ll gasdotto Nord Stream saltò in aria «per ordine delle autorità ucraine»
EuropaTre anni e dieci mesi dopo l’attentato al Nord Stream la magistratura tedesca formalizza la prima accusa nei confronti del presunto capo del commando di sub che condusse il sabotaggio del gasdotto. Fra i capi di imputazione contro Serhij Kuznietsov, cinquantenne di nazionalità ucraina, squadernati ieri dal procuratore generale Jens Rommel spicca il «crimine di guerra» dell’attacco a un’infrastruttura strategica civile, così come concepito dal diritto internazionale oltre della Repubblica federale. Ma il dito del togato punta oltre all’autore materiale dell’esplosione della pipeline: «L’uomo e altri militari hanno elaborato il piano su richiesta delle autorità ucraine». In questo modo, per la prima volta in un atto penale, gli inquirenti ribadiscono inequivocabilmente chi sarebbe stato il mandante della missione coperta al massimo livello istituzionale a Kiev. La conferma di quanto sostenuto dal Bundesgerichtshof – l’Alta corte di Cassazione – sette mesi fa quando dietro alle mani di Kuznietsov e del suo gruppo di sub già individuava la testa di «agenzie di intelligence riconducibili all’Ucraina». Allora era saltato fuori il nome di Roman Tschervinsky, ex ufficiale dei servizi segreti di Kiev, nel ruolo di organizzatore-capo dell’operazione il cui via libera sarebbe arrivato direttamente dal generale Valery Zaluzhny, all’epoca comandante in capo delle forze armate ucraine e attualmente ambasciatore a Londra. Sarebbe questo il livello politico-militare responsabile della luce verde al sabotaggio che la Commissione Ue non esitò a definire «il più grave attentato a un’infrastruttura europea», prima che si spegnessero le voci sulla probabile azione false-flag orchestrata dai russi. Un particolare politicamente esplosivo, persino più della miscela deflagrante a base di ciclonite e ottogene che ha fatto colare a picco il gasdotto: se le indiscrezioni della stampa di Kiev sono vere, Zaluzhny è in pole-position per sfidare Zelensky e diventare il prossimo presidente dell’Ucraina. Nel caso il governo Merz si troverebbe di fronte a un problema ultra-spinoso. Come si rapporterebbe con lo Stato al cui vertice siede l’uomo che avrebbe dato via libera a un «crimine di guerra» contro la società civile tedesca? A Berlino per ora nessuno vuole neppure immaginarlo, ma sarà impossibile mantenere il silenzio. Sembra che risieda in Germania anche la trentenne ucraina camuffata da uomo che secondo la polizia ha messo la bomba contro l’oligarca Ermolaev tre giorni fa a Montecarlo, il primo attentato di questo tipo nella storia del Principato di Monaco. Lo è stato anche per Kuznietsov, a quanto pare. Sul tg del primo canale della tv pubblica il servizio sulla sua incriminazione fa perno sulle «prove apparentemente schiaccianti ottenute da Süddeutsche Zeitung, Die Zeit e Ard per cui l’ucraino avrebbe parlato dell’attacco al telefono con parenti e conoscenti mentre si trovava in carcere in Italia. Così si è auto-incriminato. Infine il suo cellulare riporterebbe tracce indicanti il suo coinvolgimento diretto nell’attentato, stando a quanto riferito da fonti della sicurezza. Al contrario a sentire la difesa di Kuznietsov «il processo finalmente chiarirà i fatti in modo completo e dimostrerà che la condanna dell’imputato non è configurabile» come puntualizza il suo avvocato italiano, Nicola Canestrini, che contesta l’imputazione per crimini di guerra non contenuta nel mandato di arresto europeo sulla cui base l’Italia ha consegnato Kuznietsov alla Germania. Ma fa anche notare come la procura nel castello accusatorio ammette in via del tutto inedita che «l’attacco al Nord Stream si è sviluppato in un contesto di guerra». In punta di diritto su questo fronte sarà battaglia in tribunale. Con la sola certezza che risulterà impossibile additare il procedimento giudiziario sul Nord Stream come un processo politico. Il procuratore Rommel, per definizione super-partes, anche volendo non è tacciabile di stare dalla parte di Putin: in tasca ha la tessera del Fdp, il partito liberale, tutt’altro che filorusso.




