Oltre Fedorov: ora le proteste in Ucraina entrano in una nuova fase
Post8 min lettura Il tuo browser non supporta l’audio. Dopo due settimane di raduni quotidiani contro la rimozione di Mychajlo Fedorov dal ministero della Difesa, in Ucraina le proteste sembrano arrivate a un punto di svolta: i manifestanti non chiedono più soltanto il ritorno dell’ex ministro, ma provano ad aprire una trattativa con il presidente Volodymyr Zelens’kyj. È il segnale più evidente che la crisi politica per il rimpasto di governo sta entrando in una nuova fase. Per venerdì 31 luglio alle 19, la capitale ha infatti annunciato una marcia unica che dal monumento al poeta nazionale Taras Ševčenko, nell’omonimo parco, arriverà fino a piazza Ivan Franko, sotto l’ufficio presidenziale; l’invito è esteso a tutte le altre città ucraine – sicurezza permettendo. Il veterano Dmytro Kozjatyns’kyj – ex medico di combattimento del battaglione “Da Vinci Wolves” e tra gli organizzatori delle proteste – sostiene infatti che l’obiettivo non sia più quello di ottenere un reintegro immediato di Fedorov, bensì di verificarne l’operato come ministro per un anno. Una proposta che segnala il tentativo di aprire un canale di dialogo con la presidenza: “Sono convinto che ascoltare il proprio popolo sia un segno di forza, e spero che il presidente finisca per darci ascolto”, ha dichiarato Kozjatyns’kyj. Nella storia di governo di Zelens’kyj non è la prima volta che figure di fiducia vengono blindate in posizioni chiave nonostante polemiche di ogni tipo, corruzione inclusa – come si era già visto un anno fa con lo smantellamento dell’indipendenza di NABU e SAP. Il recente rimpasto, però, ha spinto il capo di Stato oltre: dopo Fedorov, ha destituito anche il comandante in capo Oleksandr Syrs’kyj, sostituendolo con Mychajlo Drapatyj, e ha affidato la Difesa ad interim a Jevhen Chmara, ex capo dei servizi di sicurezza ucraini (SBU). Fedorov, dal canto suo, resta fuori dai giochi dopo aver rifiutato tutte le cariche alternative offerte dal presidente, spiegando in una dichiarazione pubblica che nessun altro incarico offre l’autorità necessaria per combattere la corruzione negli appalti, completare la trasformazione delle forze armate e superare la cultura della menzogna nell’apparato militare. L’ex ministro inoltre ha smentito pubblicamente di aver posto un ultimatum: ha detto di essere uscito dal governo insieme al resto dell’esecutivo, per poi vedersi offrire – una volta scoppiate le proteste – una serie di incarichi che ha definito puramente “decorativi”. Nonostante questo, però, il dialogo con Zelens’kyj non si è affatto interrotto. Chi controlla le riforme della Difesa? Il punto di rottura non sembra essere mai stato il ruolo dei militari nelle decisioni, ma il margine di discrezionalità nella scelta dei fornitori – un dettaglio che la narrazione ufficiale, incentrata su un conflitto personale tra l’ex ministro e l’ex comandante Sirs’kyj, rischia di far passare in secondo piano. Infatti, in un’intervista a Ukrainska Pravda (la prima rilasciata dopo l’uscita dal governo) Fedorov stesso ha attribuito la propria rimozione ai cambiamenti che aveva introdotto nei processi interni del ministero, che gli avrebbero progressivamente inimicato ambienti diversi. La pressione, racconta, si è fatta più intensa a metà aprile, quando hanno iniziato a circolare narrazioni ostili sui suoi confronti, sia presso il presidente sia sui media. Le dimissioni del governo, di cui ha avuto notizia appena mezz’ora prima della riunione di fazione, sarebbero state solo un pretesto. In gioco, più che i singoli contratti, è il sistema attraverso cui l’Ucraina decide come innovare, acquistare e distribuire le nuove tecnologie militari. Ed è proprio il controllo su quel sistema che, secondo alcune fonti vicine a Ukrainska Pravda, avrebbe dato all’ex ministro un’autonomia politica ormai scomoda per Zelens’kyj. Prima delle riforme di Fedorov, quando le forze armate dovevano acquistare droni o altre tecnologie, erano spesso i militari stessi a indicare non solo le caratteristiche tecniche richieste, ma anche il fornitore specifico da cui comprare – un sistema che lasciava ampio margine per favorire aziende legate a rapporti consolidati, o a singoli generali. Secondo la ricostruzione del giornalista investigativo Jurij Nikolov, le riforme hanno vietato allo Stato Maggiore di indicare direttamente modelli e fornitori: ai militari resta la definizione dei requisiti tecnico-operativi, mentre la selezione dei sistemi da acquistare viene orientata dai dati raccolti sul campo attraverso piattaforme come DELTA (il sistema di consapevolezza situazionale delle forze armate), DOT-Chain Defence (il marketplace digitale che permette alle brigate di ordinare direttamente l’equipaggiamento) e Brave1 Market, dove le unità possono spendere gli ePoints guadagnati per risultati verificati in combattimento. Non si tratta, quindi, di un’esclusione totale dei militari dal processo – restano presenti, ad esempio, nel Consiglio di Supervisione di Brave1, insieme al ministero della Difesa e allo Stato Maggiore – ma di una riduzione del loro potere di scegliere, in modo informale, chi si aggiudica i contratti. Vale però la pena di segnalare un limite di questa narrazione, sollevato da un’inchiesta di Euromaidan Press: lo stesso Fedorov ha ammesso che solo un quinto degli acquisti di droni passa realmente da gara competitiva, mentre il resto continua ad andare ai produttori con il punteggio più alto nel sistema di rating – un meccanismo più trasparente di quello precedente, ma non equivalente a un mercato realmente aperto, e comunque protetto dal fatto che il 90% degli appalti della Difesa resta secretato. Un ulteriore dettaglio impedisce di leggere la vicenda anche come uno scontro tra Fedorov e un blocco militare compatto: il 16 luglio, prima ancora di essere indicato come possibile successore di Syrs’kyj, Drapatyj aveva pubblicamente sostenuto l’operato dell’ex ministro. Lo stesso Drapatyj, del resto, era stato più volte richiamato sotto la vecchia gerarchia per i suoi risultati sul campo – un sistema che, secondo Fedorov, penalizzava chi rompeva gli equilibri interni invece di premiarne l’efficacia. Se il conflitto fosse stato davvero tra autorità politica e forze armate, sarebbe difficile spiegare perché proprio l’uomo scelto come nuovo comandante in capo ne abbia difeso pubblicamente l’operato. Fedorov legge il cambio al vertice delle forze armate come una vittoria della società civile, descrivendo Drapatyj come una persona capace di diventare un leader autentico. Resta da vedere se la sua presenza garantirà continuità alle riforme avviate da Fedorov, oppure se la nomina di Chmara segnerà un ritorno a un modello di gestione più prudente. È su questo terreno – chi scrive le regole del sistema, non solo chi le applica – che si misurerà la reale eredità politica dell’ex ministro. Dal fronte orientale, Mosca osserva Alla crisi si aggiunge una dimensione che guarda oltre i confini ucraini. L’ex ministro degli Esteri Pavlo Klimkin sostiene, in un’intervista a LIGA.net, che il Cremlino non si limita a osservare i cambiamenti ai vertici ucraini, ma li stia analizzando per preparare una campagna di influenza psicologica sull’opinione pubblica ucraina. Citando lo stesso Putin che, in un discorso alla Marina russa, ha paragonato l’Ucraina a “ragni in un barattolo” che “si dividono i soldi e si eliminano a vicenda”, Klimkin ritiene che Mosca stia piegando la vicenda a una narrazione utile al pubblico interno russo. Ufficialmente, però, il Cremlino minimizza: il portavoce Dmitrij Peskov ha detto che “in linea di massima non fa differenza chi sia il ministro della Difesa”, aggiungendo che per Mosca conta solo che a Kyiv qualcuno prenda la “decisione responsabile” che porti a un negoziato. Sotto questa facciata ufficiale, i canali Telegram filo-Cremlino hanno festeggiato apertamente la notizia, descrivendo Fedorov come “un nemico troppo intelligente ed efficace” e la sua uscita di scena come un regalo per le truppe russe, viste le sue politiche sul blocco di Starlink e sull’uso massiccio di droni. Diversi commentatori hanno anche riletto l’episodio come una mossa preventiva di Zelens’kyj per liberarsi di un rivale politico in ascesa, in un parallelo esplicito con l’allontanamento dl Generale Zalužnyj nel 2024. Un monitoraggio della società ucraina PoshukAI su quasi 7mila pubblicazioni conferma che i canali filorussi avevano già provato, nei giorni precedenti, a incolpare Fedorov per le violenze nei centri di reclutamento, narrazione che ha perso forza non appena sono esplose le proteste di piazza. È esattamente il tipo di attività a cui si riferisce Klimkin quando parla di “campagna cognitiva”: non un’unica voce coordinata, ma un insieme di narrazioni pronte a essere rilanciate a seconda di quale, tra tutte, attecchisce meglio sull’opinione pubblica ucraina. La preoccupazione di Bruxelles A differenza della lettura russa, le reazioni europee raccontano una preoccupazione di tutt’altra natura, legata alla tenuta istituzionale del governo ucraino e alla capacità del Paese di garantire interlocutori stabili e riforme durature. Il Commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha detto che l’annuncio delle dimissioni di Fedorov ha colto di sorpresa Bruxelles, arrivato poche ore dopo la firma di un nuovo accordo Ucraina-UE sulla produzione di droni. Secondo il Berliner Zeitung, l’Unione Europea rischia così di perdere il suo principale interlocutore sia per la strategia europea sui droni – finanziata con miliardi di euro – sia per i negoziati di adesione UE. Una preoccupazione confermata anche da fonti indipendenti: un funzionario europeo ha riferito al Kyiv Independent che, nei suoi ultimi giorni da ministro, Fedorov aveva presentato la documentazione per indirizzare miliardi di prestiti UE verso sistemi di difesa antimissile, pratiche rimaste in sospeso dopo la sua uscita. Il rimpasto ha inoltre lasciato ad interim, oltre alla Difesa, anche il ministero degli Esteri, affidato sempre ad Andrij Sybiha ma in maniera temporanea: un segnale di instabilità istituzionale che, secondo osservatori europei, complica ulteriormente la fase più delicata del negoziato di adesione. Nel frattempo, il fondatore di Palantir, Alex Karp, avrebbe addirittura offerto un lavoro a Fedorov, rifiutato dallo stesso. 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Nodi ancora aperti La transizione ai vertici militari si è intanto fatta più morbida di quanto i primi annunci lasciassero intendere: Zelens’kyj ha mantenuto sia Syrs’kyj sia il suo vice Andrij Hnatov come consiglieri di Drapatyj, mentre Ihor Skybjuk è stato confermato capo di Stato maggiore, e il presidente ha convocato per la prima volta un forum congiunto tra comandanti di corpo d’armata e produttori della Difesa (proprio il coordinamento che Fedorov chiedeva da ministro). Sul piano diplomatico, Kyiv e Raytheon avrebbero raggiunto un’intesa per coprodurre intercettori Patriot sul territorio ucraino, mentre Zelens’kyj ha incontrato il presidente Donald Trump alla Casa Bianca il 28 luglio, in quello che i funzionari ucraini hanno descritto come un clima cordiale ma con pochi risultati concreti per Kyiv. La priorità ucraina restava quella di ottenere nuove consegne di Patriot (Zelens’kyj ne avrebbe chiesto a Trump 300 prima dell’inverno per evitare il collasso delle infrastrutture energetiche sotto i bombardamenti russi), ma l’incontro non ha prodotto impegni concreti in tal senso. L’unico risultato tangibile riguarda la diplomazia più che le armi: la possibile prima visita a Kyiv degli inviati di Trump per Russia e Ucraina, Steve Witkoff e Jared Kushner, che finora avevano viaggiato ripetutamente a Mosca ma mai nella capitale ucraina – un’anomalia su cui aveva insistito pubblicamente anche l’influencer conservatrice Laura Loomer durante una visita in Ucraina nei giorni precedenti. Il viaggio, definito ancora incerto dagli stessi funzionari americani, si inserirebbe in un nuovo tentativo diplomatico verso un cessate il fuoco limitato al solo fronte aereo, sulla base della convinzione di Washington che sia Mosca sia Kyiv abbiano ormai ragioni proprie per accettarlo: l’Ucraina ha intensificato gli attacchi a lungo raggio alle infrastrutture militari russe, mentre la Russia ha aumentato i bombardamenti sulle città ucraine. Sul piano interno, lo stesso Zelens’kyj ha sostenuto che i compiti di Fedorov e Syrs’kyj fossero in realtà complementari, e che richiedessero un’unità d’intenti mai realmente raggiunta: la versione ufficiale di una crisi che, tra piazza, gestione della Difesa e pressioni internazionali, resta tutt’altro che chiusa.
