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Trump riprova a limitare lo ius soli, ma cambia strategia
EsteriDonald Trump non rinuncia alla sua battaglia contro lo ius soli americano. Dopo essere stato fermato dalla Corte Suprema, che a giugno ha bocciato il suo primo tentativo di cancellare la cittadinanza automatica per i figli degli immigrati nati negli Stati Uniti, il presidente ci riprova. Ma cambia approccio: invece di puntare all’abolizione generale del principio sancito dal XIV Emendamento, la Casa Bianca cerca di restringere le categorie di persone che possono beneficiarne.
Giovedì Trump ha firmato due nuovi executive order. Il primo individua alcune eccezioni alla cittadinanza per nascita: tra queste, i figli di diplomatici stranieri, di persone classificate come alien enemy o appartenenti a organizzazioni terroristiche straniere, oltre ad altri casi specifici. Il secondo è dedicato al cosiddetto birth tourism, il fenomeno delle persone che entrano negli Stati Uniti con un visto temporaneo, ufficialmente per turismo, ma con l’obiettivo di partorire sul territorio americano e garantire al figlio la cittadinanza.
«Pensavamo di vincere alla Corte Suprema», ha detto Trump nello Studio Ovale, definendo la decisione dei giudici «molto ingiusta». «Il nostro Paese soffre per questo e lo stiamo facendo in un altro modo».
Il riferimento è alla sentenza con cui la Corte, con un voto 6-3, ha confermato l’interpretazione tradizionale del XIV Emendamento, approvato nel 1868 dopo la Guerra civile. La norma stabilisce che «tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti» sono cittadini americani, una formulazione che per oltre un secolo è stata interpretata come una garanzia quasi universale dello ius soli, con poche eccezioni, soprattutto per i figli dei diplomatici.
La nuova strategia dell’amministrazione punta proprio su quelle eccezioni. Secondo la Casa Bianca, la sentenza della Corte non impedirebbe al presidente di intervenire nei casi che non rientrerebbero storicamente nella protezione costituzionale. Secondo molti giuristi, però, il tentativo resta destinato a scontrarsi con nuovi ricorsi.
«La cittadinanza per nascita non riguarda i ricchi stranieri che vogliono far nascere i propri figli negli Stati Uniti», ha scritto Trump nei mesi scorsi sui social, trasformando il birth tourism in uno dei simboli della sua battaglia. Il fenomeno esiste, ma le dimensioni sono molto inferiori alla narrazione politica: secondo le stime disponibili, i bambini nati negli Usa da persone con residenza all’estero sono nell’ordine delle migliaia ogni anno, su oltre tre milioni di nascite complessive.
Il vero terreno di scontro, dunque, non è solo giuridico ma politico. L’obiettivo della Casa Bianca è ridefinire il significato stesso della cittadinanza americana: non più soltanto un diritto legato al luogo di nascita, ma qualcosa che dovrebbe dipendere dal rapporto tra individuo e comunità nazionale.
È una visione che rompe con una delle caratteristiche storiche degli Stati Uniti. Per oltre un secolo lo ius soli è stato considerato uno strumento di integrazione: un modo per trasformare rapidamente figli di immigrati in americani a pieno titolo. Trump invece lo considera una vulnerabilità del sistema, sfruttata da chi vuole ottenere un passaporto senza un reale legame con il Paese.
Le nuove misure probabilmente avranno un impatto immediato molto più limitato rispetto al primo provvedimento. Ma il significato politico è chiaro: la battaglia sullo ius soli è tutt’altro che conclusa. Dopo aver perso davanti alla Corte Suprema, Trump prova ora a spostare il confine della discussione su chi, anche se nato in America, possa essere considerato davvero americano.
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