La guerra segreta di Big Food: come i giganti del cibo spazzatura tengono in ostaggio la nostra salute
InchiesteMentre le malattie legate alla cattiva alimentazione crescono a ritmi d'emergenza in tutto il mondo, le multinazionali del cibo hanno lanciato un'offensiva legale e di lobbying senza precedenti per bloccare, ritardare o svuotare di significato le leggi intese a scoraggiare il consumo di cibo spazzatura. L’inchiesta esclusiva de L’Espresso — realizzata insieme a Lighthouse Reports, The Guardian, Il Fatto Alimentare e altre sei testate internazionali — svela per la prima volta i numeri, i nomi e le strategie oscure di questa guerra giudiziaria globale. Tra il 2010 e il 2025, in soli sei Paesi campione, l’industria del cibo spazzatura e degli alimenti ultra-processati (Upf) ha intentato ben 239 cause legali per frenare le norme a tutela della salute pubblica. Il risultato? I legali e i funzionari dello Stato hanno dovuto trascorrere oltre 595 anni complessivi in tribunale solo per difendere normative di buon senso. In testa al cartello dei contenziosi svettano marchi come Coca-Cola, PepsiCo, Mondelez e Danone. Ma nell'elenco compare anche il simbolo del capitalismo familiare italiano, Ferrero, presente direttamente o indirettamente in diverse azioni volte a indebolire le legislazioni nutrizionali. L'obiettivo primario di questa pioggia di carte bollate non è sempre vincere in aula — l'industria ha infatti perso l'82% dei casi — ma guadagnare tempo. È la strategia del cosiddetto regulatory chill (il "raffreddamento regolatorio"): spaventare i governi prima ancora che scrivano le leggi, intimorirli con la minaccia di ricorsi, risarcimenti milionari o il blocco degli investimenti. Le tattiche cambiano a seconda del Paese: in Messico si è arrivati allo spionaggio con il software militare Pegasus ai danni di scienziati e attivisti; in India le multinazionali sommergono di diffide i giovani influencer che analizzano gli ingredienti dei prodotti sui social; in Colombia si usano ricorsi di incostituzionalità presentati da finti "privati cittadini", rivelatisi poi legati a studi legali al servizio delle corporazioni. E in Italia? Nel nostro Paese la partita sembra essere stata vinta dall'industria prima ancora di cominciare. Con il pretesto di tutelare la dieta mediterranea e il Made in Italy, la politica ha eretto una barriera ideologica bocciando l'etichettatura chiara del Nutri-Score a favore del complesso Nutrinform Battery. Il prezzo di questo stallo lo pagano i più piccoli: l'Italia registra oggi uno dei tassi più alti d'Europa di obesità infantile e sovrappeso, che colpisce ormai il 26% di bambini e ragazzi, in un contesto di totale assenza di limiti alla pubblicità di cibo spazzatura rivolta ai minori. Mentre la comunità scientifica e riviste del calibro di The Lancet confermano il legame biologico e diretto tra cibo ultra-processato, tumori, diabete e malattie cardiovascolari, i profitti di Big Food continuano a crescere blindati dagli avvocati, mentre i sistemi sanitari di tutto il mondo ne pagano il conto. L'inchiesta completa venerdì in edicola su L’Espresso.

