Opec aumenterà produzione greggio, 'Tornerà ai livelli pre-guerra Usa-Iran'
Economia
GUERRA USA-IRAN | “Arsenali, petrolio e midterm: questi tre nodi decideranno l’escalation”
Medio OrienteGli americani preparano una nuova guerra, sostenuta da Israele. E le monarchie del Golfo vogliono ridimensionare l’Iran. Tensione Houthi-sauditi I preparativi per la guerra sono in corso. Gli americani stanno facendo affluire i rifornimenti militari e gli israeliani sono pronti a sostenere, eventualmente, una nuova azione militare in Iran. Una situazione di cui sono consapevoli anche gli iraniani, che, con il capo dei Pasdaran, fanno sapere di non avere paura e di voler dare una lezione agli USA. Vista l’incertezza della situazione e il pericolo che Teheran accresca la sua influenza sull’area, anche i Paesi del Golfo sono preoccupati e non vogliono lasciare spazio a Teheran. DIARIO ARGENTINA | Dalla storia al petrolio, cosa c'è dietro la "richiesta" delle Malvinas I rischi per l’economia mondiale e per entrambi i contendenti sono molto alti, osserva Sherif El Sebaie, opinionista egiziano esperto di Medio Oriente, ma la realtà dei fatti indica ora questo come scenario. Anzi, c’è la possibilità di un allargamento del conflitto, visto lo “scambio di cortesie” fra Arabia Saudita e Houthi, le formazioni yemenite filoiraniane: da una parte l’attacco a un aeroporto, dall’altra la minaccia di un blocco marittimo nei confronti dei sauditi. DIARIO USA | Senza l'antirusso e pragmatico Graham, Trump ancora più nei guai dopo midterm Il presidente iraniano Pezeshkian dice che il suo Paese è impegnato in una guerra su vasta scala con gli Stati Uniti, ma i mediatori avrebbero proposto dieci giorni di tregua per riprendere il negoziato. Tutto questo mentre gli americani, come dichiara il presidente del Parlamento Ghalibaf, stanno facendo confluire in Medio Oriente nuove attrezzature militari. Si va verso un’altra guerra totale? Le ultime notizie fanno pensare ai preparativi per una nuova campagna di bombardamenti da parte americana, molto probabilmente in collaborazione con Israele. E ci sono anche segnali di allargamento del conflitto: a questo fanno pensare gli attacchi dell’Arabia Saudita contro un aeroporto nello Yemen, dopo una tregua che coinvolgeva gli Houthi, proxy dell’Iran, gli stessi sauditi e gli Emirati Arabi Uniti. In generale, anche nei media dei Paesi del Golfo i toni nei confronti dell’Iran si stanno alzando parecchio. CAOS GOLFO | Iran e Houthi allungano su Trump lo spettro di Jimmy Carter Anche il Golfo potrebbe chiedere di tornare a colpire l’Iran? Credo che fin dall’inizio ci fosse il tacito assenso di questi Paesi, che sono stati oggetto di ritorsioni forse più ancora di Israele. Adesso credo che siano assolutamente intenzionati a mettere l’Iran nelle condizioni di non nuocere e non abbiano nessuna intenzione di concedere a Teheran di acquisire più potere, sia economico sia militare, tantomeno di entrare in possesso della bomba atomica. Sul fronte Israele-USA ci sono segnali contraddittori: Trump e Netanyahu hanno annullato il loro incontro e il vicepresidente Vance incolperebbe proprio Israele di aver boicottato i negoziati con gli iraniani. Trump ha ripreso la strada della guerra perché convinto, per l’ennesima volta, dal premier israeliano? Credo che la colpa sia stata dell’atteggiamento poco conciliante dell’Iran. Teheran pensa che, tenendo sotto pressione il commercio internazionale a ridosso delle elezioni di midterm, abbia leve molto più efficaci per ottenere risultati nell’ambito di una trattativa con gli USA. A Trump questo non va bene ed è il principale motivo per cui i negoziati sono sostanzialmente falliti. A questo si aggiunge la volontà di applicare un pedaggio alle navi che passano per Hormuz e di gestire lo stretto non come se fosse un corridoio marittimo internazionale, ma come acque territoriali iraniane. Certamente, comunque, Israele ha fatto tutto quanto è in suo potere per sfruttare questa occasione e tornare ad attaccare l’Iran. Non ritiene che il lavoro sia concluso e si accontenterà solo con il crollo del regime o dell’Iran come Paese. Anche da Teheran arrivano notizie contraddittorie. Si dice che l’intesa non ci sia più e partono minacce come quella del capo dei Pasdaran Ahmad Vahidi, secondo il quale agli Stati Uniti verrà data una dura lezione. Ma intanto i contatti tra le parti continuerebbero sotto traccia. Il memorandum vale ancora qualcosa o bisogna ripartire da capo? Il problema di questo memorandum era, sin dall’inizio, che fosse molto ambiguo e lasciasse le porte aperte a tante interpretazioni. Il fatto che Iran e USA se le stiano suonando di santa ragione è il segnale che non ha nessun valore: è come se non ci fosse. Quindi, semmai, si dovrà parlare di un nuovo accordo, qualcosa di più chiaro, più preciso, più vincolante. Se si torna alla guerra, cosa rischiano gli americani e cosa gli iraniani? Gli americani rischiano che l’economia mondiale vada a rotoli, che il prezzo del petrolio salga alle stelle e che anche negli USA crescano il prezzo della benzina alla pompa e l’inflazione, in un momento in cui Trump non è proprio al massimo della popolarità. I democratici potrebbero riprendere in mano la situazione e muovere accuse, per i prossimi due anni, a Trump e alla sua amministrazione. L’Iran rischia una campagna di bombardamenti massiccia e probabilmente molto più potente, ancora più danni alle sue infrastrutture, mentre l’economia è ai minimi termini. Tutto ciò, paradossalmente, potrebbe portare anche al crollo del regime. Si rischia una guerra prolungata in cui nessuno dei due prevale? La guerra prolungata dipenderà dalla possibilità di rifornirsi di armamenti, un problema che, in realtà, hanno incontrato entrambi i contendenti. Gli Stati Uniti hanno dovuto spostare munizioni e armi da altri fronti e l’Iran dovrà dipendere da forniture di altri Paesi, come la Russia o la Cina, sottobanco. Finché tutt’e due avranno i magazzini pieni, probabilmente andranno avanti. C’è un pericolo di destabilizzazione anche di altri Paesi del Medio Oriente? La Giordania, per esempio, è diventata il centro di comando degli americani e ha una popolazione prevalentemente palestinese: può rischiare qualcosa? La Giordania, in realtà, è un piccolo Paese che riesce a sostenersi con gli aiuti, soprattutto dei Paesi del Golfo. Non credo che possa essere danneggiata più di tanto da questa situazione. Per alcuni Paesi dell’area, però, il peggioramento dell’economia potrebbe essere molto pericoloso e altri rischiano, a lungo termine, di vedere vanificato l’investimento multimiliardario fatto sulla propria immagine per sostenere un nascente settore turistico. Ora potrebbero volerci anni per recuperare questi investimenti. Se dovessimo scommettere sulla guerra o sulla pace, quale sarebbe lo scenario più probabile in questo momento? Scommetterei sulla guerra, visti anche i preparativi, gli aerei che portano rifornimenti, questa specie di build-up che è in corso e vista anche la natura di Trump. Tenendo conto, poi, che c’è sempre Netanyahu che soffia sul fuoco. Per questo scommetterei su un nuovo intervento militare, forse anche molto più intenso di prima. (Paolo Rossetti) — — — — Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente. SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI
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