Nella Striscia l’umanità scompare
MondoMarzo, 2024. Nord di Gaza. Ahmad ci crede davvero: quel giorno avrebbe portato a casa un sacco di farina. Sarebbe bastato accalcarsi attorno al camion e spingere, lottare con tutte le sue forze per afferrarne uno. Dentro il suo corpo da giovane diciassettenne, nonostante la fame, vibrava la giusta energia che gli avrebbe permesso di portare a termine quella missione. I genitori in casa lo attendevano. Passò un’ora, due, poi tre, quattro, cinque ore. Sotto ai piedi della madre si andava formando una sensazione di vuoto. Un formicolio di angoscia e inquietudine cominciò a salire da quel vuoto, a pizzicarle gli arti, le braccia, gli occhi. Prese a camminare da un lato all’altro della casa. Il marito provava, invano, a tranquillizzarla. L’oscurità nella Striscia di Gaza piomba rapidamente. Senza elettricità il buio mangia ogni cosa. Le strade si svuotano in vista dei bombardamenti notturni. Il silenzio, interrotto dai latrati dei cani randagi e dal rumore incessante della zannana – il ronzio dei droni – prende possesso della casa di Ahmad. Non esistono più parole per riuscire a tranquillizzare la moglie e neanche parole che possano tranquillizzare lui. Il loro figlio è scomparso. Nel contesto dello sfollamento della popolazione e della distruzione delle infrastrutture, è quasi impossibile ottenere dati precisi sul numero di dispersi a Gaza. Esistono diverse stime: il Ministero della Salute della Striscia di Gaza stima il numero a oltre 9.500, le stime sul campo del Centro Palestinese per le Persone Scomparse e Scomparse con la Forza indicano una cifra intorno alle 9.000. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa riferisce di aver ricevuto circa 11.500 richieste di ricerca di persone scomparse a Gaza. Di recente, il Palestine Reporting Lab ha collaborato con il Palestinian Institute for Social and Economic Progress per realizzare un’indagine esclusiva sul campo. Le stime indicano che il numero complessivo di gazawi scomparsi in una fase della guerra potrebbe aver raggiunto 51.000 persone. Mentre, a oggi, tra le 14.000 e le 15.000 persone risultano ancora disperse. Questa stima, che potrebbe essere la più attendibile, riguarda solo i dispersi, non le persone sepolte sotto le macerie. I dispersi a Gaza sono sparsi tra coloro che sono stati rapiti dalle loro case durante i raid, coloro che sono svaniti nel nulla ai checkpoint o ai punti di soccorso e coloro che sono stati usati come scudi umani – pratiche che Israele afferma essere proibite. Alcuni sono scomparsi in campi di detenzione israeliani non ufficiali, altri sono semplicemente “evaporati” nel calore dei bombardamenti, senza lasciare traccia del loro corpo. Altri ancora sono stati frettolosamente sepolti dai vicini per proteggerli dai cani randagi, senza alcuna documentazione a supporto. Molti non sono mai arrivati all’obitorio e i loro nomi non sono mai stati registrati in alcun ospedale; i loro nomi non compaiono negli elenchi delle vittime, nei registri carcerari o nei registri dei decessi. Semplicemente, sono svaniti come se non fossero mai esistiti. È importante sottolineare che questa non è una conseguenza inevitabile della guerra. Esiste una Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata (2006). Israele non è parte della convenzione, non avendola ratificata, e questo riflette la sua mancanza di obblighi giuridici ai sensi di questo specifico trattato. Israele occulta sistematicamente tutte le informazioni sulle persone scomparse. Prima di tutto, ha smantellato i meccanismi che permettevano alle famiglie di identificare i propri parenti detenuti. Per decenni prima del genocidio su Gaza, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (Cicr) ha mantenuto l’accesso ai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Un’ong israeliana chiamata HaMoked, il Centro per la Difesa dell’Individuo, gestiva anche una linea telefonica diretta per rintracciare i prigionieri detenuti in base ad accordi con l’esercito israeliano. HaMoked era in grado di fornire nomi, confermare arresti e individuare i luoghi di detenzione. Tuttavia, questi sistemi sono crollati completamente nell’ottobre 2023, quando Israele ha disatteso il suo impegno a fornire qualsiasi informazione sui detenuti di Gaza, limitando i poteri di HaMoked e vietando al Cicr di visitare i prigionieri, in palese violazione delle Convenzioni di Ginevra. In secondo luogo, Israele ha impedito per decenni al ministero della Salute di Gaza di istituire un laboratorio forense. Quando ha imposto il blocco su Gaza nel 2007 ha rapidamente aggiunto questi strumenti alla lista di quelli che definisce “articoli a duplice uso”, ovvero articoli che, a suo dire, potrebbero essere utilizzati per scopi militari. Tra questi figurano apparecchiature tossicologiche, dispositivi per l’analisi genetica e i test del Dna, e persino scanner per impronte digitali e scanner biometrici. Israele non permette nemmeno alle organizzazioni per i diritti umani o al Cicr di utilizzare strumenti forensi a Gaza. Quando inviano i corpi in decomposizione a Gaza, li inviano persino nudi, privi di qualsiasi elemento che possa aiutare le famiglie o il Ministro della Salute a identificare il corpo o a chi appartiene. A Gaza, dunque, le persone vengono identificate da piccoli dettagli. Da un neo sulla mano che non è stata carbonizzata come tutto il resto, da un laccio sui capelli, dalle unghie dei piedi, da una cicatrice, dai denti, da brandelli di vestiti. I parenti dei dispersi si aggirano tra le macerie, i rifugi, si accalcano ogni giorno nei corridoi degli ospedali, cercano i loro parenti tra i feriti dopo un recente bombardamento, sollevano i teli che avvolgono i corpi dei morti, rivelando volti così gravemente ustionati o sfigurati da essere ormai irriconoscibili. Si accalcano lì dove alle volte vengono rilasciati i prigionieri, stringendo tra le mani foto e documenti di identità, sperando di riconoscere tra i corpi scheletrici e abusati, quello del proprio caro. I parenti dei dispersi seguono ogni pista possibile, raccolgono testimonianze, attendono nel loro limbo una telefonata, quella telefonata. Un anno dopo la scomparsa di Ahmad, quella telefonata arriva. Un contadino riferisce di aver trovato dei vestiti dello stesso colore e con gli stessi particolari riferiti dal padre alla scomparsa. Il padre corre verso il luogo del ritrovamento. I vestiti sono proprio quelli di suo figlio. Li avvicina al viso, li annusa. Qualcosa gli dice che suo figlio è stato spogliato per poi essere spedito in un centro di detenzione. Qualcosa gli dice che è ancora vivo. Sei mesi dopo quella speranza diviene polvere al vento, il suo telefono squilla di nuovo. Un altro contadino trova un cranio non lontano dal luogo del ritrovamento dei vestiti. Il padre corre di nuovo, prende il cranio, lo mette in una busta e va dal dentista di suo figlio. Mesi prima gli aveva fatto la panoramica dei denti. Tramite quel dettaglio, il medico conferma al padre che quel cranio appartiene proprio ad Ahmad. Un parente del padre mi racconta questa storia, chiedendomi di cambiare il nome del ragazzo. Poiché a oggi, la famiglia, ancora tramortita dal dolore, rifiuta di rendere pubblica la storia. Mi racconta che fu trovato solo il cranio perché è l’unica parte dell’essere umano che i cani randagi non mangiano. Mi racconta che in molti sospettano che quei cani siano stati portati nella Striscia proprio dall’occupazione, per far sparire i corpi delle vittime. Le conseguenze delle famiglie dei dispersi non sono solo la tristezza, la disperazione, l’estenuante attesa. Molti di loro si rifiutano di abbandonare le proprie case, nonostante l’avanzamento della linea gialla e delle minacce dei soldati, nella speranza di un ritorno del loro caro. Molti di loro hanno perso la definizione di ciò che erano. Per esempio, le mogli dei dispersi: non sono né vedove né mogli. Sono esposte allo sfruttamento e alcune di loro hanno subito molestie sessuali. Non hanno alcuna tutela, non hanno sponsor, non hanno alcuna forma di sicurezza. Per la legge e agli occhi delle persone che le circondano, hanno un marito, ma non ce l’hanno. Non possono riscuotere lo stipendio del marito o la pensione. Le banche si rifiutano; bisogna presentarsi con il marito o presentare un certificato di morte. Il certificato di morte è un altro problema legale che le famiglie non riescono a ottenere, perché se si vuole ottenere un certificato di morte al ministero della Salute di Gaza, bisogna presentare due testimoni che hanno visto il corpo o che testimoniano l’omicidio. A partire da ottobre 2025, ovvero dalla data del cessate il fuoco, le autorità di Gaza hanno offerto alle famiglie una soluzione per ottenere un certificato di morte sei mesi dopo dalla scomparsa della persona. Ma le autorità di Ramallah hanno respinto la nuova legge, affermando che il sistema giudiziario palestinese prevede quattro anni per i dispersi, non sei mesi. Una tale discrepanza avrebbe significato che la stessa persona avrebbe potuto essere registrata come deceduta in un sistema e come viva in un altro. Il problema più grave riguarda i bambini: li chiamiamo “orfani di fatto” o “yatim hukm al-waqa”. Questi bambini non sono orfani e non hanno genitori. Secondo la legge, non possono dimostrare alle organizzazioni di essere orfani. La situazione ha colpito migliaia di famiglie e migliaia di bambini. Finora, le istituzioni di Gaza non sono riuscite ad aiutarli. Il bambino dovrebbe avere un tutore o uno sponsor. Ma a Gaza non è possibile. Non possono ereditare. Non possono accedere ai conti bancari. Restano appesi in un tempo che non ha colore, nè rumore. Sono bloccati, non sono più né marito né moglie né figlio. Proprio come i loro parenti dispersi, non sono né vivi né morti.

