The VisionSinistra
Negli USA molti vogliono fermare “il comunista”. Lo tsunami Zohran Mamdani li spazzerà via.
PoliticaLe primarie democratiche per la candidatura a sindaco di New York, risalenti allo scorso giugno, sembravano una formalità per Andrew Cuomo, ex governatore dello Stato di New York. Il suo avversario aveva tutte le caratteristiche che, per la piattaforma dem, non avrebbero mai attecchito: musulmano, socialista, under 40. L’establishment della città era già pronto all’incoronazione di Cuomo, in una città in cui le primarie dem sono spesso sinonimo di elezioni dirette, visto il vantaggio sui repubblicani. Inaspettatamente, l’underdog Zohran Mamdani ha sconfitto Cuomo, mandando in tilt quell’ala dei Democratici, la maggioranza, più attenta ai donatori che alla politica dal basso. Adesso, dopo l’early voting del 25 ottobre e in vistadelle elezioni del 4 novembre, gli stessi dem, intrisi di un maccartismo atavico, si chiedono se sia meglio il Maga o il socialismo. Lo tsunami Mamdani li spazzerà via.
Zohran Mamdani è un trentaquattrenne nato in Uganda da padre ugandese e madre indiana, trasferitosi a New York all’età di sette anni. Questo spegne sul nascere i sogni di un suo futuro alla Casa Bianca, non potendo per legge diventare presidente degli Stati Uniti. È un dettaglio non irrilevante, considerando che i dem durante il secondo mandato Trump non hanno ancora trovato non solo la quadra per organizzare un’opposizione decente, ma nemmeno un nome che faccia sognare gli statunitensi per arrivare alle prossime elezioni con un candidato forte.
Già dall’inizio della sua precoce carriera, Mamdani si posiziona nell’ala più a sinistra del Partito Democratico. In vista delle primarie come sindaco di New York è appoggiato soltanto dalla corrente di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Il resto del partito vira decisamente su Cuomo, spaventato dalle proposte socialiste di Mamdani: asilo nido universale, alloggi con canoni di affitto stabilizzati, trasporto pubblico gratuito, aumento del salario minimo, rafforzamento dei sindacati e, addirittura, un progetto sui supermercati di proprietà del comune per offrire alla comunità prodotti a prezzi accessibili. La base dem inizia a tremare, chiedendosi cosa fare con un candidato che appare troppo estremista in un Paese che ha sempre osteggiato il socialismo.
La vittoria di Mamdani alle primarie ha portato Democratici e Repubblicani sulla stessa riva, con un obiettivo comune: fermare “il comunista”. La prima mossa è stata quella di far presentare ugualmente Cuomo alle elezioni, da esterno, per una corsa a tre con il repubblicano Curtis Sliwa. Donald Trump ha subodorato il pericolo iniziando a minacciare Mamdani. Ha prima messo in dubbio la regolarità della sua presenza negli Stati Uniti, per poi promettere di arrestarlo se, in caso di vittoria alle elezioni, dovesse impedire all’Ice (Immigration and Customs Enforcement) di deportare gli immigrati irregolari, azione più volte criticata da Mamdani durante la campagna elettorale. Trump ha detto: “Non abbiamo bisogno di un comunista in questo Paese”.
Recentemente il presidente ha rincarato la dose usando i suoi soliti metodi mafiosi: “Mamdadi avrà problemi con Washington come nessun altro sindaco nella storia di quella che un tempo era la nostra grande città. Ricordate, ha bisogno dei miei soldi per mantenere tutte le sue false promesse comuniste. Non ne realizzerà nessuna, quindi che senso ha votare per lui? Questa ideologia ha fallito sempre, per migliaia di anni. Fallirà di nuovo, e questo è garantito”. Si è dunque passati a una strategia pragmatica: sapendo che il repubblicano Sliwa ha scarse possibilità di vittoria, Trump punta addirittura sul dem Cuomo. È stato lo stesso ex governatore, durante una raccolta fondi in piena campagna elettorale, a definirsi ottimista per la convinzione che Trump avrebbe esortato i Repubblicani a votare per lui. Cuomo che, tra l’altro, sta tentando anche l’arma delle Crypto per contrastare Mamdani e impedirgli di diventare il primo sindaco musulmano della storia di New York.
Ormai si è arrivati a un clima simile a quello post 11 settembre, con l’islamofobia come motore portante della lotta politica e le accuse a Mamdani di essere un fiancheggiatore dei terroristi e un antiisraeliano – solo per aver parlato di genocidio a Gaza. Come detto, una grossa fetta dei dem tenta di sabotarlo con demonizzazioni legate a un suo radicalismo esasperato, a una figura poco rassicurante. In realtà la sua strategia comunicativa ha subito fatto centro: pochi finanziamenti delle grandi famiglie, tanta attività sui social per coinvolgere i più giovani. Instagram e TikTok al posto delle donazioni delle multinazionali, e a quanto pare sta funzionando.
Poche settimane fa c’è stato il primo dibattito elettorale a tre tra Mamdani, Cuomo e Sliwa. Mamdani ne è uscito meglio degli altri, mostrandosi diretto su un punto: “New York ha bisogno di un sindaco che sappia resistere a Donald Trump”. Ha parlato anche di una realtà che “ha la necessità di una guida allineata alla città di oggi, non di un museo del passato”. Ha ammesso di aver comprato prodotti in vari negozi di cannabis legale e ha portato avanti le sue idee legate allo slogan “Abolire il costo della vita”, ovvero misure per contrastare il capitalismo urbano. Per realizzare le proposte già elencate, Mamdani ha in mente un aumento della tassazione sui redditi superiori al milione di dollari annui e un’aliquota dell’11,5% per le imprese. Mentre Cuomo e Sliwa hanno seguito i canoni di un dibattito elettorale quasi novecentesco, Mamdani è sembrato una ventata d’aria fresca in un’America bloccata dal morbo trumpiano e poco propensa alle rivoluzioni sociali. I suoi discorsi non hanno fatto leva su desideri e utopie, ma su misure spiegate per filo e per segno con ogni copertura, entrando nei tecnicismi senza però parlare il politichese dei suoi avversari, quelli che al suo cospetto sono apparsi come salme di una politica ormai passata.
L’eventuale vittoria di Mamdani a New York rappresenterebbe una sferzata necessaria contro il bullismo di Trump, che certamente userebbe tutti i suoi poteri per ostacolarlo. Sarebbe soprattutto un segnale per i Democratici, per una classe politica che si è consegnata all’elitarismo e ha consegnato la tripletta Clinton-Biden-Harris alle ultime tre tornate elettorali, ovvero il vecchiume politico che strizza l’occhio alla platea più conservatrice degli Stati Uniti. Questo ha creato un appiattimento sulle tematiche politiche e sociali, annullando le spinte che noi europei consideriamo di sinistra e favorendo l’ascesa del mondo Maga – conservatori per conservatori, si son detti gli statunitensi, a questo punto votiamo gli originali e quelli più aggressivi. I Democratici hanno dunque, tra scelte scellerate e candidature anacronistiche, contribuito alle due vittorie di Trump e a una polarizzazione che ha reso gli Stati Uniti una nazione pronta a deflagrare, passeggiando pericolosamente tra il mantenimento dello status quo e il rischio di una guerra civile.
Io non so quanto gli statunitensi siano davvero pronti a una figura come Mamdani. Non lo sono di certo quelli delle periferie o degli stati rossi – che al contrario dell’Italia son quelli di destra –, ma i fari sono puntati solo su New York, una città che, come altri grandi centri negli Stati Uniti, è meno propensa a seguire i dettami autocratici di Trump. Non stiamo parlando del Texas o delle zone più reazionarie, ma di una città con una comunità islamica enorme e un multiculturalismo sviluppato da decenni, quindi più aperta mentalmente alle novità anche a livello politico. Le elezioni a New York saranno un banco di prova per capire fino a che punto potrà evolversi l’opposizione a Trump. La vittoria di Mamdani darebbe inevitabilmente delle risposte all’intera galassia dem, spiegando come anche a livello nazionale il coraggio dei cambiamenti, abbandonando un centrismo annacquato, sia l’unica strada per contrastare i futuri delfini di Trump.
Gli Stati Uniti non diventeranno mai un Paese socialista, non lo sono mai stati. Se però la principale città abbracciasse la causa, quella che comprende anche maggiori tasse per i più ricchi, il segnale non dovrebbe essere sottovalutato. Aspettiamo il 4 novembre, quando capiremo lo stato di salute di una nazione che al momento sembra rassegnata alle nuove forme ibride di autocrazia, ma che potrebbe risvegliarsi creando più di qualche grattacapo al presidente-padrone. O, almeno, questa è la speranza da cui ripartire.
Intensità frame0.90 · Linguaggio d'allarme
neutrostandardmarcatointensoallarme