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Spin Time, l’antifascismo commensale della Roma «open to the future»
ApprofondimentiRoma, 7 ago – A prima vista sembrano esistere due Roberto Gualtieri. C’è il sindaco che vola a Cannes per presentare Roma agli investitori internazionali, rivendica la crescita del mercato immobiliare, promette procedure più snelle e vuole recuperare decine di chilometri quadrati di città attraverso capitali pubblici e privati. Poi c’è il Gualtieri che tratta con un fondo immobiliare per acquistare Spin Time, lo stabile occupato dal 2013 dai movimenti per la casa, affinché l’esperienza sociale cresciuta dentro quelle mura non venga dispersa. La tentazione sarebbe parlare di contraddizione ma probabilmente sarebbe una lettura troppo semplice.
Perché Spin Time non rappresenta l’opposto della città che Gualtieri sta costruendo. Potrebbe rappresentarne, piuttosto, il complemento sociale: l’eccezione finanziata e protetta dal pubblico dentro una metropoli che contemporaneamente apre le porte alla trasformazione immobiliare privata. Ed è proprio questa relazione a mettere in difficoltà la sinistra antagonista romana. Perché denuncia la gentrificazione, combatte i fondi, protesta contro gli studentati privati e accusa il Campidoglio di seguire il «modello Milano». Ma quando deve garantire la sopravvivenza materiale dei propri spazi torna inevitabilmente verso quello stesso Campidoglio.
Gualtieri mette Roma in vetrina
Il modello urbano rivendicato dell’amministrazione di Gualtieri non è un’invenzione dei suoi avversari. Nel marzo 2025 Roma Capitale si presenta al MIPIM, la grande fiera internazionale del real estate di Cannes, con il marchio «Roma, open to the future». Il Comune parla di investimenti pubblici, Pnrr e Giubileo insieme a «progetti privati o pubblico-privati di rigenerazione urbana». Gualtieri rivendica un rapporto di «trasparenza» ed «efficienza» con gli investitori; l’assessore all’Urbanistica Maurizio Veloccia spiega che semplificazione amministrativa e nuove regole devono contribuire a rendere Roma «appetibile per gli investitori». Nel 2026 il linguaggio diventa ancora più esplicito. Sul sito istituzionale Roma Capitale presenta una città che vuole creare «un ambiente favorevole agli investimenti» e collegare «l’energia della trasformazione urbana con le ambizioni del capitale privato». Gualtieri, sempre da Cannes, dichiara di voler «attrarre sempre più investimenti».
Non c’è nulla di clandestino, ovviamente, né qualcosa di ontologicamente sbagliato. È una precisa concezione della città, quella neoliberale: uscire dall’immobilismo, recuperare i grandi vuoti urbani, far entrare capitale privato e sottoporlo – almeno nelle intenzioni – a una regia pubblica. Gualtieri lo ha ribadito anche davanti alle contestazioni: a Roma esistono, secondo il sindaco, 172 chilometri quadrati di aree di bassa qualità urbana che devono essere trasformate. I grandi interventi privati, ha spiegato, «ci sono e ci saranno sempre»: il compito dell’amministrazione è regolarli e pretendere una componente pubblica di qualità. È una posizione perfettamente coerente con la sinistra progressista, ma molto meno “antagonista” di quanto una certa sinistra romana vorrebbe.
La rivolta contro il «modello Milano»
A denunciarlo, infatti, non è soltanto l’opposizione di destra. Nel luglio scorso un fronte tutt’altro che marginale della società civile progressista ha chiesto a Gualtieri un «cambio di rotta nelle politiche urbanistiche e nel modello di sviluppo della Capitale». Tra i promotori figurano il presidente di Nonna Roma Alberto Campailla, gli urbanisti Filippo Celata e Carlo Cellamare, Sarah Gainsforth, esponenti dell’Unione Inquilini e del Sunia-Cgil, amministratori di Sinistra Italiana ed Europa Verde e altre personalità provenienti da quel mondo civico che aveva sostenuto l’attuale amministrazione. L’accusa è precisamente quella che Gualtieri non potrebbe rivolgere a se stesso: Roma starebbe diventando una città progettata per «attrarre capitali, turisti e investitori» invece che per chi la abita. I firmatari citano gli ex Mercati Generali, gli studentati privati, gli alberghi di lusso, gli immobili acquistati dai grandi fondi e il rischio che la crescita dei valori immobiliari finisca per espellere i residenti storici. Parlano esplicitamente di «sostituzione sociale» e indicano Milano come precedente da non replicare.
Lo scontro sugli ex Mercati Generali è quindi emblematico: a luglio il Comitato per la tutela dell’area ha occupato simbolicamente l’aula del Municipio VIII accusando la giunta di consegnare un grande spazio pubblico a un’operazione immobiliare privata. Le contestazioni sui volumi e sull’impatto del progetto appartengono al Comitato e non vanno confuse con dati neutrali, ma il conflitto politico esiste ed è ormai aperto. Eppure, come spesso accade a sinistra, la rottura resta incompiuta. Il 23 luglio, quando l’Assemblea capitolina ha approvato le nuove Norme tecniche di attuazione del Piano regolatore, Avs ha votato a favore insieme alla maggioranza, nonostante esponenti dello stesso mondo politico avessero aderito poche settimane prima alla mobilitazione contro il modello urbanistico di Gualtieri. È già qui che possiamo capire come la contraddizione sia in realtà dipendenza.
Poi arriva Spin Time
Perché la domanda «per chi è Roma?» cambia improvvisamente significato quando a essere coinvolto non è un fondo che vuole costruire uno studentato, ma uno spazio simbolico della sinistra sociale. Spin Time nasce nel 2013 con l’occupazione da parte di Action di un ex edificio Inpdap di circa 21mila metri quadrati. Oggi ospita centinaia di persone e una costellazione di servizi, associazioni e attività economiche e culturali; la stessa organizzazione si presenta come esempio di autorecupero e rigenerazione urbana. Ma per quanto si siano impegnati, era e resta un immobile privato occupato. E questa distinzione ha già prodotto conseguenze economiche enormi: nel febbraio scorso il Tribunale civile di Roma ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire oltre 21 milioni di euro a Investire Sgr, gestore del Fondo Immobili Pubblici, per la mancata esecuzione dello sgombero. Dopo l’incendio del 29 luglio e l’evacuazione, il Campidoglio ha cercato una soluzione che consentisse di salvaguardare l’esperienza. La trattativa sull’accordo ponte non è andata a buon fine, ma l’ipotesi dell’acquisizione pubblica resta il nodo politico della vicenda.
E qui la domanda diventa inevitabile: che cosa accadrebbe dopo l’acquisto? Dire oggi che Gualtieri voglia «regalare Spin Time agli occupanti» sarebbe inesatto, ma non andrebbe molto lontano dal risultato prefissato. Perchè se non esiste un atto che trasferisca loro la proprietà, esiste qualcosa di più interessante di un’illazione: un precedente.
Porto Fluviale, dall’occupazione all’istituzione
Si chiama Porto Fluviale RecHouse. L’ex caserma di via del Porto Fluviale era occupata dal 2003. Roma Capitale l’ha acquisita gratuitamente dal Demanio attraverso il federalismo culturale, ha censito 54 nuclei familiari e ha costruito un progetto finanziato attraverso PINQuA e Pnrr. Il Comune descrive senza ambiguità l’obiettivo dell’operazione: «mantenere la comunità» già esistente. Per i 54 alloggi ERP è stato predisposto un bando speciale riservato ai residenti dello stabile, nel rispetto dei normali requisiti dell’edilizia pubblica ma con una «specifica priorità ai nuclei già insediati». Gli spazi comuni devono inoltre conservare e sviluppare alcune delle attività sociali presenti durante l’occupazione. Non è stato “regalato un appartamento” a chiunque avesse occupato. Sarebbe scorretto sostenerlo. Ma è altrettanto scorretto fingere che non sia accaduto nulla: una comunità nata attraverso un’occupazione è stata riconosciuta, incorporata nella politica pubblica e dotata di un percorso specifico per restare nel luogo occupato.
Ed è Roma Capitale stessa a collegare quel precedente a Spin Time. Nel Piano strategico per il diritto all’abitare, approvato nel 2023, il Comune afferma di voler utilizzare il recupero degli immobili per consentire il «passaggio da una situazione di illegalità a una di legalità e sviluppo» e annuncia gli studi di fattibilità proprio su Spin Time e sul Maam come «modello di sperimentazione delle nuove politiche abitative». La direzione stabilita, quindi, non non ce la stiamo inventando noi, né gli avversari a prescindere delle occupazioni. È scritta nero su bianco nei documenti del Campidoglio.
L’antifascismo mantenuto dallo Stato
Ed è qui che il caso Spin Time racconta qualcosa di più grande di Spin Time. La sinistra romana vorrebbe presentarsi come antagonista della città neoliberale: contro la rendita, contro i fondi, contro la turistificazione, contro gli studentati privati, contro la trasformazione dei quartieri in asset finanziari. Molte delle sue critiche possono anche cogliere problemi reali. La turistificazione del centro, la pressione degli affitti, la trasformazione immobiliare e l’espulsione delle fasce meno abbienti sono questioni che esistono indipendentemente dalla propaganda politica. Ma Spin Time mostra il limite materiale di quell’antagonismo: l’antagonismo ha bisogno dell’amministratore. Ha bisogno che il Comune riconosca l’esperienza, trovi i finanziamenti, acquisti o acquisisca l’immobile, realizzi i lavori, costruisca procedure speciali, garantisca la continuità delle comunità e trasformi l’occupazione in una qualche forma di istituzione. Porto Fluviale rappresenta esattamente questo: il conflitto sociale che entra nell’apparato pubblico e ne viene stabilizzato.
Ma c’è un secondo passaggio, forse ancora più importante. Perché la gentrificazione, tanto avversata dai compagni, non consiste soltanto nell’aumento dei valori immobiliari o nell’arrivo di residenti più ricchi. La città contemporanea vende anche la propria autenticità. E per poterla vendere deve prima possederla. È un meccanismo che la sociologa americana Sharon Zukin ha analizzato già in Loft Living e poi, soprattutto, in Naked City. The Death and Life of Authentic Urban Places. Studiando quartieri come SoHo, Williamsburg, Harlem e l’East Village, Zukin mostra come edifici industriali, artisti, piccole attività, vecchi residenti, diversità etnica e culture alternative producano quella sensazione di luogo «autentico» che rende un quartiere diverso dall’anonimia suburbana. Ma proprio questa autenticità diventa progressivamente una risorsa economica: attira nuovi abitanti, consumatori, turismo e investimenti, accrescendo il valore di ciò che inizialmente viveva ai margini del mercato.
Il paradosso dell’”autenticità”
Il paradosso più evidente è lancinante: chi “produce l’autenticità” può essere successivamente espulso dall’aumento del valore che ha contribuito, involontariamente, a generare. La domanda di esperienza urbana autentica può trasformare la diversità e la specificità di un luogo in merci, fino a mettere fuori mercato proprio immigrati, lavoratori, artisti e vecchi residenti che gli avevano conferito quel carattere. Naturalmente sarebbe semplicistico sostenere che «i centri sociali producono la gentrificazione». Si può e si deve ambire a fare cultura, socialità e conflitto politico nelle città, e contestualmente non volere che la propria attività aumenti il valore immobiliare.
Il punto è un altro. Gli spazi antagonisti, soprattutto quelli antifascisti, possono produrre una parte di quel capitale simbolico che rende una zona appetibile. Un centro sociale, un’occupazione, un laboratorio artistico, una sala concerti, i murales, le associazioni, perfino il conflitto politico possono costruire negli anni il quartiere apolide, turistico e progressista. Creano l’ambiente adatto agli studenti fuori sede, i lavoratori della cultura, del cinema e dell’intrattenimento. E non è necessario che lo facciano volontariamente al servizio del mercato. Ma ciò non impedisce al mercato di appropriarsi successivamente del valore culturale prodotto, o piuttosto della percezione di quel valore.
La quota antagonista da mantenere
Ed è precisamente qui che Spin Time permette di rovesciare la rappresentazione tradizionale del rapporto tra centro sociale e città gentrificata. La metropoli del capitale non ha necessariamente bisogno di cancellare tutto ciò che la contesta. Può incorporarlo e conservarlo. Può trasformare un’esperienza illegale in progetto sociale riconosciuto, finanziato, regolamentato e infine integrato nel paesaggio urbano. E allora la Roma di Cannes e la Roma dei centri sociali appaiono molto meno incompatibili di quanto entrambe raccontino. Da una parte il sindaco progressista presenta la Capitale agli investitori internazionali, promette trasformazioni, semplificazione, grandi opportunità immobiliari e una città competitiva. Dall’altra può garantire, attraverso il patrimonio e la spesa pubblica, la sopravvivenza di alcune enclave ideologiche che assicurano alla stessa metropoli quella quota di alterità, conflitto e autenticità che una città completamente sterilizzata dal mercato perderebbe.
Il privato produce valore immobiliare, l’antifascismo produce anche valore simbolico, il pubblico rende compatibili entrambi. Spin Time potrà essere acquistato oppure no, e allo stato attuale nessuno può anticipare l’esito della trattativa. Ma se l’immobile verrà acquisito e il modello sperimentato a Porto Fluviale troverà qui una nuova applicazione, avremo davanti qualcosa di molto diverso dalla vecchia immagine romantica del centro sociale che conquista uno spazio contro il potere. Avremo il potere pubblico che acquisisce e istituzionalizza lo spazio affinché quella comunità possa continuare a esistere dentro la città trasformata, mentre le fasce popolari vengono espulse. Più che un’alternativa alla Roma di Gualtieri, insomma, lo Spin Time rischia di esserne il prodotto più paradossale: la quota di antagonismo che la città gentrificata può permettersi di mantenere a proprie spese.
Sergio Filacchioni
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