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Omicidio di corso Italia, Rametta torna in carcere: “Ha investito deliberatamente Corrieri”
/ilsecoloxix/genovaGenova – Torna in carcere, dopo aver trascorso dieci giorni agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico, Vincenzo Rametta, il trentenne arrestato per l’omicidio di Edoardo Corrieri, 29 anni, investito alle 4.30 di sabato 13 giugno in corso Italia. Travolto dopo una lite, Corrieri era stato trasferito in condizioni gravissime all’ospedale San Martino. Ed era poi deceduto nel reparto di rianimazione.
Omicidio di corso Italia, ecco perché Rametta è tornato in carcere
Rametta era stato arrestato e accompagnato in carcere a Marassi subito dopo l’investimento, quando si era costituito all’equipaggio di una volante della questura. In quel momento l’accusa nei suoi confronti era di tentato omicidio. E per questa contestazione, mossa dal pm Andrea Ranalli, che coordina le indagini della squadra mobile, il giudice per le indagini preliminari aveva disposto i domiciliari. Stabilendo che, sino a quando non si fosse reso disponibile un braccialetto elettronico, Rametta sarebbe rimasto in cella. Appena il dispositivo è stato disponibile – il 22 giugno - l’uomo era finito ai domiciliari.
La Procura però dopo la morte di Corrieri aveva chiesto un aggravamento della misura cautelare, caldeggiando il ritorno in cella dell’indagato. Oggi la giudice per le indagini preliminari Maria Antonia Di Lazzaro ha concesso la misura, facendo tornare in carcere Rametta.
«Si può ritenere - scrive la gip - che Rametta abbia deliberatamente investito, a velocità elevatissima, un giovane coetaneo, in quel momento privo di difesa, pur avendo la concreta possibilità di evitarlo. Una volta salito sulla vettura, infatti, Rametta era ormai al sicuro e si trovava, per così dire, in una posizione di vantaggio rispetto alla vittima, non vi era più alcun pericolo per la propria incolumità personale, non è mai stato attinto da alcuno spray e la sua visibilità non era compromessa: era sì inseguito, ma da un pedone. Egli aveva il timore di essere fotografato e quindi identificato ed è proprio questa evidente sproporzione tra il movente e la deliberata e risoluta violenza dell'azione a costituire un indice allarmante della pericolosità dell'indagato e del rischio di reiterazione di gravi reati violenti contro la persona».
E la giudice aggiunge: «Aggressività allarmante anche perché esplosiva, ossia sprigionata senza alcun freno inibitorio e senza preavviso. In un primo momento, in sede di arresto e di giudizio di convalida, la fuga concitata di Rametta richiedeva ulteriori approfondimenti investigativi, essendo lecito domandarsi per quale motivo stesse scappando in quel modo e se fosse stato aggredito o minacciato. Ma le investigazioni successive consentono di escludere in modo univoco tale possibilità e al contrario hanno confermato l'evidente sproporzione tra il gesto compiuto e la lite pregressa e al contempo hanno fatto emergere - anche in quelle fasi - un contegno aggressivo e prevaricatore di Rametta, che si rivolgeva a due ragazze sconosciute insultandole».
Infine: «Il movente del gesto (l’investimento, ndr) va individuato nella paura di essere filmato e quindi identificato quale autore dell'aggressione a una ragazza, mentre lo stato di agitazione in cui versava non gli ha affatto impedito di vedere distintamente il Corrieri che non era per nulla al centro della carreggiata, ma sugli stalli di sosta posti a lato del marciapiede. L'indagato aveva la piena visibilità del pedone e lo ha colpito non già per un mero errore, ma per una precisa volontà».
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