Che cosa significa essere poveri secondo la statistica
notizieRappresentare la ricchezza – e tassarla – è difficile. Ma anche misurare la povertà non è facile. Come per tutti i fenomeni sociali di importanza globale sono le grandi istituzioni internazionali (l’Onu o la Banca mondiale, per esempio) a definire cosa inserire e cosa escludere per creare numeri confrontabili tra i diversi paesi. Proprio quest’anno, a marzo, la Banca mondiale ha aggiornato le sue stime sulla povertà globale: 847 milioni di persone vivono in povertà estrema, otto milioni in più rispetto al conteggio di appena sei mesi prima. Il mondo è diventato più povero in sei mesi? No. Il mondo è diventato più povero? No. L’aggiornamento ha incluso 28 nuove indagini campionarie sui redditi e sui consumi delle famiglie, oltre a correzioni di alcuni dati già disponibili e a un nuovo metodo per elaborare le statistiche dei paesi più ricchi. La novità più importante è stata l’arrivo della prima indagine sui consumi delle famiglie in Pakistan dal 2018. I numeri reali si sono rivelati peggiori delle proiezioni usate fino a quel momento: il tasso di povertà estrema della regione che comprende Medio Oriente, Nordafrica, Afghanistan e Pakistan è passato dall’11,8 al 14,4 per cento. Ma anche quando i dati sono aggiornati, resta una domanda più difficile: che cosa significa essere poveri? Dagli anni novanta la Banca mondiale misura la povertà estrema usando una soglia pensata per individuare le forme più gravi di deprivazione. Ma c’è chi sostiene che il problema stia nella linea stessa che separa i poveri da tutti gli altri. Lant Pritchett lo pensa da più di trent’anni, come ha raccontato al podcast di VoxDev. Nel 1990 era un giovane economista della Banca mondiale, quando l’istituto adottò la soglia di un dollaro al giorno per contare i poveri del mondo, oggi aggiornata a tre. Il problema, secondo Pritchett, non è tanto il valore preciso della soglia, quanto il modo in cui viene usata. Chi vive con 2,90 dollari al giorno è classificato come povero, chi vive con 3,10 dollari non lo è più. Dal punto di vista statistico, basta superare la linea di pochi centesimi per scomparire dal conteggio. Da quel momento, eventuali miglioramenti o peggioramenti del suo reddito non modificano più la misura della povertà. “Una soglia così bassa ha finito per assolvere i paesi ricchi dalle loro responsabilità. Esclude persone che sono legittimamente povere. E il modo in cui mette più enfasi sui più poveri è semplicemente assegnando peso matematicamente nullo a tutti gli altri”, ha sintetizzato nell’intervista a VoxDev. Insieme all’economista Martina Viarengo, del Graduate institute di Ginevra, Pritchett ha pubblicato uno studio che propone di affiancare alla soglia della povertà estrema una soglia superiore della povertà globale. Per calcolarla si sono chiesti a quale livello di reddito una famiglia abbia un’alta probabilità di avere elettricità, acqua potabile, servizi igienici adeguati, nessun bambino malnutrito, nessuna morte infantile e tutti i figli che completano almeno la scuola primaria. Hanno poi verificato il risultato con altri tre metodi indipendenti, che vanno dalla quota di reddito spesa per il cibo fino alle funzioni di benessere usate dagli economisti. Tutti arrivano intorno alla stessa cifra: 21,5 dollari al giorno, circa dieci volte la vecchia soglia della povertà estrema (quella di 2,15 dollari relativa ai prezzi del 2017, usata nello studio). Con una linea così alta la mappa mondiale della povertà cambierebbe completamente aspetto: in Pakistan risulterebbe povera quasi tutta la popolazione, in Danimarca, invece, circa il 2-3 per cento. Non perché i pakistani vivano tutti nella miseria estrema, precisano gli autori, ma perché quasi nessuno ha ancora raggiunto un livello di benessere materiale che possa essere considerato sicuro su scala globale. Una soglia non basta Secondo Max Roser, fondatore del sito Our world in data, chi chiede di alzare la soglia della povertà “ha ragione” nel ricordare che la povertà non finisce a 3 dollari al giorno. Ma aggiunge che sarebbe un errore abbandonare una linea così bassa, perché è quella che permette di vedere il progresso contro la miseria estrema. “Una sola soglia non basta”, spiega, “per capire come cambia il mondo dobbiamo guardare contemporaneamente a linee di povertà più basse e più alte”. I grafici di Our world in data usano infatti più soglie di povertà contemporaneamente, proprio per raccontare la complessità del fenomeno. In questo grafico ogni linea rappresenta la quota di popolazione mondiale che vive al di sotto di una determinata soglia di reddito. Le linee più in basso raccontano una storia che conosciamo: dal 1990 la povertà estrema è crollata, passando da più del 40 a circa il 10 per cento della popolazione mondiale. Ma basta alzare la soglia perché il racconto cambi. Se guardiamo quante persone vivono con meno di 10 dollari al giorno, scopriamo che siamo ancora intorno alla metà dell’umanità. Con una soglia di 20 dollari, più del 70 per cento della popolazione mondiale rientra ancora tra i poveri. E se scegliamo 30 dollari al giorno, un valore vicino alla soglia di povertà usata negli Stati Uniti, il cambiamento appare molto più lento: nel 1990 viveva sotto quella linea l’88 per cento dell’umanità, oggi circa l’80 per cento. Our world in data Anche “passeggiando” lungo la Dollar street della fondazione svedese Gapminder diventa più chiaro perché una sola soglia non basta: ideata da Anna Rosling Rönnlund, è una rappresentazione che aiuta a immaginare il mondo come un’unica strada lungo la quale le famiglie sono ordinate in base a quanto consumano ogni giorno. Un gruppo di fotografi ha documentato finora 469 famiglie in 67 paesi: entrando nelle loro case si scopre che il cambiamento non avviene mai tutto insieme perché spesso il tetto migliora prima del bagno, il frigorifero arriva prima della lavatrice, il pavimento piastrellato prima dell’acqua corrente. Questo tipo di rappresentazione fa comprendere che la soglia può essere molto precaria: non esiste un limite preciso oltre il quale una famiglia smette improvvisamente di essere povera, le case cambiano gradualmente, oggetto dopo oggetto. Gapminder E in Italia? In Italia l’Istat misura la povertà in due modi: con la povertà relativa confronta le famiglie con il resto del paese, mentre la povertà assoluta funziona come la soglia della Banca mondiale. Guardando la povertà relativa, una famiglia di due persone è povera se spende, per i consumi, meno della spesa media a testa degli italiani. È una misura che cambia in base alle condizioni nazionali, perché se tutti diventano più ricchi, la linea sale. Per misurare la povertà assoluta invece l’Istat calcola il costo di “un paniere” di beni e servizi essenziali, quelli che servono per evitare gravi forme di esclusione sociale, e considera povera la famiglia che spende meno di quella cifra. La soglia cambia in base all’età e al numero dei componenti, alla regione e alla dimensione del comune: vivere a Milano costa più che in un piccolo paese del Molise, e il paniere ne tiene conto. Le soglie sono decine di migliaia, una per ogni tipo di famiglia in ogni contesto. Questo articolo è tratto dalla newsletter Numeri. Iscriviti a Numeri Dati e grafici che raccontano l’attualità, analizzati da Donata Columbro. Ogni due settimane, il lunedì. Vedi tutte le newsletter Iscriviti a Numeri Dati e grafici che raccontano l’attualità, analizzati da Donata Columbro. Ogni due settimane, il lunedì. Vedi tutte le newsletter

