«Faremo saltare tutti i ponti»: tre ondate di attacchi in 24 ore
InternazionaleFino a pochi giorni fa, il problema tra Teheran e Washington aveva un nome preciso: il Memorandum d’intesa, l’accordo ancora embrionale su cui si reggevano i negoziati indiretti sul nucleare iraniano. Oggi quel memorandum è in coma. E la ragione non è più l’arricchimento dell’uranio, ma un tratto di mare largo appena 33 chilometri: lo Stretto di Hormuz, diventato il vero terreno di scontro tra le due potenze. La crisi è esplosa dopo una serie di attacchi e provocazioni nelle acque del sud iraniano, ed è precipitata quando Washington ha revocato la sospensione delle sanzioni unilaterali che permetteva a Teheran di vendere petrolio e prodotti petrolchimici. Da lì, lo scontro si è spostato sul terreno del diritto internazionale: l’Iran ha proposto tasse di servizio sulle navi in transito, e l’Oman – paese costiero a sud dello Stretto – si è opposto citando la Convenzione Onu che vieta di tassare il passaggio negli stretti naturali. Senza un’intesa sulla libertà di navigazione, i negoziati sul nucleare rischiano di non ripartire affatto. Mentre la diplomazia si impantana, l’economia iraniana arretra a vista d’occhio. La crescita del pil è crollata dal 3,1% del 2024 a uno 0,2% stimato per il 2025 – un dato che da solo racconta il passaggio, ormai compiuto nella pianificazione di Teheran, dall’economia dello sviluppo alla cosiddetta “economia di sopravvivenza”. L’Iran è oggi tra i Paesi sottoposti alle sanzioni occidentali più lunghe e articolate della storia moderna, e il governo è stato costretto a mettere da parte qualunque obiettivo di crescita a lungo termine. La priorità ora è garantire i mezzi di sussistenza minimi, salvaguardare l’occupazione esistente e assicurare l’accesso ai beni di prima necessità. IL PRESIDENTE iraniano Masoud Pezeshkian ha convocato riunioni d’emergenza con gli operatori economici, promettendo di reperire la valuta necessaria per importare beni essenziali – e di punire con durezza ogni speculazione. Sul fronte militare, il Comando americano (Centcom) ha condotto attacchi aerei per diverse notti consecutive contro obiettivi in Iran – Bandar Abbas, Kish, Qeshm, Abadan. L’episodio più grave: un attacco missilistico con 13 missili contro una caserma a Bampour, nell’Iranshahr, che ha ucciso 7 soldati iraniani. Teheran lo ha definito «un atto criminale» e ha promesso una risposta immediata. La portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, ha dichiarato che negli attacchi americani degli ultimi giorni nel sud del Paese hanno perso la vita oltre 35 civili; il ministero della salute ha aggiornato il bilancio dei feriti a oltre 260. IERI IL CENTCOM ha colpito anche le isole di Qeshm, Kish, Abu Musa e Grande Tunb – quest’ultima in un’operazione di 90 minuti volta a distruggere i sistemi di difesa costiera e i siti di lancio dei missili da crociera (per Teheran, queste isole sono «portaerei inaffondabili», essenziali al controllo dello Stretto, da cui transita circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano). E in serata ha lanciato una nuova poderosa ondata di attacchi, la terza in 24 ore: nel pomeriggio Trump aveva dichiarato che gli Usa avrebbero «distrutto tutte le loro centrali e tutti i loro ponti» se l’Iran non avesse ceduto. Negli ambienti militari statunitensi si torna a discutere di un’eventuale operazione di terra per sequestrarle. Gli analisti restano scettici sui benefici di un’operazione simile. Anche limitata al sequestro di poche isole, richiederebbe un contingente iniziale di 5.000-10.000 uomini esposti al fuoco di artiglieria, droni e missili lanciati dalla terraferma iraniana. Il rischio è che l’operazione si trasformi in una trappola di logoramento persistente per gli americani: costosa in vite umane, imbarazzante sul piano politico, e con perdite paragonabili a quelle della guerra in Iraq. Nel Parlamento iraniano, 180 deputati (su 290) hanno chiesto la risoluzione immediata del Memorandum, giudicando le firme occidentali come «prive di valore» e sollecitando il governo ad adottare posizioni «rivoluzionarie» per rafforzare il controllo iraniano sullo stretto. La difesa di Hormuz è diventata il simbolo della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese, e l’opinione pubblica sembra unitamente sia contro quella che viene percepita come una coercizione economica e militare. PARALLELAMENTE agli attacchi aerei, Trump ha reimposto il blocco navale sui porti iraniani – guerra economica pensata per prosciugare le entrate di Teheran dalle esportazioni – e ha minacciato di colpire le infrastrutture civili, incluse le centrali elettriche, se l’Iran non tornerà al tavolo. Le conseguenze si sono viste subito sui mercati: il petrolio è salito a circa 85 dollari al barile, i prezzi della benzina negli Stati Uniti sono aumentati, e lo Stretto è ormai considerato impraticabile per il traffico commerciale. Un mercato che aveva scontato un ottimistico ritorno alla normalità dei flussi si trova ora esposto a una carenza di offerta senza riserve di emergenza a cui attingere, con il rischio di nuove impennate dei prezzi e tensioni sulle forniture estive e invernali. LE GUARDIE della Rivoluzione hanno risposto con una minaccia netta: se l’Iran non potrà esportare energia a causa del blocco, «l’esportazione di petrolio e gas dalla regione non sarà per nessuno». Gli stati del Golfo, che fino a poco tempo fa cercavano di restare neutrali, si trovano ora schiacciati tra le parti. Il Qatar continua a tentare la via diplomatica, ma la sfiducia reciproca rende ogni progresso difficile, e diversi analisti prevedono che la crisi spingerà i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo verso una sicurezza regionale più autonoma. EPPURE, RESTA una constatazione che nessuna delle due parti sembra poter ignorare: Washington non può rovesciare il sistema iraniano né costringerlo a rinunciare del tutto al programma nucleare, e Teheran non può espellere gli Stati Uniti dalla regione. Forse la consapevolezza dei costi di un’ostilità senza freni – più che una fiducia reciproca che non esiste – è la sola a poter ancora spingere entrambi verso una soluzione diplomatica prima che la trappola trascini la regione in anni di guerra. A vedere ciò che accade sul terreno, l’ipotesi rimane troppo ottimistica.

