che forse non vedremo più in Serie A e un editoriale nefasto: «Siamo i nuovi poveri». È la fotografia di un campionato che fatica sempre più a competere sul mercato. Perché mentre qui si fanno i conti con trattative costruite su prestiti, obblighi di riscatto e formule creative per dilazionare i pagamenti, altrove c’è chi non ha nemmeno la seccatura di dover contare i soldi. Il Chelsea ha appena acquistato Morgan Rogers per 138 milioni di euro dall’Aston Villa ed è già il terzo trasferimento estivo oltre la soglia dei cento milioni in Premier League. Prima di lui Elliot Anderson è andato al Manchester City per 135 milioni e Sandro Tonali si è trasferito al Tottenham per poco più di cento. Gli otto acquisti più costosi dell’estate inglese valgono già circa 750 milioni di euro, quasi quanto aveva speso l’intera Serie A durante l’intero mercato estivo del 2025. Nell’aprile del 2021 Andrea Agnelli e Florentino Pérez provarono a convincere il calcio europeo che, senza una profonda riforma del sistema, il divario economico tra i grandi club sarebbe diventato irreversibile. La loro visione portava alla Superlega, una competizione chiusa o semichiusa, pensata per concentrare e moltiplicare ricavi, audience e valore commerciale del prodotto calcistico. Il progetto si infranse nel giro di quarantotto ore contro la rivolta dei tifosi, l’opposizione della Uefa e il clamoroso passo indietro delle sei squadre inglesi. Sembrò la vittoria del vecchio calcio sul nuovo, venne raccontato come il trionfo di un’idea romantica contro una deriva elitaria. Cinque anni dopo vale la pena chiedersi se quella battaglia sia stata davvero vinta da chi esultava. Perché la Superlega immaginata da Agnelli e Pérez non è mai nata, ma solo perché esisteva già. È proprio la Premier League. Per oltre trent’anni il calcio europeo ha vissuto in un equilibrio imperfetto e multipolare. Ci sono stati i cicli dominanti della Serie A degli anni Novanta, il dominio della Liga nell’epoca di Messi e Cristiano Ronaldo, il Bayern Monaco in Germania, le grandi inglesi a turno. Oggi il baricentro si è spostato quasi interamente in Inghilterra. La Premier League è diventata un ecosistema economico separato dal resto del calcio europeo grazie a ricavi enormi dai diritti di trasmissione, stadi all’avanguardia, una comunicazione eccellente e tanto altro. I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Al 22 luglio i club di Premier hanno già impegnato oltre un miliardo e mezzo di euro sul mercato – considerando anche riscatti obbligatori e operazioni già concordate. L’estate scorsa le venti squadre della Premier avevano sfondato il record investendo circa 3,5 miliardi di euro sul mercato, merito anche di squadre neopromosse come il Sunderland che aveva superato i centocinquanta milioni di euro di spesa. Il Liverpool, da solo, aveva sfiorato i trecentosettanta milioni. Sono capacità di investimento senza paragoni in Europa, se si escludono alcune big come Real Madrid, Barcellona e Paris Saint-Germain. È per questa superiorità sistemica che le squadre inglesi si ritirarono per prime dalla Superlega. Non avevano bisogno di quella riforma: lo strapotere economico gli garantisce un vantaggio perenne sul resto del continente. La Superlega non sarebbe stata rappresentativa, dicevano. La scarsa mobilità verticale tra i campionati nazionali e la nuova competizione avrebbe alimentato la superiorità di poche squadre per Paese su tutte le altre. In termini di rappresentanza, però, la Premier League ha solo squadre inglesi (ogni tanto si affaccia una gallese, il Cardiff o lo Swansea). È una provocazione, certo. Perché i campionati nazionali sono nati con questo spirito, con l’idea di riunire i club del Paese. Ma l’industria calcistica del ventunesimo secolo è costruita sulla globalizzazione del mercato – un movimento senza barriere di giocatori, allenatori e staff tecnici. La professionalizzazione del calcio ha reso praticamente inevitabile il drenaggio dei migliori talenti verso la Premier League. E a loro si aggiungono i migliori allenatori, preparatori, osservatori, dirigenti, data analyst, nutrizionisti e tutte le professionalità che ruotano intorno alle partite. Un acquisto simbolico di quest’egemonia è quello di Rayan al Bournemouth, arrivato lo scorso gennaio dal Vasco da Gama. È costato 28,5 milioni di euro, non una spesa mostruosa, ma abbastanza alta da scoraggiare molte concorrenti europee. Parliamo di un giocatore che abbiamo appena visto ai Mondiali con il Brasile. «Questo era il tipo di acquisto che ci si sarebbe aspettati da Juventus, Inter o Milan: portare in Europa un diciannovenne, uno dei talenti più promettenti della Seleção», scriveva la Bbc a maggio. Il Bournemouth oggi compra i giocatori che una volta compravano le big della Serie A (questo spiega anche perché in Premier League si sta creando un mercato interno sempre più ricco). Ecco perché il paragone tra il campionato inglese e tutti gli altri, Italia compresa, è indecoroso, ma anche ingiusto in un certo senso. I club inglesi sono strutturalmente più potenti. Sul campo la distanza si nota soprattutto nelle coppe europee minori, Europa League e Conference League. Se l’aristocrazia spagnola di Real Madrid e Barcellona, il panzer tedesco del Bayern Monaco e il nuovo Psg di Luis Enrique riescono a tenere testa alle big inglesi in Champions League, negli altri due tornei non c’è più competizione. Negli ultimi due anni le squadre inglesi hanno vinto tutte le ventuno partite a eliminazione diretta disputate contro avversarie straniere in Europa League e Conference League. Le uniche sconfitte sono arrivate contro altri club di Premier League. Secondo la Deloitte Money League, quindici dei venti club della Premier sono tra le trenta società con i ricavi più alti del mondo: nessun altro campionato può contare su una profondità economica simile. Quindi il Brighton, ad esempio, sarà di gran lunga la squadra più ricca della Conference League che inizierà a settembre e la principale favorita per la vittoria. E questo dominio tende ad autoalimentarsi, perché le vittorie garantiscono premi in denaro, maggiore esposizione internazionale e soprattutto un migliore posizionamento nel ranking per nazioni, da cui dipendono i posti aggiuntivi in Champions League. Anche qui, non è un caso che la riforma delle coppe europee sia stata introdotta proprio dopo il naufragio della Superlega. Il nuovo sistema si basa anche sul rendimento complessivo dei campionati e ha finito per favorire la Premier League. È la ricompensa offerta dalla Uefa alle squadre inglesi che si sono sfilate per prime dal grande progetto di riforma del calcio europeo presentato nel 2021. Per questo il progetto della Superlega oggi è tramontato, almeno nella formula presentata cinque anni fa. Ma la logica economica che la sosteneva non è mai scomparsa: si è semplicemente ristretta geograficamente, concentrata tutta in Inghilterra. Ai grandi club inglesi non serviva una nuova competizione per aumentare ricavi e valore dei propri brand, perché giocavano già nel campionato più ricco del mondo. In fondo, avevano solo bisogno di alimentare il proprio vantaggio competitivo su tutti gli altri.
