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Afa, mosche e zanzare in vetta: “Così la crisi climatica stravolge i nostri ghiacciai”
/lastampa/aostaQuel ronzio quassù non si era mai sentito. Non a 2.280 metri di altitudine. «Le zanzare non facevano parte della nostra vita» dice il cuoco Stefano Zonca, che gestisce il rifugio Coda in Valle del Lys. «Per la prima volta, nei giorni del caldo estremo, sono arrivate a nugoli, tantissime zanzare. I clienti erano increduli e anche infastiditi. L’unico modo è stato scendere a comprare il repellente».
Spesso sono i piccoli segnali a raccontare i grandi cambiamenti. Le zanzare al rifugio Coda, come le mosche al Quintino Sella a quota 3.585. I pascoli sono già ingialliti. L’erba non nutre abbastanza. Gli stambecchi hanno fame. La scorsa settimana, per tre giorni consecutivi, la temperatura alla stazione meteorologica del Monte Bianco a 4.750 metri era sopra lo zero. Sono stati in tutto quattro i superamenti dall’inizio dell’estate. «Anomalia termica», è la definizione dell’Arpa della Valle d’Aosta. Quando la sera del 25 giugno un violento temporale si è addensato sopra la punta del Cervino, invece di nevischio ha scaricato giù un’acquazzone sulla sommità della montagna. I video di quelle cascate d’acqua contro la roccia nera hanno fatto il giro del mondo.
«Mai visto niente del genere» dice Gabriele Ghisafi, presidente delle guide alpine di Gressoney. A piedi nudi, seduto su una panchina del paese, guarda le sue montagne con una specie di malinconia. «Ho sempre vissuto qui, devo tutto a questa natura. Ma il panorama sta cambiando, costringendo anche noi guide a cambiare il nostro modo di lavorare. Bisogna partire prima alla mattina, bisogna contemplare i temporali sempre più frequenti. Se quella del naso del Lyskamm era una salita che si faceva prevalentemente con la neve, ora la neve non c’è più. Si va sul ghiaccio. Le creste sono diventate più dure, le pareti nord sono quasi impraticabili. Tutto l’ambiente è più severo. Dobbiamo ridurre il numero di clienti per ognuno di noi, per stare bene accanto a tutti».
Oggi ci sono 28 gradi. «Si sta meglio, molto meglio» dicono ai tavolini del bar, fra legni, fiori e ricami. Ma siamo pur sempre in montagna a 1600 metri di quota. Il che dimostra quanto sia tutto relativo. I giorni torridi della scorsa settimana hanno segnato un nuovo metro di giudizio. «Sono preoccupato», dice Ghisafi. «Io penso che tutti dovremmo capire quello che sta accadendo. Dovremmo farci qualche domanda in più. Fa male al cuore vedere i ghiacciai scomparire».
Il primo che si vede, su questa strada in salita, è quello del Netscho, sotto la parete nord di punta Ciampono: resta una sottile striscia biancastra, dentro la roccia scura. Il secondo è il ghiacciaio del Felik, un altro di quelli destinati all’estinzione. Dal ghiacciaio del Rutor, uno dei più imponenti, si è già sciolta la neve, una foto dei primi di luglio sembra scattata ai primi di agosto.
«È una pessima estate», dice lo scalatore Nicolas Contival. È un chirurgo di 41 anni arrivato dalla Francia: «A Chamonix ci sono crolli di rocce quasi ogni giorno. Molte vie sono chiuse. La scomparsa del ghiaccio non è una storia che scopriremo quando saremo nonni, è qui adesso. Sono cambiate le regole del gioco. Anche il vento, anche la pioggia. Sono montagne che non assomigliano più a quelle dei miei vent’anni».
A Courmayeur c’è la «Fondazione montagna sicura», un centro di ricerca nato anche con il compito di monitorare i ghiacciai. L’ultimo report «Sotto Zero» descrive la situazione con i numeri: nel 1975 c’erano 297 ghiacciai in Valle d’Aosta, oggi sono 172, nel 2020 erano 184. Tutti stanno perdendo superficie, variazione frontale e bilancio di massa: stanno perdendo l’acqua che serve alla vita.
Il caldo estremo di questi giorni ha innescato molte voci, anche preoccupazioni. Il segretario generale di Fondazione montagna sicura, Jean Pierre Fosson, è netto nel smentirle: «A oggi non ci sono segnali di instabilità. I ghiacciai più a rischio vengono monitorati in tempo reale. Ogni informazione verrà condivisa, seguendo il protocollo della protezione civile. L’informazione deve essere accurata».
Anche queste montagne hanno bisogno di cura. «Stiamo osservando un’anomalia della temperatura che si protrae nel tempo» dice Umberto Morra di Cella, ricercatore dell’area sui cambiamenti climatici dell’Arpa Valle d’Aosta. «Temperature molto alte, per diversi giorni di seguito. Forti precipitazioni. Quello che è cambiato non è il singolo fenomeno, ma la frequenza e la magnitudine. La neve si scioglie prima, il permafrost si degrada, il ghiaccio si ritira. Ormai lo vediamo succedere da tanti anni. Purtroppo ci svegliamo solo nell’emergenza. Mancano strategie».
In alta montagna si vede prima il futuro. Qui è l’inizio di luglio, ma sembra già la fine agosto. Il sindaco di Courmayeur, Roberto Rota, ha visto cambiare il panorama sotto ai suoi occhi: «Per noi il ghiacciaio del Toula è il primo riferimento arrivando dalla statale. Quando ero ragazzo, scendevamo con gli sci senza problemi fino al 25 di giugno. Adesso il fronte si è ritirato di 200 metri. La neve non c’è più, si vedono le rocce che affiorano».
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