Meloni e Frederiksen, la strana coppia che scavalca Parigi e Madrid: destra e sinistra unite dal pragmatismo per dettare la linea europea
EsteriGiorgia Meloni chiama Mette Frederiksen dopo un vertice, le racconta come si sono mossi gli altri leader e ascolta la posizione danese prima di decidere il passo successivo. Tra Roma e Copenaghen scorrono più di mille chilometri, eppure il contatto tra le due premier è diventato quasi quotidiano, alimentato da messaggi diretti e riunioni preparatorie che spesso anticipano la linea dei rispettivi alleati. Una guida Fratelli d’Italia, l’altra appartiene alla socialdemocrazia nordica. Le loro biografie politiche sembravano destinate a collocarle su fronti opposti, mentre il pragmatismo le ha portate a lavorare insieme dal 2022, quando un incontro a Bruxelles sulla gestione dei flussi migratori aprì una collaborazione cresciuta lontano dalle liturgie dei partiti europei. Meloni descrive Frederiksen come una persona «molto operativa e concreta», capace di affrontare un dossier partendo dal risultato da ottenere. La premier danese riconosce nella collega italiana la stessa disposizione, più interessata alla soluzione raggiungibile che alla provenienza ideologica della proposta. Il loro rapporto si fonda sulla convinzione che due punti di osservazione diversi possano produrre una risposta comune quando l’interesse nazionale coincide. La migrazione ha fornito il primo terreno di convergenza. La Danimarca socialdemocratica applica da anni una politica severa sugli ingressi e sostiene l’apertura di centri fuori dall’Unione, una linea vicina al modello promosso da Palazzo Chigi attraverso l’accordo con l’Albania. Roma e Copenaghen chiedono a Bruxelles rimpatri più rapidi e una collaborazione concreta con i Paesi terzi, superando la divisione tradizionale tra destra e sinistra. Questa sintonia ha iniziato a modificare anche gli equilibri interni dell’Unione. Nei colloqui preparatori le due leader vengono ormai considerate parte di un gruppo like-minded, accomunato dalla volontà di incidere sulle decisioni prima che il confronto arrivi ai tavoli ufficiali. Meloni e Frederiksen occupano così uno spazio lasciato libero da Parigi e Madrid, troppo distanti sulla gestione delle frontiere per costruire una linea condivisa. La relazione mostra la propria forza anche nei momenti più delicati. Il 6 gennaio Meloni ha riunito a Roma cinque leader europei per coordinare la risposta alle pressioni americane legate alla Groenlandia. Frederiksen ha scelto di restare fuori da quell’incontro, preferendo rappresentare direttamente gli interessi danesi, e il contatto con Palazzo Chigi è proseguito attraverso un colloquio personale. La divergenza sulla forma ha lasciato intatta la collaborazione politica. Lo stesso schema compare nei rapporti con Donald Trump. Meloni mantiene un canale privilegiato con la Casa Bianca e Frederiksen deve difendere la sovranità danese su un territorio entrato nelle ambizioni del presidente americano. Le due premier si parlano anche quando le rispettive necessità producono posture differenti, perché l’alleanza conserva valore proprio nei passaggi in cui ciascuna deve proteggere il proprio Paese. A Bruxelles questa coppia provoca un certo disorientamento. I socialisti europei osservano con imbarazzo una premier progressista diventata interlocutrice stabile della leader italiana, mentre dentro Fratelli d’Italia qualcuno indica Copenaghen come prova che una politica rigorosa sull’immigrazione può nascere anche a sinistra. Le vecchie appartenenze continuano a definire i gruppi parlamentari, e i governi iniziano a costruire intese seguendo interessi più mobili. Meloni e Frederiksen hanno trasformato una convergenza occasionale in un metodo di lavoro. Prima si confrontano sui dossier, poi cercano altri governi disposti a sostenerne l’impostazione, fino a presentarsi al Consiglio con una posizione già strutturata. La loro forza deriva dalla capacità di attraversare il confine ideologico che spesso paralizza le famiglie europee. Al prossimo vertice le due premier siederanno ancora in settori politici differenti, circondate da alleati che continuano a guardarsi con sospetto. Prima dell’apertura ufficiale, però, sui loro telefoni sarà già passato il messaggio che conta: la posizione comune con cui Roma e Copenaghen proveranno ancora una volta a orientare la sala.


